
Parigi è lontana
Ti piace0 apprezzamentiPubblicato in NarrativaÈ morto. Così ho sentito dagli stallieri, ma non ci credo.
Potrei aver capito male: parlano inglese e io sono sordo da un orecchio.
Devo aver capito male.
“Le grandi battaglie si vincono con l’artiglieria.” Diceva lui. Io ho imparato che se stai troppo vicino all’artiglieria perdi l’udito.
Palle e granate perforanti schizzavano attorno dopo ogni boato di cannone. Un cavallo normale avrebbe dato di matto per molto meno. Io no. Sono stato addestrato bene; ubbidiente, devoto. Dovevo esserlo.
Un Alessandro Magno pretende come minimo un Bucefalo al suo fianco.
Ero il cavallo dell’Imperatore. Di un generale che un impero se l’era costruito con caparbietà, strategia e marce forzate. Imperatore poi… ci si era proclamato da sé.
Noi insieme sul campo di Austerlitz, quindi a Jena e ancora a Wagram. Poi catturati, separati.
Dopo la conquista dell’Europa, l’esilio su un sasso in mezzo al mare. Una versione giocattolo, in miniatura, di quell’impero che si era guadagnato a morsi. Ma poi era tornato.
Non poteva rassegnarsi. Lo sapevo io e lo sapevano anche i suoi soldati. L’ho aspettato. Lui è venuto a prendermi e mi ha portato di nuovo con sé là dove romba e saetta la Storia.
Cento giorni. Waterloo. Un altro sasso in mezzo al mare. Questa volta ancora più lontano. “Non importa, tornerà anche da laggiù”, pensavo. Ma quando? Ero stanco di non sapere. Ero stanco di dipendere da chi non credeva che lui sarebbe tornato, che lui sarebbe venuto di nuovo a prendermi.
Avevo incubi ricorrenti. Il gelo. La Russia. Le steppe. Vedevo piccoli soldati arrampicarsi sulle mie zampe come formiche. Mi svegliavano le zecche.
L’attesa logora i nervi e morde le caviglie, soprattutto quando si è in mano nemica.
Ho accumulato tanta stanchezza aspettandolo, chili, negli anni tonnellate, che sotto il peso di altra stanchezza si sono trasformate in rabbia acida che mi bucava lo stomaco. Una rabbia che non ho mai sfogato e mi fa ancora venire voglia di piangere e scalciare.
Non è più tornato. So che non è davvero morto. Non può esser morto, non ci credo.
Deve esserci un altro al posto mio. Per me era speciale. Lui, invece, mi ha dimenticato, non gli interesso più.
Il disinteresse appiattisce tutte le personalità. Siamo tutti uguali quando non ci importa più di qualcuno. Sono tutti uguali quelli a cui non importa più di noi e sono tutti uguali quando se ne vanno.
Mi hanno venduto a un tenente colonnello facoltoso, un militare qualsiasi che, comprandomi, ha creduto di potersi appropriare di una fetta di storia, di una parte della gloria di chi mi cavalcò.
Parigi è lontana. Una volta sfilavo sui boulevards alla testa di un esercito regolare di centoquarantamila uomini, col quale Napoleone era rientrato dall’esilio all’Elba. Dopo la parata gli stallieri strigliavano con rispetto il mio pelo lucido e la criniera, si prendevano cura dei miei zoccoli.
Ora, sedici anni dopo, un uomo con un camice bianco spazzola le mie ossa dopo avermi lasciato ventiquattro ore in una vasca di acqua calda e perossido di idrogeno.
Uno dei mie zoccoli, definitivamente separato da me, fa da posacenere a un ufficiale inglese.
Ho sentito che il mio scheletro sarà ricomposto su un sostegno metallico ed esposto come un trofeo al Royal United Services Institute.
Ora so che la Grande Armée ha perso per sempre.
Oltre che molto interessante dal punto di vista storico, offre anche lo spunto a parecchie riflessioni. Bellissimo: “Il disinteresse appiattisce tutte le personalità”, sposta il punto di vista negli occhi di chi guarda. Inoltre è scritto molto bene, con un uso sapiente delle parole e un flusso di coscienza che appassiona. Veramente bravo!
Originale raccontare la storia di Napoleone con gli occhi e gli zoccoli del suo cavallo. Scorrevole nello stile ed empatico, lascia proprio un senso di malinconia e di sconfitta. Bello
La ringrazio molto.