Pelle di Lupo

Serie: Le notti di Ottobre


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: Terzo librick di una serie che ruota attorno alla notte di Ognissanti e alle storie locali di folklore italiano. Autore: @joe8Zeta7

Il treno ululò un’ultima volta, facendo riecheggiare il suo lamento nell’oscurità di quella fredda notte d’inverno. Lo vidi fendere la nebbia con noncuranza, trascinando a fatica la sua imponente e sinistra mole fino a fermarsi nelle profondità della stazione. Densi sbuffi di vapore si alzavano ai suoi lati, fondendosi con l’umidità circostante fino al punto da rendere impossibile anche solo distinguerne i contorni. Seduto sulla panchina, realizzai, con una certa apprensione, di come il suo aspetto fosse simile a quello di una bestia: un demone infernale domato e asservito alla volontà dell’uomo. Trasalii a quel pensiero. E, allo stesso tempo, provai vergogna verso me stesso, giacché simili congetture, frutto dell’ignoranza e di un’infondata paura nei confronti del progresso, non dovrebbero dimorare nella mente di un uomo di scienza. D’altra parte, erano trascorsi già tre anni da quel lontano giorno di settembre del 1877, in cui venne inaugurata la prima linea ferroviaria nella storia della città E, da allora, tutto era cambiato. Da piccolo comune dell’entroterra lucano, Potenza si stava lentamente trasformando in un centro nevralgico per tutto il meridione, affermandosi come una realtà industrializzata e votata al futuro. Eppure, per quanto la modernità prendesse sempre più piede all’interno delle mura, certe credenze, certe superstizioni, che affondavano le proprie radici nel remoto ed ignoto passato della città, erano ancora lungi dall’essere dimenticate.

Scrutando attraverso la pesante coltre di fumo, mi riuscì di distinguere una sagoma scura avanzare verso di me. A quel punto, posi le mani sulle ginocchia e, inarcando la schiena, mi feci forza per vincere il gelo, che aveva già iniziato ad avere la meglio sul mio corpo, e rimettermi in piedi. Il freddo era pungente. Un soffio di vento mi lambì il volto: percepii la pelle intorpidirsi all’istante. M’incamminai verso quell’indistinta figura, dal momento che il restare fermo ad aspettare non avrebbe certamente giovato alle mie articolazioni. Giunto a metà strada, lo vidi alzare la mano per salutarmi, sicché non esitai a rispondere a mia volta.

«La saluto, dottore» udii la sua voce insinuarsi attraverso quella densa melma biancastra. Dovetti concentrarmi non poco per distinguere le sue parole. Attesi. E, allorché fui finalmente in grado di osservare il suo volto alla fioca luce del lampione, gli tesi la mano.

«È un vero onore fare la sua conoscenza, Monsignore» lo accolsi, accennando ad un sorriso. «Benvenuto a Potenza.»

Il cocchiere ci salutò con un lieve cenno del capo. Entrammo. Pochi istanti più tardi, udimmo l’uomo sollecitare i cavalli con una caratteristica espressione dialettale, che, in qualche modo, mi mise in imbarazzo dinanzi al mio ospite. La carrozza si mosse.

«Allora, padre» esordii, provando ed eludere un suo possibile commento sulla peculiarità del linguaggio locale «com’è andato il viaggio?»

Vidi il prete sollevare lentamente lo sguardo verso di me, mantenendo, tuttavia, quell’insondabile e, a mio avviso, odiosa espressione di commiserazione, tipica degli uomini di fede.

«Oh, beh, è stato certamente lungo» notai una sottile, benché volutamente non nascosta, vena dispregiativa nel modo in cui enfatizzò questa parola «ma, devo ammetterlo, piacevole.»

Avrei fatto volentieri a meno di un chierico, ma quell’idiota del sindaco aveva insistito affinché ne richiedessimo uno direttamente da Roma. E, non contento, aveva obbligato me, suo vice ed amico d’infanzia, ad andarlo a ricevere al suo arrivo. Maledetto sia il giorno in cui accettai questo dannato incarico al suo fianco!

«Suppongo le sia già stato spiegato tutto della situazione» continuai, provando ad appellarmi alla calma e al buon senso.

«Certamente, mio caro» confermò, annuendo flemmaticamente. «Non abbia timore: la luce del Signore è in grado di illuminare la via anche nelle tenebre più profonde.»

