Parsimonia
Serie: Uomini
- Episodio 1: 1. La Zona Grigia
- Episodio 2: 2. L’uomo che non piange mai
- Episodio 3: Di ciò che resta
- Episodio 4: Venerdì
- Episodio 5: Goodbye Stranger
- Episodio 6: La crisalide
- Episodio 7: I miei difetti mi servono
- Episodio 8: Quell’anno prima
- Episodio 9: Il pollo ruspante
- Episodio 10: Spaccherò il mondo
- Episodio 1: I resti di un amore
- Episodio 2: Il cappello
- Episodio 3: Uomini che camminano
- Episodio 4: Parsimonia
STAGIONE 1
STAGIONE 2
Mi guardo nello specchio del bagno, luce fredda, una di quelle che non concedono attenuanti. Dichiaro a me stesso, senza enfasi, senza vergogna: soffro di parsimonia del povero. Lo dico con una precisione clinica che mi tranquillizza. Non sono povero. Neppure ricco, a onor del vero. Benestante è la parola giusta senza lode e senza infamia.
Conto il pane. Non quello intero, le fette. Se ne resta una, la prendo con cura e la infilo nel sacchetto. Non finirà nel cestino. Domani diventerà crostino, pangrattato, fondo di zuppa. Anche l’acqua nel bicchiere. Se avanza, la verso nella bottiglia delle piante. Non perché serva davvero, ma perché il gesto chiude il conto. Misuro il vino. Un dito basta. Il secondo resta una concessione. Il terzo una colpa.
Rammendo i calzini. Li giro sul rovescio, osservo il tallone assottigliato, la trama che cede. Ago e filo. Nero su nero, punto invisibile. Potrei comprarne di nuovi senza accorgermene sul conto. Lo so. Eppure, l’idea mi irrita. Risuolo scarpe. Porto il paio dal calzolaio sotto casa. Annuisce senza parlare, riconosce il tipo. Mi restituisce una suola solida, cucitura stretta. Un’altra stagione guadagnata.
Non c’è eroismo. Nessuna fierezza. C’è un’attenzione continua che consuma. Una vigilanza che resta accesa anche quando potrebbe spegnersi. Anche quando nessuno guarda.
Mi chiedo da dove venga questa parsimonia. Non dalla necessità questo è certo: il frigorifero è pieno, il conto regge, le bollette non spaventano. E allora?
Forse dall’infanzia. Non dalla fame, che non ho conosciuto, ma dal linguaggio della fame. Frasi lasciate sul tavolo insieme al minestrone: non si butta, potrebbe servire, chissà domani. Le mani di mia madre che lisciavano l’alluminio e lo ripiegavano nel cassetto. Mio padre che spegneva le luci stanza per stanza, non per il costo, ma per principio. Una pedagogia muta, entrata nel corpo prima che nella testa.
Forse dal timore della caduta. Non quella rumorosa, ma quella silenziosa: un lavoro che salta, una malattia, un errore. La parsimonia come addestramento alla rinuncia. Se so fare a meno oggi, domani reggerò. Non lo penso fino in fondo, ma sono le mani a obbedire.
Oppure da una colpa preventiva. L’idea che il benessere non sia del tutto legittimo. Che qualcosa debba essere restituito all’ordine delle cose. Non sprecare diventa una forma di espiazione laica. Un modo per non pesare troppo sul mondo.
Mi accorgo che non provo piacere nel risparmio. Non è virtù, non è orgoglio. È controllo. Un controllo che rassicura e stringe. Quando compro qualcosa di superfluo, l’oggetto resta intatto per giorni. Devo abituarmi alla sua presenza. Devo giustificarlo.
Allo specchio vedo un uomo ordinato, pulito, senza segni evidenti. Nessuno direbbe che conta le briciole. Nessuno immaginerebbe che una bottiglia aperta e non finita gli provochi una fitta. Sembro libero. Sono disciplinato.
Spengo la luce del bagno. Un gesto automatico. Nel buio capisco che questa parsimonia non mi rende migliore. Mi rende vigile. E la vigilanza, quando dura troppo, assomiglia a una forma educata di inquietudine.
Nel letto il buio non attenua nulla. Amplifica. Le lenzuola sono pulite, tirate con cura, durano più del dovuto perché le giro, le arieggio, le rispetto. Anche il sonno lo tratto con misura. Non mi abbandono. Lo amministro.
Capisco allora che la mia economia non si ferma alle cose. Ha trovato spazio negli affetti. Misuro le parole. Un complimento lo diluisco. Un grazie lo doso. Un ti voglio bene lo tengo in sospeso, lo lascio maturare, come se usarlo troppo potesse svuotarlo. Ho paura che l’eccesso svaluti.
Gli abbracci sono interi ma brevi. Nessun gesto superfluo. Tocco solo quando serve. Anche il corpo dell’altro lo tratto con riguardo e con distanza. Non voglio abituarmi. L’indispensabile, se viene a mancare, fa danni.
Le amicizie le coltivo a bassa manutenzione. Presenze rade, messaggi misurati. Tengo il conto invisibile dei favori, non per reclamarli, ma per non andare in perdita. Se un rapporto chiede continuità, mi irrigidisco. Sento l’usura.
Negli amori sono stato oculato fino alla crudeltà. Ho amato lasciando sempre qualcosa indietro. Una parte non investita. Un fondo di emergenza emotivo. Ho scambiato la cautela per maturità. Era paura ne sono certo.
Ora lo vedo. La parsimonia è diventata un sistema. Una contabilità dell’anima. Evito i gesti larghi, le promesse piene, le dichiarazioni senza clausole. Preferisco ciò che regge su poco, che non chiede, che non insiste.
Eppure, disteso nel buio, sento una fame precisa. Non di cose. Di perdita. Vorrei un gesto inutile. Una parola detta male. Un legame che non torni indietro.
Capisco allora da dove nasce davvero la mia parsimonia. Non dalla povertà temuta. Ma dalla paura del legame. Dal terrore di dipendere. Dal sospetto che, se mi concedessi senza riserve, qualcuno potrebbe non restituire. O peggio: restituire troppo.
Guardo il soffitto. Non risponde. Penso di aver risparmiato troppo. Denaro, oggetti, parole, carezze. Ho amministrato la vita con diligenza. Ma il capitale emotivo, quello che cresce solo se messo a rischio, è rimasto fermo. Intatto. Inutilizzato.
E per la prima volta mi chiedo se questa parsimonia, così ordinata, così ragionevole, non sia stata una forma elegante di rinuncia. Non alla ricchezza. Ma alla perdita. E forse perdere, capisco ora, era l’unico vero spreco necessario.
Serie: Uomini
- Episodio 1: I resti di un amore
- Episodio 2: Il cappello
- Episodio 3: Uomini che camminano
- Episodio 4: Parsimonia
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