Peppino e Pasquale -parte quarta- (l’epilogo)

Serie: Angeli grigi


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: Peppino cerca di convincere San Pietro in tutti i modi a far entrare Pasquale in Paradiso, ma il Custode del Regno dei Cieli è irremovibile.

​«Proprio a te cercavo! Sai come stanno messi nel girone dei traditori?»

​«E che ne so! Chi c’è stato mai all’inferno…»

​«Lo so, però per sentito dire… sai, tra voi dei servizi segreti…»

​«Oggi le spie e i traditori sono pochi. A tradire ci pensa internet. Il girone è definitivamente chiuso.»

​«Ah, vabbuò. Vai a fare la spesa?»

​«Per forza, se non ci vado io…»

​«Mi raccomando, non risparmiare. Non fare la cresta sulla spesa: compra tutto ecologico. Se ti servono soldi te li do io.»

​«E allora dammeli subito, che mi serve la crema all’arnica per il torcicollo!»

​«Ancora con il torcicollo stai? Ma come mai? È strano… Forse hai fatto qualche movimento storto?»

​Jude gli lanciò un’occhiataccia. «Ma tu che puoi sciogliere tutto, non potevi allentare pure qualche nodo…»

​«Quale?»

​«Vado, va’. È meglio!»

​San Pietro lo guardò allontanarsi e scosse la testa. «È sempre stato un poco permaloso, ‘stu guaglione. Ma che ho detto di male? Mah?»

​Tra le nuvole, su un balcone colmo di gerani, basilico e con un arcobaleno di abiti stesi ad asciugare, si affacciò una bella Signora robusta, con i capelli grigi e un dolce sorriso. Chiamò Jude.

​«Giudarie’, non dimenticarti il grano ammollato, devo fare la pastiera: domenica è Pasqua. Pigliane un chilo.»

​«Certo Ma’, tutto quello che volete. Ma un chilo non sarà poco?»

​«Non ti preoccupare e non ti affaticare. Nel caso lo facciamo moltiplicare. E copriti questo collo: tiè, ti ho fatto una sciarpa. Tienila lasca, lasca. Non la stringere, eh.»

​L’uomo l’afferrò e, per un attimo, restò estasiato a guardare la Signora. Poi si avviò saltellando. San Pietro lo fissava a bocca aperta.

​«Guarda là, guà: s’è squagliato Giudariello! La sciarpa, non ti affaticare… ci mancano solo le mele cotte.»

​La Signora sentì.

​«Pietru’, non rosicare: lo sai che vi voglio bene a tutti quanti… e fai entrare quei due puverielli.»

​«Mamma’, questi sono ancora da giudicare!»

​«Vabbè, comunque io cucino pure per loro: so’ giovani, tengono fame… ma manco ‘nu caffè ci hai dato?»

​«No!»

​«Aspe’, mo’ ti calo col panaro un poco di biscotti di Castellammare, così ve li spuzzuliate prima di pranzo tutti e tre.»

​«Nooo, Ma’, ho detto che ‘sti due sono sotto giudizio.»

​«Tu giudica, Pietru’, ma ricordati che l’Avvocata, qui, sono io… Ah, quel povero figlio mio ha passato un guaio con appresso ‘sti dodici scugnizzoni cape toste!»

​Peppino restò ipnotizzato dalla scena. Riuscì a sfilare la cucitura tra le labbra e si avvicinò a Pasquale.

​«Chi è la Mamma’?»

​«È la Madonna.»

​«U’ Marò, la Madonna! Ma quella di Pompei? Del Carmine? O…»

​«Peppì, la Madonna è una sola. Cambia vestito e lingua a seconda di dove appare. Se la vedevi con la mise di Guadalupe lo capivi il messicano?»

​«Già, hai ragione. E Jude perché fa lui la spesa?»

​«Perché ha sempre fatto lui i conti… pure con se stesso, e mo’ amministra la cassa del condominio.»

​Peppino si estraniò. Pasquale se ne accorse.

​«Ma sei in modalità off!»

​«No. Pensavo.»

​«Ma perché, tu pensi?»

​«Quànno si’ spiritoso!»

​«E sentiamo, ia’.»

​«Secondo me il figlio della Madonna dovrebbe fare il Mister di una squadra di calcio.»

​«Peppì, ma che dici? Che squadra?»

​«Scusa: ha dodici che stanno sempre con Lui: undici in campo, più Jude e qualcun altro in panchina… e Pietro è il capitano. Ci sta!»

​«E ‘sta squadra contro chi giocherebbe? Sentiamo.»

​«Contro quella di Lucifero. La squadra, magari, la chiamerebbero “l’Universale” con la maglia arcobaleno.»

