Patimenti
L’enorme salone era immerso in una grigia penombra soffocante; solo il lucore del camino smorzava quel buio umido. I crepitii dei rami ardenti si perdevano nei remoti angoli dello stanzone, dove proliferavano paure irrazionali verso la vita e l’ignoto. Una pioggia gelida tamburellava contro i vetri tremanti come dita morte in cerca di riparo, memori della propria non esistenza.
Dinanzi al focolare, sprofondato in un’imponente poltrona di velluto blu, sedeva un uomo attempato. Le profonde rughe sul viso conservavano ancora traccia di quella sfacciata voluttuosità che doveva aver ammaliato molte fanciulle in gioventù; ora, però, in quel volto stanco restava solo un rancore radicato. La sua espressione era una maschera cucita nel logorio e dai suoi occhi riverberava una devastazione dell’anima, come se un evento luttuoso lo avesse segnato irrimediabilmente.
Ascoltava in silenzio i tristi lamenti: una funebre moltitudine di patimenti scaturiva dall’immenso muro sopra il caminetto. Una parete intonacata che saliva inalterabile sino a perdersi nell’oscurità di un soffitto ipotetico. I riflessi del fuoco e il debole lucore dei lampioni, insinuandosi furtivo dalle finestre, illuminavano solo una porzione della delirante parete, inframmezzata da molteplici ripiani in rovere. Mensole di cinquanta centimetri si inerpicavano in una spirale che si perdeva nell’abisso ascensionale.
Sopra ogni piano dimoravano piccoli esseri antropomorfi, fonte della sua afflizione. Creature alte quaranta centimetri, con teste sproporzionate simili a meloni acerbi e occhi bianchi come uova sode. I loro atroci gemiti si perdevano in echi lontani nel baratro sovrastante. Alcuni piangevano, altri urlavano, altri ancora ridevano: una dissonanza grandguignolesca che avviluppava l’anima martoriata dell’uomo, stritolandola lentamente, giorno dopo giorno, riducendolo a una vecchia mela avvizzita.
Ogni grido era uno spillone conficcato nelle carni; ogni pianto, un pugno allo stomaco. Ogni sguardo silenzioso era un muto atto accusatorio verso quell’essere che, dinanzi al camino, si limitava a sussistere. E la cosa più inquietante era che quella parata di gemiti e incriminazioni non aveva mai fine. Erano lì, seduti, a osservare e disperarsi. I loro sputi — coaguli verdi striati di sangue — ricoprivano l’uomo come un sudario della vergogna. Le sue suppliche si fondevano alle ingiurie delle creature poste più in alto, dileguandosi nel nero baratro.
Tutto era iniziato mesi prima, dopo la morte di Eleonora. Da allora, la follia aveva iniziato a traboccare. Questi prodigi, partoriti dall’inquietudine che da sempre alberga nella mente umana, non parlavano: si esprimevano in volgari versi. Non offrivano arcani saperi, né spiegavano il motivo di tanto martirio; accusavano, semplicemente.
E ogniqualvolta l’uomo era al limite, quando la pazzia stava per fuoriuscire come un fiume che rompe la diga e lui tentava, con gambe tremanti, di alzarsi per fuggire da quell’inferno, il dolore si faceva oltre che fisico anche mentale. Gli insulti mutavano in venti che, come schegge di vetro, erodevano la pelle; le urla diventavano frane che deflagravano nella testa; le grida, ganci da macellaio che dilaniavano la sua fragile essenza strappandola dalle grondanti carni. Gli sputi si trasformavano in una marea mucosa e sanguigna capace di annegarlo nella propria infamia.
Allora l’uomo si rifugiava in un ridicolo pianto, rannicchiandosi sulla poltrona di velluto blu. Con il cuore malato che batteva forte nel petto, attendeva che l’abissale pandemonio calasse d’intensità .
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