Non so se il suo fosse soltanto un modo per esaltare la sua incrollabile fiducia nel suo Dio. Eppure, quell’espressione che aveva usato, nonché l’ambiguo e forzato sorriso, che aveva preso forma sulle sue labbra, mi insinuarono la convinzione che non si riferisse al potere del divino, ma che fosse solo uno spregevole e disgustoso riferimento alla ragguardevole distanza, che ancora separava la città dalla capitale.

Non ebbi molta scelta: Potenza non era dotata di ostelli o di strutture degne di ospitare una figura di cotanto lignaggio. Ragion per cui, fui costretto a mordermi la lingua e a portare il chierico a casa mia.

Solo per una notte, continuavo a ripetermi, è solo per una notte.

Lasciai che si sistemasse nella camera degli ospiti: non era certamente paragonabile ad una di quelle fastose camere vaticane, ma, di sicuro, era il meglio che potesse sperare di trovare in città. Prima di lasciarlo e di chiudere la porta della sua stanza, la mia attenzione fu catturata, per un istante, da una piccola scatola di legno, che ripose sul comodino di fianco al letto. Non potei fare a meno di sorridere, giacché essa conteneva gli strumenti che avrebbe usato il giorno seguente per eseguire il famigerato Rituale Romanum. Me ne andai nella mia stanza e, dopo essermi spogliato, mi adagiai sul letto, nella speranza di assopirmi. È strano, ma, per quanto possa sforzarmi di ricordare, non ho memoria degli eventi che seguirono da lì in poi. So per certo, tuttavia, che la mattina mi risvegliai in un letto che non era il mio, intriso da capo a piedi di un sangue che non era il mio. Accanto a me, giaceva il corpo senza vita del prete, dilaniato e squartato come da zanne e artigli possenti e affilati come rasoi. Mio Dio! Non voglio sapere cosa successe quella notte. No, non voglio! Poiché non sarei in grado di accettare la verità, lo so. Così come non sono mai stato in grado di spiegare e accettare il motivo per cui le lenzuola fossero ricolme di una peluria nera come la pece. Una peluria che, ne sono sicuro, non appartiene a nessun animale noto all’uomo.

Serie: Le notti di Ottobre


Avete messo Mi Piace7 apprezzamentiPubblicato in Horror

Discussioni

  1. Wow… l’ambientazione fredda e buia rendono questo racconto degno dei piú famosi horror. Ogni scena scritta è stato come vedersela davanti… grandi colpi di scena!! Non dico altro per non fare spoiler!! Molto apprezzato! Complimenti!

  2. Racconto ottimo, @joe8Zeta7 🙂 Scritto con la stessa forma ed eleganza con cui sono nati i grandi racconti dell’orrore, e credo tu già sappia che sono un grande estimatore, come te, di questo stile. È bello vedere come le modalità di scrittura varino di racconto in racconto in questa serie che ci accompagna nelle buie notti di fine ottobre: dai modi chiari e diretti della precedente storia di LaMascheraRossa, alla cura riposta in periodi un po’ più complessi di questo accattivante e sottile “pelle di lupo”. Ti ringrazio di aver partecipato, davvero!

  3. @joe8Zeta7 Un bel racconto in pieno genere horror, com’è nella tradizione del gruppo, e con il tuo personalissimo stile che lo impreziosisce. La sorpresa è forte, perché nonostante il “narratore ingannevole” lasciasse presagire altro, è arrivata, inattesa, la classicissima scena “della mattina dopo”. Molto bravo, e molto bello il racconto.

  4. Questo è uno dei racconti che preferisco. Sarà per la descrizione iniziale del treno che riporta alla mente le atmosfere di alcuni classici dell’horror, sarà perché il tema della licantropia mi ricorda un tipo di storie che ho sempre trovato molto accattivanti, per me questo è un racconto davvero ben riuscito. A parer mio, sei stato abile a gestire la storia senza svelare troppo e lasciando che il tutto si esplicasse verso il finale creando una bella chiusura a effetto.

  5. NOTA DELL’AUTORE: Questa storia si basa su una molto poco nota leggenda locale dell’area di Potenza, la mia città. Tale leggenda narra di come le persone, soprattutto quelle nate nella notte di Natale, potessero trasformarsi in lupi mannari nelle notti di luna piena, infestando le campagne circostanti la città.
    NOTA: Se vi è possibile, usate nei commenti il mio tag, @joe8Zeta7 , in quanto solo l’account del gruppo viene notificato per le risposte ai racconti pubblicati dallo stesso.