Per nessuno
“Se disperare indica una condizione di coscienza, io non voglio più avere coscienza”. Queste erano le parole che Sara ripeteva nella sua mente da vari giorni. A lei le motivazioni di questa frase apparivano nebulose: non sapeva il perché continuava a ripeterle, non sapeva perché continuava a pensarci.
Era una giornata di inizio marzo, di quelle che fanno presagire la primavera: sole, alberi che cominciavano a rinascere. Ovunque si risvegliava quell’aria di vita nuova. Dappertutto, tranne nel cuore di Sara.
Ormai erano giorni che, come dicevamo, nel suo universo era presente una nenia incessante, fatta di rimorso e apatia; erano giorni che squadrava il mondo con i suoi occhi gonfi di lacrime e desideri; che, sul letto della sua camera, agitava le mani come per scacciare qualcosa di troppo vicino. Su quella carne debole, complice anche la stagione, tutto questo sembrava pesare ancora di più.
“La fine della mia vita coincide con l’inizio della felicità. Felicità per me? Chi può dirlo? Chi può sapere cosa si cela dopo la morte e chi può sapere cosa è giusto per l’altro? Le riflessioni intaccano i miei sentimenti e i miei sentimenti deturpano le mie emozioni. Cosa sono io? Essere libero che vive circondata dal nulla. Questo nulla mi spaventa? O posso trarne qualcosa di positivo?”
La notte era il momento preferito di Sara: sapeva che la coscienza sarebbe stata assopita per un po’. Aveva sì il timore di sognare, ma, recentemente questo non accadeva. Aveva preparato degli esercizi: prima di addormentarsi, almeno a partire da tre ore prima, smetteva di fare qualsiasi attività che potesse stimolare il cervello. Non voleva immagazzinare informazioni.
La mattina le pesava sempre uscire di casa per andare a lavoro. Lavorare per lei era sempre stata una cosa controproducente: toglieva spazio alla libertà. “Quale libertà?” continuava a ripetere da qualche giorno. “Cosa sono io ora? Un guscio vuoto senza alcuna emozioni che sopravvive a se stessa dimenticando la felicità. Cos’è poi, la felicità? Siamo noi destinati ad essere infelici? Qual è il nostro posto in questa terra?”
Camminava a passo soldatesco, fingendo che il mondo non esistesse.
In ufficio la vita era meno monotona che a casa. Non, naturalmente, per sua volontà, ma perché si ritrovava circondata da esseri umani, quindi, inevitabilmente, era costretta ad interagire con loro. Non sapeva dire se questa cosa effettivamente la rendesse felice o meno.
Riguardo le attività direttamente collegate al suo impiego, anche queste venivano ripetute meccanicamente, come un operaio in catena di montaggio. Il livello di alienazione che provava era lo stesso. Ormai non sapeva più discernere ciò che la rendeva umana da ciò che la rendeva robot. Non le importava, comunque, porsi delle domande in tal senso.
Ritornava a casa. Mangiava. Si rimetteva nel letto. Tutto questo con il desiderio, solamente, di giungere a quest’ultima fase, di poter finalmente riposare e dimenticare tutto.
I primi tempi, quando si sentiva così, attendeva il sonno per motivazioni diverse: sperava che questo funzionasse come una sorta di reset, che la mattina dopo potesse finalmente ricominciare ad essere la donna che era sempre stata. I primi tempi era una speranza concreta, con il passare delle settimane, questo desiderio era venuto meno, così come la volontà di riprovarci.
Un mese. Due mesi. Tre mesi. Quanto può durare un’infelicità? Quanto può durare una sensazione di smarrimento? Quanto può durare un nulla?
Sara giaceva nuovamente sulla sedia della cucina, intenta a mangiare, intenta a perdersi nelle sue paure. Il suo sguardo vagava dalla tv alla macchina del caffè, dal microonde alle tende. Così, in circolo. Un circolo che non si sarebbe spezzato facilmente.
Si alzava. Lavava i denti. Lavava la faccia. Ricominciava.
Avete messo Mi Piace5 apprezzamentiPubblicato in Narrativa
A mio avviso, hai descritto ciò che in un preciso momento dell’esistenza accade a tante persone, soprattutto a chi è dotato di sensibilità e pian piano inizia a prendere coscienza del proprio ruolo nel palcoscenico della vita. Ben scritto, complimenti.
c’è una tendenza diffusa a considerare come una malattia qualsiasi stato d’animo che esprima un intimo disaccordo con la forma di vita che ci è imposta. Secondo me la tua Sara non è affatto malata, semmai troppo consapevole.
Concordo
Hai fatto un’analisi attenta e asciutta dello stato depressivo che colpisce chiunque e in qualsiasi condizione. Senza fronzoli, hai saputo trasmettere sensazioni e soprattutto il disagio di chi è stanco e una via d’uscita non la trova. Quel ‘guardare in circolo’ mi ha molto colpita. Una immagine veramente potente. Molto bravo
Quanto può durare un nulla?
Credo sia questa la domanda su cui si regge l’intero testo e alla quale la protagonista, purtroppo, non sa rispondere.
Sei stato bravo a far emergere la sua frustrazione, la sua apatia e la sua mancanza di vivere.