
Panta rei
Serie: I viaggi di Elisa C. Ritorno a Piantorto
- Episodio 1: Ritenta, sarai più fortunato
- Episodio 2: Bisogna imparare a lasciarsi sorprendere
- Episodio 3: Panta rei
- Episodio 4: Quando tornare a casa non è come te lo aspettavi
- Episodio 5: La mia nemesi
- Episodio 6: Il mondo è bello perché è vario
- Episodio 7: Noi andiamo al Manhattan, vieni?
- Episodio 8: Come si vive una vita immobile?
STAGIONE 1
Ciò che mi rimase del matrimonio di Irien e Clara fu un alone violaceo intorno all’occhio che, per fortuna, scomparve nel giro di pochi giorni. Giusto in tempo per il mio prossimo colloquio di lavoro che incombeva minaccioso su di me con le sue domande comportamentali e frasi di circostanza.
Non riuscivo a credere che la cosa più emozionante che mi fosse successa nell’ultimo mese fosse aver ricevuto un bouquet in faccia. Mentre i miei genitori si godevano la tanto agognata, quanto sudata pensione in progetti creativi che avrebbero permesso loro di rimettersi in gioco e reinventarsi, io ero tornata al punto di partenza. Mentre Irien e Clara si preparavano per la loro luna di miele alle Maldive, gentilmente offerta dai rispettivi genitori, io ero rimpatriata senza prospettive. Mentre Sonia sfrecciava da Piantorto al Manhattan tutte le sere con la sua auto ibrida, gongolandosi nella sua amata routine, io non avevo alcun piano per il mio futuro. Men che meno per il mio presente.
Rimuginavo su tutto questo, osservando la mia immagine riflessa nello specchio e massaggiandomi lo zigomo con una pomata per traumi, cercando di evitare i graffi provocati dallo sfregamento dei gambi dei fiori cui non erano state adeguatamente recise le spine.
Mi ero illusa di essere cambiata grazie al mio viaggio intorno al mondo, di essere diventata più coraggiosa o di essermi tracciata una strada. Al contrario ero messa peggio di prima: ancora a casa dei miei genitori, ancora in cerca di lavoro, ancora senza alcuna mira lavorativa, ancora ignava, ancora immobile. Un ricordo fece capolino, ferendomi più di quel bouquet spinoso.
Qualcuno una volta mi definì un soprammobile, alludendo alla mia perenne imparzialità e al mio costante trovarmi ai margini della vita. Prima della mia partenza stavo sempre in seconda fila, mai abbastanza spavalda per prendere posto in prima fila, ma troppo curiosa per essere ultima; difficilmente prendevo parola in un gruppo, diffidente, timorosa del giudizio altrui; non ero mai al centro dell’attenzione, non prendevo mai decisioni in gruppo, sempre costretta nel mio ruolo autoimposto di soprammobile. Sentirmi definire così fu uno schiaffo e una presa di coscienza allo stesso tempo. Perciò, partii. Non volevo vivere la mia vita come un soprammobile, volevo cambiare me stessa, vedere il mondo, formarmi un’opinione ed essere finalmente chi volevo.
E ci ero riuscita.
Ero diventata una persona coraggiosa: la ragazza che se ne era andata di casa per inseguire un sogno, per cambiare il proprio destino.
Andrej alla festa mi aveva raccontato che anche lui aveva passato gli ultimi dieci anni della sua vita a girovagare per il mondo, soltanto che alla fine il suo viaggiare si era trasformato in uno scappare. Ciononostante, non intendeva tornare nel suo paese natale tra le montagne serbe, ma desiderava trovare un posto in cui sentirsi a casa.
-Perché non vuoi tornare in Serbia?-
-È passato molto tempo, né io né il mio paese natale siamo più gli stessi. La vita è come un fiume: scorre, sempre ed inesorabilmente, e non è possibile bagnarsi nelle stesse acque due volte.-
Le sue parole mi suonarono familiari e risvegliarono ricordi di giornate passate sui libri di filosofia al liceo, cercando di capire qualcosa di quella materia.
-Ho lasciato la Serbia per vari motivi e quando vi sono ritornato, dopo alcuni anni, tutto era cambiato. Non vi riconobbi più ciò che avevo lasciato alla mia partenza, ma non vi trovai neppure ciò che cercavo e che ancora cerco.-
Io e Andrej eravamo simili in fondo: due anime tormentate da sogni di gloria, alla ricerca di qualcosa che non sono neppure in grado di definire. Parlare con lui mi aveva dato la conferma che stavo cercando, ma che non ero ancora stata in grado di riconoscere: a Piantorto non avrei trovato la felicità. E non era così grave se non ero ancora stata in grado di definirmi entro coordinate specifiche; non era un male non essere ancora riuscita a capire cosa volessi diventare. Era già un passo avanti essere capace di dire ciò che non volevo essere: non volevo essere un soprammobile, non volevo essere una Clara, non volevo essere nessun altro se non me stessa. Non volevo restare ferma, non volevo farmi definire dagli altri, non volevo avere rimpianti.
A quel punto non fu difficile decidere il da farsi. Annullai il colloquio di lavoro, un lavoro che avrei odiato. Telefonai ad alcuni amici in Corea, Argentina e Canada. E attesi. Finché uno di loro mi trovò un lavoro come insegnante di inglese per un anno. E partii, consapevole che questo, forse, avrebbe potuto essere il mio destino, ma che finalmente, non ero più un soprammobile.
Fine.
Serie: I viaggi di Elisa C. Ritorno a Piantorto
- Episodio 1: Ritenta, sarai più fortunato
- Episodio 2: Bisogna imparare a lasciarsi sorprendere
- Episodio 3: Panta rei
- Episodio 4: Quando tornare a casa non è come te lo aspettavi
- Episodio 5: La mia nemesi
- Episodio 6: Il mondo è bello perché è vario
- Episodio 7: Noi andiamo al Manhattan, vieni?
- Episodio 8: Come si vive una vita immobile?
La frase che ho evidenziato e commentato, racchiude il Cuore di questo racconto. A volte è difficile trovare il “nostro” posto, va prima cercato dentro di sé. Di sicuro non ha coordinate geografiche bene definite. Ho apprezzato questa tua storia, l’introspezione della protagonista; non riuscire a trovare una collocazione non è cosa solo della gioventù, a volte ci si sente persi in questo mondo. Ho amato il paragone con il “soprammobile”, davvero azzeccato. Serve coraggio per non arrendersi alla via più facile
Grazie di aver letto fin qui, Micol. I tuoi commenti mi fanno davvero piacere. E sono contenta che qualcuno si riveda un po’ in Elisa 🙂
“È passato molto tempo, né io né il mio paese natale siamo più gli stessi. La vita è come un fiume: scorre, sempre ed inesorabilmente, e non è possibile bagnarsi nelle stesse acque due volte.-“
Bellissima, questa frase è un gioiello