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Serie: I marchi sulla pelle


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: .

Mya era sveglia da un po’ ormai, ma non riusciva a staccare gli occhi dal profilo di Resia. Se ne stava accovacciata sulla cassapanca posizionata sotto una piccola finestra, intenta ad osservare al di fuori di essa un qualcosa di invisibile. Non avrebbe saputo dire da quanto tempo stesse ammirando la gamba destra penzoloni, il mento poggiato sul ginocchio sinistro piegato e i capelli intrecciato da un lato del capo, ma liberi nella lunghezza. Avrebbe dato qualsiasi cosa per sapere a cosa stesse pensando e si diede immediatamente della stupida, poteva chiederglielo. Poteva farlo davvero senza alcuna ripercussione.

-Resia?- chiamò mettendosi a sedere.

L’altra si voltò di colpo, come se fosse stata presa in flagrante mentre si concedeva l’umana debolezza di riconoscersi del tempo per pensare. Saltò giù nel suo militaresco silenzio e le si avvicinò immobile in un soffio d’aria.

-Facciamo due passi?- le domandò con un sorriso accennato.

L’altra provò a ricambiare, ma nonostante fosse lì da circa dieci giorni, Mya comprendeva che per Resia fosse complicatissimo lasciarsi andare davvero. La vide sbrigarsi a prenderle un mantello caldo, infilare i pugnali nella cintura dietro la schiena e gettarsi alla svelta qualcosa sulle spalle nude. La seguì fuori la capannina, respirando a pieni polmoni l’aria fredda di un mattino di montagna.

-Vorrei parlare con te- esordì la Lady a pochi passi da lei –Se vuoi- si affrettò ad aggiungere notando l’irrigidimento dell’altra.

Resia si voltò e tra i suoi lineamenti pascolarono diverse emozioni, ma poi annuì una sola volta e Mya si sentì incredibilmente felice.

-Vieni, ti mostro un posto.

Sorrise nel notare che finalmente avesse abbandonato le formalità e quel tono di voce quasi spensierato, non glielo aveva mai sentito prima. Si affrettò a seguirla non senza difficoltà lungo un sentiero che attraversava il bosco e costeggiava la montagna. Resia gettava sempre uno sguardo alle sue spalle, per accertarsi che la Lakas non avesse bisogno di aiuto. Un paio di volte le porse la mano per superare un ostacolo troppo alto, diverse le indicò dove mettere i piedi per non scivolare. Mya aveva le gote lo stesso colore dei capelli e nonostante facesse ancora freddo, seppur la neve iniziava a sciogliersi, la fronte sudata. Sollevò lo sguardo su Resia e provò una sana invidia nel vederla saltellare con un’agilità che aveva visto solo nei gatti mentre lei, nonostante l’avessero vestita con pantaloni e stivali lasciando da qualche parte sfarzi e merletti, si sentiva goffa e intralciata.

-Tutto bene?- domandò Resia a metà tra il preoccupato e il divertito.

-Certo! Devo solo capire che cosa ti davano da mangiare da bambina per aver fatto una scalata così impegnativa e non risentirne affatto!- rispose con fiato rotto.

-Per lo più zuppa. Siamo quasi arrivate. Ne varrà la pena.

E Mya lo sperò davvero perché era a un passo dal crollare tra le foglie.

Percorsero ancora un po’ di strada scendendo lungo un’increspatura nella montagna, ma appena il terreno tornò pianeggiante, di fronte ai suoi occhi si parò un piccolo lago. I raggi del sole si buttavano nell’acqua creando giochi di luce e mettendo in mostra colori visibili solo nei sogni. Mya rimase a bocca aperta e occhi sgranati, non aveva mai visto nulla di simile.

-È… bellissimo.

Resia le tese una mano e la scortò fin a riva, sedendosi a pochi passi dall’acqua e perdendosi con lo sguardo in un posto conosciuto solo alla sua mente.

-L’ho scoperto quando sei arrivata. Avevo bisogno di calmarmi e sono arrivata qui.

Per Mya fu così strano sentirla parlare liberamente, sentirla finalmente esprimere i propri pensieri a parole e non solo con gli sguardi. Quella, fu la più grande magia avesse mai visto fino a quel momento.

-Posso farti delle domande?- chiese non riuscendo a trattenersi.

Resia si voltò a guardarla e per un solo istante i suoi occhi si oscurarono, ma quando annuì, le iridi si confusero con le foglie attorno a loro come se lei fosse una creatura eterea e non facesse davvero parte di quel mondo.

-Per gli Dei, è così strano poterti parlare. Vorrei chiederti così tante cose che non so nemmeno da dove iniziare.

-Comincio io. Ho una sola domanda. Perché Grey?

Non c’era bisogno di specificare a quale “perché” si riferisse, in quella semplice parola c’era la richiesta di spiegarle gli ultimi mesi della sua vita. Sospirò mentre tirava le ginocchia al petto, quasi come a volersi proteggere da un dolore che poteva ancora colpirla. Prese un grosso respiro e iniziò a raccontarle.

-Quando sei andata via la situazione è colata a picco velocemente. Non sapevo cosa fare, ero sola. Detestavo sentirmi inutile, passare le mie giornate a piangere e le notti a urlare negli incubi. Così sono andata da Lothar per proporgli un accordo; se lui avesse smesso di darti la caccia io gli avrei concesso ogni cosa desiderasse da me, ma lui voleva solo annientarmi.

