
Parlando con la Luna
Serie: Cuori Solitari
- Episodio 1: Credo che in Giappone
- Episodio 2: Parlando con la Luna
- Episodio 3: Lonely Hearts
- Episodio 4: L’Alba
- Episodio 5: L’insostenibile pesantezza dell’etere
- Episodio 6: Segno di Pace
- Episodio 7: Mangiafuoco
- Episodio 8: Le Parole Perdute
- Episodio 9: Inverno Nucleare
- Episodio 10: Il ragazzo di Sabri
STAGIONE 1
Non pretendo di essere compreso. Come voi ho respirato l’aria, navigato i mari, vissuto gli inverni rigidi e le rigogliose primavere. Ma quanti hanno visto ciò che io ora vedo, o sentito ciò che ora sento? Tutto è accaduto nell’arco di un istante, in una notte di vento e nuvole, e la sola cosa che posso dirvi dal profondo del cuore è: non fissate a lungo la Luna piena.
Mi chiamo Rob Avern. La mia vita è trascorsa inosservata ai più, in un’anonima cittadina nel bel mezzo del nuovo continente. Avevo un lavoro, una casa e perfino un giardino dove, nelle sere di maggio, amavo sedere sull’erba, sentirne la freschezza, sfiorarla con il palmo della mano. E anche se ho lavorato, camminato, viaggiato con voi e tra voi, qualcosa di profondo ci separava. Eravamo vicini e lontani, così apparentemente simili eppure intimamente diversi. Voi e io, entità distinte, ignare l’una dell’altra, sempre contrapposte. Era sorprendente come, anche dopo anni, continuavo a meravigliarmi del modo in cui riuscivamo a incrociarci senza che vi fosse alcuna reciproca influenza: quando i vostri occhi guardavano in una direzione, i miei puntavano l’altra; se correvate, io rallentavo; voi parlavate e io, inevitabilmente, tacevo. E che dire di quanto i nostri pensieri fossero distanti? Non poche volte avete riso quando io ho pianto, e chiuso gli occhi là dove i miei hanno continuato a guardare.
Così non mi avete cercato, pensato, né parlato e io vi ho cancellato da ogni ricordo. È stato un rapporto paritario quello che ci ha uniti e divisi. Forse in un remoto passato non fu così, ma non conservo memoria di un tempo tanto lontano. Un vuoto inestricabile dimora nella mia mente, sorta di buio assoluto, profondo almeno quanto la paura di entrarvi. Non una sola immagine rischiara l’oscurità e i racconti dei familiari più intimi, radi e frammentari per la verità, non fanno che gettare ombre su ombre. Tutti eccetto uno, il mio primo ricordo, vagito iniziale di una vita che, di fatto, è nata solo allora.
Avvenne in giovane età, allorché fui colpito da una violenta febbre. Entrai in un dormiveglia innaturale, presto giudicato irreversibile. La scienza medica aveva riconosciuto la propria impotenza; non si attendeva che il momento del trapasso. Ricordo un silenzio senza fine, la percezione dell’immobilità e una tensione costante che tanto, troppo si allontanava dalla condizione del sonno. In quello stato, nel ristagno di un tempo lungo eoni, mi sembrò di scorgere un bagliore di fiamma, mentre intorno sommessi bisbigli si fondevano in un brusio confuso che solo dopo riconobbi essere quello di una moltitudine. Due parole, al di sopra delle altre, si ripetevano con eco incessante, rafforzata dai desideri che esse evocavano: “fuoco” e “odio”. Giunsi allora a un grande falò e rimasi immobile a osservarlo, mentre le sue fiamme instillavano la loro luce tremolante nei miei occhi stregati. Fu allora che mi svegliai, con gran meraviglia di tutti.
Si gridò al miracolo ma posso giurarvi che no, non fu così.
