
Paga chi fura
I clienti della tavolata al centro della sala avevano iniziato a degustare gli spaghetti all’astice, dopo che il cameriere aveva mostrato l’elefante di mare ancora vivo, con le grosse chele legate, che tentavano di drizzarsi per catturare la preda o le dita di qualcuno, se si fosse azzardato a prenderlo dalla parte sbagliata.
Con gesti misurati, in punta di coltello e forchetta, i signori del tavolo centrale avevano svuotato i pezzi del crostaceo, lasciando il carapace ben ripulito, senza schizzarsi di sugo, senza rosicchiare e tanto meno succhiare.
Un’abilità acquisita con l’esercizio costante, per la sagra dell’aragosta ad Alghero, del fritto misto a Portoscuso e del pilau – piatto tipico a base di fregola e crostacei – a Calasetta.
Anni e anni di pratica assidua, nei locali più rinomati per la gastronomia a base di pesce fresco di mare.
Lo stesso mare che si poteva ammirare oltre le ampie vetrate che contornavano un terzo della sala.
Gli scogli, che davano il nome al locale, erano lì, a ridosso della parete sormontata dai vetri. Una bella terrazza sul golfo di Cagliari, capace di far sognare a occhi aperti. Per i pochi, giovanissimi, seduti alla stessa tavolata, che ancora non sapevano armeggiare le posate con un certo stile, senza passare per quelli abituati a mangiare pastasciutta o minestrina alla poverella, quel pranzo era quasi un lavoro duro, se paragonato al solito hamburger senza ossa, né spine e senza carapace da spolpare. Un obbligo a cui, molto spesso, non riuscivano a sottrarsi. In cambio di quel sacrificio avrebbero ricevuto una paghetta settimanale extra.
Quei poveri ragazzi avrebbero preferito mangiare un panino a La Cantinetta; o magari da “I Caddozzoni”. Sentendosi vessati per quell’ennesimo, interminabile pranzo luculliano, avevano chiesto un compenso pari – più o meno – a quello per il servizio svolto dai due camerieri in sala.
I genitori si erano opposti con fermezza, poi avevano trattato; infine avevano concluso l’accordo con un compromesso. Avrebbero ottenuto quel compenso solo se fossero tornati lì anche la domenica successiva – stesso mare, stessi scogli – senza protestare, senza musi lunghi e senza hamburger.
Intanto, al tavolo accanto, qualcuno li osservava con un pizzico di invidia. In attesa che il cameriere si avvicinasse per le ordinazioni, avevano dato uno sguardo al menu.
L’unica pietanza accessibile erano le cozze alla marinara. Racimolando gli spiccioli avrebbero potuto concedersi anche due porzioni di patatine fritte da dividere in tre. E forse, dopo, un caffè a testa.
Erano finiti in quel famoso ristorante dopo averne escluso altri quattro più modesti.
Il poco noto Sette Colli, in pieno centro storico, chiuso per cessata attività, da tre anni. Il Porticciolo di Marina Piccola era ormai al completo: niente prenotazione, zero degustazione. La Pirata Due La Vendetta , sotto la Sella del Diavolo, con vista panoramica suggestiva – tra piccole imbarcazioni e mare azzurro dell’insenatura – chiuso per riposo settimanale.
Avrebbero ripiegato sul fast food, ma – diceva un cartello sulla vetrina – “MOMENTANEAMENTE CHIUSO PER CARENZA DI PERSONALE”, o come avevano scritto in un post sui social, nella vignetta di un ristorante cinese: “ POCO PELSONALE PEL CHI POCO VUOL PAGALE”.
Mentre aspettavano il cameriere per ordinare le cozze, aveva squillato il cellulare. Era Basilio, un amico, parente dell’avvocato difensore di Giglio Bellu. «Eja, naramì totu.» («Si, dimmi tutto.») «No, no ci potzu crei…»)(«No, non posso crederci.») «Su ki anti cassau a fosili?» («Quello che hanno cacciato col fucile?» «Minc’e cuaddu!» («Membro di cavallo!»)
La telefonata era stata lunga e subito dopo riferita. «In poche parole a Lillu Bellu ce lo hanno mandato a casa. Accorrau in domu po s’ammarolla.» («…Chiusura forzata in casa/Agli arresti domiciliari.») «L’avvocato lo ha bogato fuori perché non ci sono le prove di macchine furate. Quando le arrangiava, quel disgraziato si aguantava una chiave, poi le noleggiava ai turisti e dopo le ritornava al proprietario. Un ladro gentiluomo, mì. I pezzi di ricambio li pinnigava a fura (li rubava), dalle carcasse del nostro deposito.»