​«Uhm, è vero, la squadra si potrebbe fare… Però ‘sta maglia arlecchina non mi convince: meglio azzurra!»

​«Giusto! È sempe ‘nu bellu culore! Pensa ‘na bella partita al “Maradona”.»

​«No, no, qui sopra lo stadio si chiama sempre San Paolo.»

​«Eh, però Diego nella squadra ci deve stare: il vero capitano deve essere lui, fa da controfigura a San Pietro! Pure perché se si mette Lucifero in porta, ai rigori, tra un colpo di coda appuntita e una cornata di testa il pallone lo schiatta… ma, con il Divino Diego non ci può niente!»

​«Peppì, questa è l’unica cosa sensata che hai detto da quando ti conosco.»

​San Pietro si aggiustò l’aureola e si girò verso i due amici, che si abbracciarono e restarono a testa bassa. Pasquale, adesso, singhiozzava. Peppino lo rincuorava bisbigliandogli all’orecchio: «Piangi, zio, piangi, così Pietro si commuove. Sembra burbero, ma in fondo è un sant’uomo.»

​San Pietro tuonò: «Ué, guagliò! È inutile che abbassi la voce. Ricordati che sento pure i pesci! Ma tu hai capito con chi stai parlando? Solo in fondo sono santo?! Io sono l’Eccellenza della Santità! Ma guarda chi mi deve giudicare: un ubriacone pauroso che è scappato senza neanche fermarsi per prestare soccorso!»

​«E certo, San Pié, tu della paura sai tutto. Se duemila anni fa a Roma c’era già il Raccordo Anulare, a te non ti trovavano più! Però qualcuno ti ha fatto tornare indietro… a me no.»

​San Pietro lo fissò, spiazzato. Sospirò: «Peppì, sei uno scostumato. Ma poi, dico io, tu con tutta ‘sta cazzimmeria, invece di ubriacarti, perché non hai fatto l’avvocato?»

​I due si abbracciarono ancora più forte in attesa della sentenza. San Pietro fece un giro intorno a loro, li scrutò dalla testa ai piedi, poi scosse la testa e scoppiò a ridere.

​«Mi state diventando simpatici… Solo un’ultima domanda: prima vi ho sentito ciuciuniare di calcio, per quale squadra tifate?»

​Peppino guardò il cielo prima di rispondere: «Io il Napoli. La maglia, azzurra come il cielo, mi fa pensare al Paradiso.»

​«Ma quanto si’ ruffiano, Peppì! E tu, Pasquale, per chi tifi?»

​«Per nessuno… perché se uno vince un altro perde, soffre e mi fa troooppo male.»

​«Marò, basta con ‘st’azzeccamiento! Siete assolti… vi metto due nuvole a castello così state vicini, vicini, e, tu Pasqua’, avrai la tua piccola punizione. Dovrai sorbirti tutte le fesserie che dice Peppino: questo parla pure sott’acqua. Entrate, forza, che tra poco si pranza. Oggi zuppa di pesce!»

​«’U bbuono! Hai sentito, zio? Ma con le cozze di mare o del Fusaro, San Pié?»

​«Nessuno dei due: sono del Tiberiade.»

​«Vabbuò, basta che so’ fresche…»

​«Freschissime. Le ho pescate io stesso, che non sono neanche duemila anni.»

E così Peppino e Pasquale, nonostante tutto, riuscirono ad entrare nel Regno dei Cieli, forse perché se la strada per l’inferno è lastricata di buone intenzioni, quella per il Paradiso lo è di cattive… perlomeno all’inizio.

Continua...

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Avete messo Mi Piace2 apprezzamentiPubblicato in Fantasy

Discussioni

  1. Un finale che mi è piaciuto tantissimo perchè sceglie il sorriso senza rinunciare al cuore. Tra battute, calcio e blasfema tenerezza, Peppino e Pasquale finiscono per conquistarsi il Paradiso non perché siano innocenti, ma, per come l’ho vista io, perché sono irrimediabilmente umani.
    La tua scrittura ha un ritmo teatrale e un’identità dialettale fortissima, e l’ultima trovata delle cozze del Tiberiade chiude perfettamente il tono surreale del racconto.
    Una lettura davvero piacevole ♥

    1. Ciao Cristiana, sì, hai centrato: Peppino e Pasquale sono irrimediabilmente umani ed era proprio quello che volevo comunicare. E lo sono anche gli altri personaggi, come la Madonna, che rappresento come tante mamme viste nella mia vita: preoccupate sempre che i figli siano ben coperti e nutriti. Neanche gli apostoli sono immuni da innocenti gelosie tra di loro e il male, più che come punizione, resta come pepe in una pietanza. Grazie per il tuo bellissimo commento, ne sono lusingata ❤️