Crebbi senza conoscere emozioni particolari; al contrario, presto manifestai una rara indifferenza e in più di un’occasione mi fu rimproverata una freddezza prossima al cinismo. In verità, mai il mio cuore conobbe compassione e, laddove ebbi modo di scegliere, nessuno scrupolo m’impedì di punirvi. Mi meravigliavo di come accettavate la sofferenza, chiaro indizio del vostro intimo essere: non eravate che criminali coscienti delle vostre colpe. A volte, lo confesso, cedetti alla tentazione di cercare io stesso l’occasione di strapazzarvi e il piacere che ne ricavai mi scaldò come quel fuoco, che ancora vedo riflesso in fondo ai miei occhi scuri come la notte. Preda e cacciatore, ecco il legame che occasionalmente ci unì… al di fuori, il nulla.
La conobbi una mattina d’inverno. Mi colpì per il modo di vestire, ma la sua bellezza era di quelle che non passano inosservate. Ebbe l’imprudenza di ricambiare il mio sguardo e questo segnò la sua condanna. O, forse, la mia.
Ci conoscemmo frequentandoci durante lunghi giorni, e con lo scorrere del tempo compresi di avere di fronte il più succulento bottino in cui potessi imbattermi: era una sposa promessa. Alla voglia di possederla si aggiunse quella, irresistibile, di distruggere. La desideravo e con lei i sogni, la sua vita e le speranze. Soprattutto, bramavo di strapparla a lui, lui che non poteva neanche immaginare ciò che avrei fatto per stringerla a me. Lui che, in fondo, era soltanto uno di voi.
Attesi la data del matrimonio con l’istinto limpido di un assassino. Quel giorno fu per me un incubo… quando udii in lontananza le campane a festa, corsi nell’angolo più nascosto della casa, la testa tra le mani, nel vano tentativo di sfuggire a quel suono che muoveva in me un oceano schiumoso di rabbia impotente. Ma trovai la forza di superare quel momento e bastarono pochi mesi perché lei fosse mia, mia con tutti i suoi pianti, i pentimenti, i silenzi. Averla vicino era un trionfo: cos’era quella donna, se non il fiore più bello che potessi strapparvi? Gli istanti insieme furono sempre pieni di emozioni. Non conobbi limiti, accesi nei miei occhi il fuoco della passione perché lei vi si scaldasse, colmai la bocca di nuove parole per regalarle un sogno. E alla maniera che concepì il filosofo, vivemmo ogni giorno come fosse l’ultimo.
Poi com’ero apparso me ne andai, senza lasciar traccia. Ma il fato mi attendeva, paziente, in agguato.
Una sera tornai più tardi del solito. Mi sentivo stanco, spossato, così mi coricai senza cenare. Pigramente lasciai le imposte aperte: fuori scendeva una notte di vento e nuvole. Giacevo immobile nella stanza buia, a tratti accesa da un chiarore sfumato che faticava a emergere tra le nubi agitate. Non riuscivo a prendere sonno; qualcosa mi turbava. Fu un caso se i miei occhi incrociarono il varco improvviso che squarciò il cielo, quando incrociai la Luna piena. E il ricordo di un attimo vissuto esplose con una forza devastante: lei stava di fronte, mentre il Sole scendeva dietro di me, infiammando l’orizzonte. Il colore intenso del tramonto accendeva le sue efelidi che, contro ogni mia volontà, mi stregavano. Nel tentativo di riprendere il controllo le chiesi, d’impulso, se volesse fuggire con me. In quell’istante, nelle sue iridi sfrangiate di verde e castano balenò l’immagine di un mondo nuovo, dove ogni cosa si sarebbe profumata e vestita di noi. Dove tutto sarebbe stato musica. Mentre dalle labbra le usciva un “sì”, il respiro mi morì in petto. Quel suono fu talmente potente che, potrei giurarlo, non ne avrei cercati altri nella mia vita.