«Cosa!?» aveva strillato Regina, cioè Gina, sua cugina, facendo voltare tutti quelli del tavolo accanto, mentre il cameriere iniziava a sfilettare per loro un grosso dentice appena pescato e cotto al cartoccio.
Di colpo tutto era chiaro, sul mistero della prima e anche della seconda sparizione, e sulla ricomparsa improvvisa della Porsche. Susi e Gina si erano scambiate uno sguardo stupito e incredulo. Non avrebbero mai potuto immaginare che un mezzo pedalino bucato come Lillu Bellu, fosse capace di rischiare tanto e di fingere come un grande attore. Quando si erano incontrati sulla strada per Olbia, mentre lui e Pancrazio facevano l’autostop, si erano comportati come due bravi ragazzi. Giglio era stato gentile e generoso. Aveva insistito per offrire la cena in ristorante a lei, a Susi e anche a Betta, la compagna di viaggio, incontrata dopo aver perso le tracce della loro Porsche.
La storia che aveva raccontato dei parenti di Pancrazio residenti a Olbia, però, era parsa un po’ strana sin dal principio. E quando, di punto in bianco, erano usciti di fretta dal ristorante, come se avessero una scia di fuoco che li inseguiva, con la scusa che lo zio del suo amico li stava aspettando fuori, aveva detto sicuramente una bugia. Sotto quella storia doveva esserci uno dei suoi traffici e chissà se quel suo amico, faccia ‘e scimpru (faccia da scemo), fosse complice o solo un povero ingenuo, coinvolto senza volerlo.
«Che fine ha fatto Pancrazio?» aveva chiesto, infine, esternando quel dubbio ad alta voce.
«Ma chi, quell’amico di Giglio tutto accallellau?»
«Si, quel tipo che sembra un po’ moscio.»
«No du sciu, poita?» («Non lo so, perché?»)
«Mi sto chiedendo se fossero complici.»
«Il suo comprice è morto.»
«Morto? Chi era, lo conoscevo?»
«Gine’, com’è che dite voi due? No mi fare domande e non ti conterò bugie.»
«Peppi’, se non me lo dici subito, faccio un gran casino.»
«E va be’, peggio per te. Te lo dico: era l’amico tuo, de su coru (del cuore); quello che hanno sparato a fucile. Quella Porsche se l’era rubata e Giglio furava i pezzi dal deposito dei rottami per arrangiarla.»
A quel punto Gi’ era ammutolita. Non aveva più niente da chiedere, né commenti da fare, né lacrime da versare.
I signori del tavolo accanto avevano terminato anche l’abbondante grigliata mista di pesce ed erano sul punto di consumare il dessert. Quando Gi’ si era voltata per l’ennesima volta a guardarli, stavano brindando con uno spumante moscato di Tempio.
A quel punto gli occhi di Gi’avevano iniziato a brillare. «Peppi’, ce l’hai ancora tu il borsello con il cellulare e il portafoglio che Giglio aveva lasciato nello stipetto, quando i carabinieri sono andati a prelevarlo?»
«Eja, Gine’, poita?» («Si, Gine’, perché?»)
«Quanti soldi ci sono? Bastano per ordinare lo stesso menu che hanno scelto i signori del tavolo al centro?»
«Eja, Gine’, già bastano, per il pranzo e anche per la cena.»
«E bastano pure per ordinare le seadas?»
«E per i raviolini fritti, di pasta sfoglia, ripieni di ricotta e miele?» aveva aggiunto Susi.
«Bastano anche per il caffè e il digestivo.» aveva concluso Peppino.
«Molto bene; quindi, chi fura paga. Cameriere!!»
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Posso dire che è davvero ben scritto, hai una padronanza ottima. Da casteddaio mi sento solo di dire che alcune citazioni anche dei ristoranti, le trovo un pò “datate”, di una Cagliari che non c’è più o quasi. Nei nomi idem, trovo un pò più di bidda interna piuttosto che della city, ma son bazzecole. Il racconto è bello, forse un po soft ma te lo dico solo perché ho conosciuto storie ben peggiori che a volte quando son così leggere mi strappano un sorriso rendendomi conto di quanto le altre siano ben più gravi, serie e talvolta spaventose per la loro efferatezza. Detto questo posso dire che spero leggerai i miei scritti, anche se quelli legati alla Sardegna stanno ancora prendendo forma e non c’è nulla di pubblicato.
