Persa nel grano

Serie: Periodo di caccia


Carola si risveglia in un campo di grano. Non ricorda come ci sia arrivata, ma sa che a casa ad attenderla c'è un marito violento, figlio di una società rurale chiusa e bigotta.

Il vento che scivola sulle foglie di granoturco ha una voce. È flebile, ma riesco a sentirla. Mi richiama da un sonno agitato.

Sfrego le palpebre per liberarle dalle cispe. Mi guardo attorno: che diavolo ci faccio in questo campo? Non capisco; io detesto il fango e la puzza di letame. Mio marito ha provato a farmi cambiare idea, più di una volta, a suon di calci. Ho la testa dura.

Eppure adesso sono qui. Osservo il tremolio delle mie mani. Sono confusa, e questo mi terrorizza. Il dolore alla nuca mi sconquassa. Sprazzi di immagini fanno capolino tra una fitta e l’altra. Un grosso crocefisso. Un foglio di carta.

Forse sono caduta mentre stavo… fuggendo? E da chi?

Mi alzo. Un improvviso senso di vertigine mi travolge. Afferro uno stelo per non crollare a terra; i residui di sonno faticano a dissiparsi e il sole mi ferisce le pupille.

Il rumore secco di uno sparo straccia il silenzio. I battiti del mio cuore accelerano. Non sarei la prima persona a morire d’infarto a vent’anni. Una lapide in più nel piccolo cimitero di Fiesto.

Mi costringo a trovare il giusto ritmo tra un respiro e l’altro; durante il periodo di caccia è normale che gli uomini sparino. Ricordo che Giorgio se ne tornava a casa con lepri grassocce; potrebbe esserci lui dietro al fucile. Giorgio: stronzo maledetto. Sono certa che non si farebbe remore a sigillare il nostro c’eravamo tanto amati con una cartuccia carica di polvere da sparo in mezzo ai miei occhi.

«Corri coniglio, corri! Se il cacciatore ti piglia ti fa la pelle.» La voce di Giorgio è alta e squillante, questa invece ricorda il brontolio del motore di un trattore tenuto al minimo. Franco Baraldi, ma a Fiesto tutti lo chiamano don Dollaro per le continue richieste di denaro alla comunità. Lui e mio marito hanno condiviso più di una notte a tracannare vino. I preti delle grandi città saranno integerrimi, ma qui nella Bassa Padana, tra gli sterminati campi avvolti in una nebbia quasi perenne, ognuno vive come può.

Avanzo alla cieca tra le foglie che, come lame, mi segnano le guance. Scorgo un’ombra alla mia destra. Una alla mia sinistra. Don Dollaro è dietro di me. Non volto lo sguardo. Il sudore estivo che mi bagna gli occhi aggiunge sale alle lacrime ed è quasi peggio degli sfregi delle foglie. Lo asciugo con un lembo della maglietta. Non permetto alle mie gambe di cedere. Il temporale tanto atteso di ieri sera ha reso la terra umida; le zolle si appiccicano alle scarpe da ginnastica. Sto rallentando. Un nuovo sparo. Ho paura. Forse mi sono pisciata addosso, ma le narici non percepiscono puzza al di là del petricore.

Una radice mi afferra la caviglia. Mi preparo all’inevitabile caduta. Il marrone scuro si sostituisce al verde delle foglie. Una strana sensazione di serenità appesantisce le mie palpebre. Gli occhi chiusi vedono solo nero.

***

Carola Testi prova ad aprire gli occhi ma, per qualche motivo, non riesce a farlo del tutto. Il luogo in cui si trova è illuminato da una luce soffusa, artificiale. Ogni angolo e ogni superficie presentano i contorni sfumati del sogno. È già stata qui.

L’importante stempiatura di don Dollaro fa capolino da una scrivania carica di scartoffie. Sorride, e con lui sorride anche l’immagine del Papa Buono in un quadretto appeso alla parete. La sacrestia della chiesa.

Un sogno che è un ricordo.

«Voleva parlare con me, don Franco?»

«Carola, Carola!» esclama don Dollaro. «Te ripaghi così la gentilezza di tuo marito?»
«Non capisco.»

«C’è stato qui il Gino, dalla caserma dei carabinieri.» Don Dollaro prende un foglio dalla scrivania. «Verbale. Di. Denuncia. Pota, all’inizio non ci volevo mica credere. Quel sant’uomo di tuo marito Giorgio ti ha portato via dall’orfanotrofio e tu lo denunci?!»

Il rumore della carta che viene strappata è come una ferita per Carola; sopprime una lacrima. Con un dito, indica un livido fresco accanto al suo occhio sinistro.

«Eccolo, il suo sant’uomo!»

«Oh, perdinci!» Don Dollaro si alza. L’abito talare, perfettamente stirato, fatica a trattenere il ventre prominente figlio di bevute senza ritegno. Il pesante crocefisso, che tiene appeso al collo, ondeggia. «Sai come facciamo a educare le vacche? Calci negli stinchi e bastonate sulla schiena. Pota, certo. E come sennò? E tu stai a mettere in piedi un pandemonio per qualche schiaffo. Ma glielo dicevo io al Giorgio; le orfanelle sono dure di comprendonio perché hanno il diavolo nel sangue».

«Non sarà un foglio strappato a fermarmi.» La voce di Carola non ha il tono minaccioso che avrebbe voluto. «Non abbasserò più la testa.»

«Te la faccio abbassare io!» la contraddice il prete.

Carola sente rumore di passi dietro la schiena. Si volta di scatto. Il calcio di un fucile sollevato invade la sua visuale.

«Noi gente di campagna siamo abituati a strappare le erbacce» sibila don Dollaro.

Carola non è mai stata una donna atletica, ma in quel momento una certezza la colma. Deve fuggire, correre come se non ci fosse un domani. Se il calcio del fucile l’avesse colpita in testa, avrebbe fatto molto più male degli schiaffi di Giorgio.

Carola sbatte la porta della sacrestia. Si ritrova all’esterno. Potrebbe urlare, chiedere aiuto, ma nessuno ascolterebbe “quella là dell’orfanotrofio” nella sonnolenza del primo pomeriggio. C’è un badile appoggiato al muro della chiesa; per un istante, pensa di afferrarlo per difendersi dal suo assalitore (Giorgio. Il tuo assalitore è Giorgio. Stavolta ti ammazza, piccola sciocca ingrata), ma ha troppa paura per fermarsi.

Il campo di granoturco della Curia è la sola via di uscita che intravede. Un nascondiglio. L’unica speranza.

Carola corre.

Serie: Periodo di caccia


Avete messo Mi Piace5 apprezzamentiPubblicato in Narrativa

Discussioni

  1. Un inizio forte, originale con l’inversione temporale ed il gioco prima persona – terza persona. Ottime descrizioni, molto d’effetto. Il parroco è un vero demone.
    Complimenti, davvero prova non facile. Aspetto il seguito.