Ebbi un sussulto come risvegliandomi da un sogno. I raggi lunari, che rischiaravano un’anima avvezza all’oscurità, avevano un che di sovrannaturale. Piansi sommessamente, con quelle lacrime il cui sapore non va più via.
Uno, dieci, cento anni sono trascorsi da allora. Oggi vi vedo passare veloci e indifferenti, mentre allontano quei cartoni che sono la mia casa, tanto diversa da quella di un tempo. Ogni giorno è per me un luogo diverso, eppure voi siete sempre uguali: correte chissà dove, evitandomi con cura. A volte mi sposto al centro della strada, tra fari impazziti e lamiere, sfregando la mia pelle devastata dalle pulci e urlando frasi senza senso, solo per vedere i vostri occhi roteare nella vana ricerca dell’unica via che conoscete, quella della paura, capace di sottrarvi al mio sguardo che non potreste sostenere né ora, né mai.
Perché vedete, qualcosa ci divideva un tempo e qualcosa ci separa ancora: mentre vivete imprigionati nelle vostre misere vite, scansando con ogni mezzo il pensiero della morte, chi ha parlato con la Luna alza lo sguardo solcando i cieli pieni di stelle, notte dopo notte, pregando che sia l’ultima.
Serie: Cuori Solitari
- Episodio 1: Credo che in Giappone
- Episodio 2: Parlando con la Luna
- Episodio 3: Lonely Hearts
- Episodio 4: L’Alba
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- Episodio 6: Segno di Pace
- Episodio 7: Mangiafuoco
- Episodio 8: Le Parole Perdute
- Episodio 9: Inverno Nucleare
- Episodio 10: Il ragazzo di Sabri
Mamma mia! Non puoi non essere uno scrittore professionista. Non dico altro per non cadere nel ridicolo ma ti ammiro, per la cura e la potenza, per la padronanza nel gestire tempi, verbi e vocaboli.
Un rinnovato grazie, soprattutto per aver esplicitato questo tuo apprezzamento.
No, non sono affatto un autore professionale, bensì uno dei tanti che puoi trovare qui.
Voglio pensare, semmai, che lo sono insieme a voi.
Un testo come questo, pur nella sua brevità, è frutto di un lungo lavoro di perfezionamento. Di certo, qui esprimo il massimo sforzo nell’emulare il mio indiscusso mentore, Edgar A. Poe. Ma un maestro di scrittura come lui, che dire…
La contrapposizione Voi/Io è probabilmente qualcosa che fa sentire partecipe il lettore: siamo isole vaganti in un mare senza fine.
Di nuovo un grazie di cuore.
Nel tuo bellissimo racconto ci ho visto il vagare del personaggio. Un “vagare” più che altro spirituale, un emarginazione che purtroppo in certi casi potrebbe rispecchiare la realtà.
Trovo il tuo stile un turbine di emozioni, una marea di luci, accese, sfuocate, delle volte alternate all’oscurità. Molto bello. Complimenti 😉
Di nuovo un ringraziamento sentito. Ti considero un ottimo autore e puoi capire come sia sincera questa gratitudine.
Una piccola curiosità, questo è l’unico dei miei testi presenti qui a essere stato scritto, almeno nelle intenzioni, con uno stile “edgariano”. Stile di cui ho ieri parlato, citandoti, in un commento a
@gabriel-e_02 (Gabriele Pagani) nel suo racconto “Mors”.
A presto.
“In quell’istante, nelle sue iridi sfrangiate di verde e castano balenò l’immagine di un mondo nuovo, dove ogni cosa si sarebbe profumata e vestita di noi. Dove tutto sarebbe stato musica.”
Che bel passaggio!! Veramente! Emozionante, bellissime parole.