Eccomi qua con spaventoso ritardo ma felice di aver trovato questa perla. Mi piace molto Il cambio di protagonisti repentino che hai fatto. Uno poteva aspettarsi che il racconto parlasse della prima tavolata che hai così ben descritto… e invece serviva solo per avere un’idea chiara dell’ambiente in cui si stava svolgendo la VERA storia. Bella la morale e adoro i dialoghi in dialetto (grazie anche per la traduzione) perché sono lingue estremamente espressive e specchio di una cultura che non deve morire.
Grazie ShanLan. Quale gradita sorpresa, questo tuo commento. Grazie per l’attenzione con cui ha letto l’episodio finale di questa serie. Grazie di cuore per le tue graditissime parole. E, in modo particolare, grazie per “una cultura che non deve morire”.
Piccolo appunto: non sono dialetti. È una vera e propria lingua, i cui dialetti sono i diversi modi di parlarla che cambiano di luogo in luogo. È l’unica regione italiana che può permettersi di dire di avere una lingua oltre appunto, all italiano.
Giusta precisazione. Il sardo é una lingua, con le sue differenze da una regione all’altra dell’isola e piccole variazione anche nel campidanese e nel logudorese, da un paese all’altro. Ad Alghero, invece, parlano un linguaggio prevalentemente catalano. A Carloforte il tabarchino, un dialetto ligure.
Grazie Loris, le precisazione sono importanti.
Ma è veramente concluso? Davvero un bel viaggio in giro per la Sardegna. Mi lascia un po’ l’amaro in bocca però, sarebbe stato bello rivedere tutti i personaggi incontrati qua e là, e fare una grande tavolata tutti insieme. In ogni caso, brava! Mi sono proprio divertito a leggere questi tuoi episodi
Ciao, purtroppo uno e` agli arresti domiciliari, un altro (il regista) e` tornato in continente. Mary Spancer e Betta sono ripartite anche loro: una a Londra e l’ altra chissa` dove. Insomma, Susi e Gi’ sole son partite e sole son tornate, a parte Peppino il cugino. E alla fine della storia la vendetta di Ginetta si compie, col sontuoso pranzo “offerto”, a sua insaputa, da Giglio Bellu, che aveva organizzato il piano per noleggiare la Porsche al regista e intascarsi i soldi.
Questo in sintesi, ma soprattutto avevo voglia di cambiare genere.
Grazie di cuore, un abbraccio.
Ma veramente termina qui?! Mi ero abituata così bene ai nostri viaggi lungo quelle coste che non conosco e attraverso gli entroterra che ancora non ho visto. Insieme a te e alle ‘nostre’ amiche su e giù da macchine sportive e meno e dentro e fuori a improbabili alberghetti e ristoranti. Io ti voglio ringraziare perché mi hai fatto sempre una splendida compagnia e hai aperto a tutti noi il tuo cuore grande. Un abbraccio
Grazie Cristiana, senza di te e senza i cari assidui lettori/autori, questa serie un po` strampalata non sarebbe andata oltre il primo racconto. Un esercizio di scittura, molto utile, che spero abbia suscitato sorrisi. Ringrazio te, di cuore, per essere capace non solo di scrivere bene, storie coinvolgenti, ma anche di motivare chi prova a inventare o a ricordare altre storie.
Colgo l’ occasione in questo spazio, per ringraziare anche Nyam, che mi pungolo` per andare oltre il primo di questi trenta racconti, che aveva per titolo: “Ginetta la vendetta”.
Un abbraccio a te 😘 e a Nyam.😘
Chiedo scusa: scrittura e non scittura.
Che bello 😊 grazie a te. Chissà un giorno noi tre a scorrazzare in giro 🫂
Ci hai fatto attraversare la tua bella Sardegna in lungo e largo, ci hai fatto assaporare le sue specialità culinarie, ci hai fatto ascoltare il tuo dialetto sardo (per fortuna con i sottotitoli in italiano), cosa vogliamo di più? Ti rengrassio meda. Ajò! A nos bidere.
Gratzias a vostei, maistu de fueddu po arri’ e no prangi, de sa tribullia in su mundu. A si fueddai in chizi, cun salludi e paxi.
Dialoghi e descrizioni che si amalgamano in maniera scorrevole e piacevole come sempre. Un’ottima prima lettura mattutina, grazie.
Grazie a te, Roberto. In questa lunga sfilza di racconti ambientati in Sardegna, che termina qui, ho voluto osare utilizzando molte espressioni in sardo campidanese e in “itagliano” ibrido. Se avete avuto la pazienza di prestare attenzione anche alle frasi piu`ingarbugliate di Peppino e qualche espressione vi ha fatto sorridere, ne sono lusingata e vi sono grata.
