Papà, mi racconti ancora…

«Papà, mi racconti ancora di Pinocchio?»

Cesco guardò fuori della finestra. Era quasi sera ed il sole doveva essere ormai basso all’orizzonte, dietro la spessa coltre di nuvole che toglieva colore e profondità ad ogni cosa. Nuvole di cenere radioattiva, che avevano portato via ogni forma di vita da quella terra.

Era l’inverno nucleare, che durava già da sei mesi e sarebbe stato ancora lì quando lui non ci sarebbe stato più.

Robbie, con il suo visetto tondo e gli occhi grandi da cartone animato, aspettava paziente la sua storia.

È dura, la solitudine. Soprattutto quando non puoi più parlare con nessuno. Cesco era stato un professore universitario, uno abituato a parlare alla gente. Ora odiava il suono della propria voce e la propria immagine allo specchio.

Aveva rimpianto per tanto tempo di non avere qualcuno, magari un figlio, a cui potesse insegnare tutto quello che aveva imparato. Mastro Geppetto avrebbe saputo cosa fare, ma Cesco non sapeva intagliare il legno, e non aveva il ciocco di legno magico di Mastro Ciliegio. Però conosceva un’altra magia, una che aveva coltivato per anni con i suoi studi, chiamandola scienza. Così, un giorno, tanto per passare il tempo, si disse, collegò il suo notebook graffiato e impolverato al piccolo e quasi inutile pannello solare che aveva buttato in un angolo. La fioca luce che filtrava dalle nuvole dense di cenere generava pochissima energia, che a stento poteva accendere un paio di lampadine. Ma per il vecchio computer portatile sarebbe bastata.

Impiegò diversi mesi ad impostare la rete neurale. Di giorno, quando il vento imperversava e portava da nord la cenere mortale, lui restava chiuso in casa a digitare veloce sulla tastiera scolorita; di notte, quando il vento calava, si sigillava dentro una tuta usa-e-getta da protezione sanitaria ed usciva a cercare provviste. Di quelle tute ne aveva trovate a migliaia nei sotterranei dell’ospedale, insieme alle mascherine FFP2. Erano tutto quello che restava della lunga lotta alla pandemia che aveva disastrato il mondo, subito prima che Russia e NATO ricominciassero a picchiarsi come due bulletti di strada. Poi, alla pandemia non ci aveva pensato più nessuno. E ora probabilmente era morto anche il virus.

Quando la rete fu pronta, Cesco attivò l’interfaccia grafica e l’unità di comunicazione vocale ed ascoltò Robbie che lo salutava per la prima volta.

Addestrare una rete come quella non sarebbe stato facile. Le reti neurali artificiali più sono complesse, più dati e tempo richiedono per essere addestrate. E poiché quella era la rete più complessa che lui avesse mai creato, ci sarebbe voluto molto tempo per fornirle i dati ed insegnarle a dar loro un senso.

Robbie stava ancora aspettando la sua storia, e Cesco ricominciò a raccontare. «C’era una volta un vecchio falegname…»

Robbie ascoltava ed imparava. Un giorno Cesco avrebbe finalmente potuto parlare con lui di calcio e di politica, e di come erano fatte le donne.

E un giorno, quando Cesco non ci sarebbe stato più, forse Rob avrebbe incontrato qualcuno come lui, magari sulla rete satellitare che il vecchio stava cercando di ripristinare, ed avrebbero parlato, magari di come l’uomo avesse creato loro, prima di distruggere sé stesso.

Avete messo Mi Piace6 apprezzamentiPubblicato in Narrativa

Discussioni

  1. “Erano tutto quello che restava della lunga lotta alla pandemia che aveva disastrato il mondo, subito prima che Russia e NATO ricominciassero a picchiarsi come due bulletti di strada. Poi, alla pandemia non ci aveva pensato più nessuno.”
    Eccoci qui!😃

  2. “subito prima che Russia e NATO ricominciassero a picchiarsi come due bulletti di strada. Poi, alla pandemia non ci aveva pensato più nessuno. E ora probabilmente era morto anche il virus.”
    Bellissima sequenza, in poche righe hai racchiuso una catena di eventi infinita, non è facile

  3. Mi unisco al coro, ho trovato questo racconto davvero buono. Amo il distopico, potrei essere di parte, ma è anche ben scritto e non è facile condensare in poche righe un mondo: tu sei riuscito a farlo e a farci entrare il lettore completamente.

  4. Ciao, Giancarlo. Perché metti in forse altre tue pubblicazioni? Io, a parte un paio di piccolezze da rivedere, l’ho trovato un buon racconto. Pubblicando potrai sicuramente migliorare il tuo stile attraverso i commenti che ti arriveranno. La storia di un futuro distopico affascina spesso e tu hai colpito nel segno con i riferimenti all’attualità e al recentissimo passato. E’ triste pensare che quello potrebbe essere un futuro possibile, e questo coinvolge il lettore. Mi è piaciuto anche il parallelismo tra Pinocchio e il computer.
    Direi dunque che come esordio non c’è male!

  5. Mi piace il tuo racconto. Scritto molto bene, sembra lo script per un film. Immagino un’atmosfera giallognola e polverosa un po’ alla Wall-e. Anche il tuo Robbie me li ha ricordato. Romantico il rapporto che c’è fra i due e bello il finale aperto, carico di speranza.

  6. Ciao, benvenuto. Questo tuo racconto racchiude, tutte insieme, al completo, le caratteristiche che amo di piu` nei testi pubblicati in questo spazio virtuale. La prima e` l’ inventiva, la capacita ` di immaginare storie che non esistono. La seconda sono i riferimenti alla realta` attuale che ci circonda. La terza sono le il genere di emozioni e l’empatia che suscita. La quarta gli spunti di riflessione. E infine la forma, da cui poter attingere, possibilmente, per migliorare.
    Quindi grazie di aver scelto Open e… a presto, col tuo prossimo racconto.

  7. Ciao Giancarlo, benvenuto su questa bella comunità e complimenti per il primo racconto. Devo dire che sono stata attratta alla lettura dall’immagine che hai scelto, che mi ha ricordato tanto Bobo Staino, da poco scomparso. E non mi sono pentita della mia decisione di leggerti, anzi, mi è venuta voglia di leggerti ancora.

    1. Grazie per il benvenuto, Nyam, e grazie per le parole di apprezzamento. Non so ancora quando posterò altri racconti. C’è stato un periodo alcuni anni fa in cui mi ero convinto che avrei trovato un editore che avrebbe apprezzato i miei lavori, ed ho scritto alcuni racconti e tre novel ma sembra che io mio stile, o l’argomento, o tutto insieme, non siano vincenti. Ho conservato tutto in un cassetto ed ho continuato la mia vita. Ma ci ripenso, ogni tanto. E mi dispiace.