Riconosco qualcosa in questo tuo stile. Sono sincera. Può essere che mi sia imbattuta in qualche tuo scritto, oppure sono solamente farneticazioni. Eppure, è come se ti leggessi da molto. Qualcosa di antico e tuttavia la freschezza della novità, della trasformazione. Le tue parole, scelte con cura e attenzione, la donna, essere tormentato e che tormenta con quelle ‘iridi sfrangiate di verde e castano’, il buio, la luna. L’uso del passato remoto che dà maggior valore stilistico al testo. C’è anche molta musica nel tuo testo, si sente e si percepisce come melodia di fondo che accompagna il tutto. Splendida l’immagine finale, l’uomo-lupo che ulula alla sua luna.
Per quanto riguarda lo stile, è assolutamente probabile che tu abbia trovato qualcosa di simile, non di mio però. Il genere è diffuso e ha strutture, credo, abbastanza omogenee pur nelle naturali peculiarità degli autori.
Mi sorprende, molto in positivo, l’immagine finale che hai voluto dare.
Sulla musica, ho spiegato in un precedente commento come non sia merito mio. Moon over Bourbon Street, questo il consiglio della mia impareggiabile consulente.
Grazie dell’apprezzamento.
Bel racconto, scritto bene. Un “viaggio psichiatrico” dentro la mente degli SDF, una diversità sottolineata fin dalle primissime battute: io e voi.
Il titolo e il riferimento alla luna mi hanno fatto pensare a un’ispirazione di matrice felliniana, ma probabilmente è solo una coincidenza. Tra le righe mi sembra invece di cogliere un riferimento (un omaggio) a Comfortably numb dei Pink Floyd.
Una domanda: perché le due tag che rimandano a New Orleans?
Suppongo che per SDF tu intenda i senza fissa dimora.
Hai voluto intendere con il termine “psichiatrico” un vero e proprio sdoppiamento, e io rispetto questa tua interpretazione che comunque mi fa raggiungere l’obiettivo primario, quello di creare un baratro tra “io e voi”. Ma le prossime righe daranno qualche visuale ulteriore.
Grazie di questo apprezzamento, ancor più gradito per le domande di accompagnamento. Questo mi dà la misura del reale interessamento, o almeno così la vedo io.
Non sono un patito di musica: non lo sono affatto. Ma una mia amica davvero cara, che legge senza eccezioni i miei testi in anteprima, non perde occasione di abbinarci dei pezzi musicali. Lei ha davvero le note nel sangue. Ora, questo connubio sembra funzionare, tanto che non di rado plasmo i miei scritti con le sue proposte. In breve, lei ha tirato fuori dal cilindro “Moon over Bourbon Street” di Sting. Da qui New Orleans. Avevo anche aggiunto, come doveroso ringraziamento per la mia bravissima consulente, la clip video ma un problema di formattazione mi ha costretto a eliminarlo (sono in una fase in cui la pubblicazione va approvata).
Il riferimento felliniano mi lusinga molto, ma siamo un pò troppo in alto credo. Però grazie.
Si, scusa. Ho scritto senza pensare SDF per l’abitudine a chiamarli così qui da me.
Intendo per viaggio psichiatrico proprio quel baratro di cui parli, che viene continuamente tirato in ballo durante tutto il racconto. Quel baratro che sembra passare attraverso un’esperienza di coma (o qualcosa del genere), attraverso un “amore atipico” , – che sembra avere connotati violenti – che porta alla rinuncia della bella casa con il giardino per la vita in mezzo ai cartoni.
Avevo creduto al riferimento musicale che ho citato e che mi è venuto in mente leggendo il paragrafo “avvenne in giovane età (…) con gran meraviglia di tutti”: ci ho visto delle similitudini.
Mi aveva incuriosito la coincidenza che Bourbon Street si trova a New Orleans e che la scrittrice Anne Rice era della stessa città.
Con matrice felliniana mi riferisco all’ultimo film del regista, “la voce della luna”, tanto più che è tratto dal libro “il poema dei lunatici”, ispirato questo da racconti di pazienti degli ospedali psichiatrici.