“Un obbligo a cui, molto spesso, non riuscivano a sottrarsi.”
Bellissimo, mi hai fatto ritornare bambino
“Poveri” ragazzi.😊
Ciao ❣️
Iniziamo subito con gli spaghetti all’astice che io amo … 🤩
Continua questa meravigliosa carrellata delle bellezze della Sardegna, immagini descritte così bene che durante il tempo della lettura ci si illude si essere veramente lì.
Complimenti ❣️ ❣️
Ciao Lola, grazie. Questo viaggetto in Sardegna finisce qui, spero che prima o poi, tutti voi che avete letto questi ultimi trenta racconti, vogliate verificare se i vari luoghi, che ho citato e descritto, siano cosi` belli come ho cercato di farli apparire, o anche molto meglio delle mie modeste parole.
“clienti della tavolata al centro della sala avevano iniziato a degustare gli spaghetti all’astice,”
❤️
Ero indecisa tra aragosta e astice, poi mi e` tornata in mente una vecchia storia, vera, molto divertente, che forse un giorno raccontero` e ho scelto l’ astice.
Fortuna che ho letto dopo aver pranzato! Giancarlo! Ricordati di leggere le storie di M.Luisa sempre con qualcosa da sgranocchiare o dopo un lauto pasto!
Io, ogni singola volta che clicco sul link che mi trasporta nel tuo mondo M.Luisa, vengo investito dal profumo dei corbezzoli e del lentischio, dal rumore di onde che si infrangono sugli scogli e dai sapori che riesci a descrivere con una maestria tale, che la mia mano affonda automaticamente nel sacchetto di qualunque snack trovo a portata di mano… spettacolare! E poi finalmente si scoprono gli altarini: il chi, il come ed anche il perché! M., anzi… Luisa (pronunciato con due tonalità più basse e con un falso accento spagnoleggiante) tu sì ca sì scicchigna! * trad.: Luisa, tu sì che sei superdotata!
Ovviamente nel senso buono e non letterale! Mi è venuto in mente, comunque, grazie al tuo: “Membro di cavallo!”
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Che matto che sei, Emiliano, in senso buono: simpatico e fuori dagli schemi. Una bella sfida tra il mare e la buona cucina della nostra isola e la vostra. Prima o poi verro` ad ammirare qualche bella localita` e ad assaggiare le vostre specialita`. Mia cognata e` stata a Catania, un mese fa, e mi ha detto di aver mangiato benissimo, varie pietanze tipiche e soprattutto dolci deliziosi.
Su quali siano le mie doti non saprei, non vorrei deluderti ma, di sicuro, non ho quelle citate dal cugino scurrile di Gi’.
Ciao, a presto.
Catania è proprio la mia città! E se ha scelto i posti giusti e le pietanze tipiche azzeccate, allora ci credo che ha mangiato davvero bene. I dolci poi hanno praticamente una storia a parte… Ti spedirei quelli della pasticceria Quaranta. Comunque siamo pieni di buone pasticcerie, in pratica il glucosio te lo iniettano con dei tini usati in enologia…
In ogni caso le tue super doti sono l’eccezionale vena ironica che riesci ad utilizzare per carezzare, per punzecchiare e anche per far riflettere.
Effettivamente “scicchignu” lo si usa per complimentarsi tra maschietti, ma sempre con un’accezione positiva. Comunque molti vocaboli dialettali sardi somigliano tantissimo ai nostri: cavaddu, non ci pozzu cririri… ma altri sono proprio una lingua di un altro pianeta!
Qui ci vuole una ripassata agli episodi precedenti, ricordo il caso della Porsche, ma non tutto mi torna chiaro.
Ciao Francesco, se avessi la pazienza di rileggere gli ultimi trenta racconti, a partire da “Ginetta la vendetta”, escludendo “Rumore”, potrebbe essere tutto piu` chiaro. Non escludo, pero`, qualche incongruenza e sarei grata a chi, eventualmente, volesse farmela notare.
In tutti i casi, ti ringrazio per le tante letture per e i tuoi numerosi e utili commenti, fino a quest’ultimo.
Una brillante soluzione del mistero e della storia tutta, scritta con la tua abituale verve e con tanta ironia.
Complimenti.
Un solo appunto: pubblicare una storia così poco prima di pranzo è una cattiveria. Sono affamato e sto aspettando che mio figlio esca da scuola.
Spaghetti, panino 🍔 o hamburger?
Grazie Giancarlo. Se ti ho trasmesso un po` di buonumore, sono contenta anch’io.