Evitò di riferirle nello specifico quante volte fosse stata violentata, picchiata e abusata in qualsiasi forma. Il modo in cui stringeva i denti, chiudesse le dita a pugno e fissasse il nulla, erano chiari segni di quanto quella storia l’avesse innervosita.

-Non è colpa tua, Resia.

L’altra si alzò di scatto camminando avanti e indietro su una decina di ciottoli, il viso contratto dalla rabbia. Mya si alzò a sua volta afferrandole il volto per placare la sua ira e fissandola dritto negli occhi.

-Non è colpa tua. Ti ho dato un ordine che hai eseguito, fine.

Le sue iridi oro si sciolsero in quelle verdi e quel futile contatto tra anime sembrò placare in qualche modo Resia. Mya le chiese silenziosamente di tornare a sedere accanto a lei, fremeva ancora all’idea di farle tutte le domande che le avevano frullato per la mente per così tanto tempo.

-Da dove vieni?- le chiese tentando di tornare alla calma di poco prima.

-Non so. Sono stata portata all’Accademia da neonata.

-Eri un’orfana?

Resia sollevò appena le spalle prima di rispondere.

-No, non credo. Il Generale mi disse che fossi stata venduta.

Un brivido passò sulla schiena di Mya, era a conoscenza di quel genere di ammissione all’Accademia e non riusciva a capacitarsi di come si potesse essere tanto poveri da dover vendere un figlio. Poi ripensò a suo padre, che non vedeva da non sapeva neppure più quanto e la sua prospettiva cambiò di colpo.

-Quanti anni hai?

-Tredici o quattordici, non lo ricordo.

Mya sgranò così tanto le iridi da temere di veder rotolare i bulbi fino in acqua. Le aveva sempre dato l’impressione di essere più giovane di lei, ma non credeva così tanto. Cercò un diversivo per mascherare l’imbarazzo che la colse di colpo e lo trovò nelle stesse parole di Resia.

-Non festeggi la tua nascita?

-Non so quando sono nata. Quelli come me celebrano il giorno che sono entrati in Accademia, ma non mi è mai interessato farlo.

Mya ci trovò tantissima tristezza in quella frase, l’evocazione di un ricordo lontano ed eremitico.

-Hai mai desiderato una vita diversa?

Resia sospirò, nonostante volesse davvero rendere felice Mya e rispondere a tutte quelle domande, alcune erano così difficili.

-Prima mai. Da dopo il marchio ogni giorno.

-Mi dispiace, è stato orribile.

-Non per quello che pensi tu.

Mya la fissò confusa, non comprendendo fino in fondo.

-Dopo il marchio mi sono sentita spalle al muro, sempre. Mi sentivo in trappola.

Per qualche secondo nessuna delle due parlò, entrambe perse in quel ricordo infuocato e in una sensazione troppo familiare per entrambe.

-Hai ancora gli incubi- e questa volta non fu una domanda.

Mya si coprì il viso tra le mani, come se provasse una grande vergogna nel dover ammettere che la sua mente non era andata avanti dopo quel giorno.

-Sì- sussurrò appena.

-Vedi il giorno del marchio?

-Ogni notte.

-Ma non sogni il tuo di marchio.

La Lady sorrise amara poggiando involontariamente le dita sull’avambraccio e sentendo la cicatrice nonostante gli strati di tessuto.

-No, perché non ho sensi di colpa. Il tuo invece… .

Non completò la frase. Gli occhi le si riempirono di lacrime mentre fissava il punto dove sapeva esserci l’origine di tutto. Il lento declino del loro rapporto, della loro vita, era iniziato il giorno in cui Mya l’avesse marchiata. Venne distratta dal movimento veloce e silenzioso di Resia, la quale le si portò di fronte e si inginocchiò così come aveva fatto il Giorno del Legame e così come aveva fatto nella carrozza quella maledetta sera.

-Te lo giuro, pagherà per tutto quello che ti ha fatto.

Sapeva che avrebbe dovuto dissuaderla, sapeva che sarebbe stato suo compito fermarla, ma quel suo gesto la fece sentire dannatamente bene. Per la prima volta da tanto tempo, si sentì una persona, qualcuno che avesse un valore e non una bambola vivente da sfoggiare alle cerimonie e usurpare ogni notte. Trovò così ridicolo che proprio lei, niente più di una bambina, le infondesse una tale sicurezza da farla sentire in grado di arrivare fino alla corte di Lothar Grey e prenderlo a calci lei stessa. Sentiva, alla bocca dello stomaco, un calore che non aveva mai provato prima e a cui, ormai, non interessava più nemmeno dare un nome. La guardò dritto negli occhi e non poté fare a meno di attirarla a sé e stringerla forte.

E per la prima volta da tempo, stare davvero bene.

Serie: I marchi sulla pelle


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Discussioni

  1. Ciao Simona, mi sono allontanata da Edizioni Open da qualche tempo ma la tua è una storia che porto nel cuore. E di cuore, lo sai, spero che un giorno veda la luce sotto forma di romanzo. Mya e Resia hanno davanti a loro una vita piena di avventure, di amore, e spero di poter trascorre con loro ancora del tempo.