
Petali e cotone
La leggera stoffa della tenda monta a neve la luce esterna, mentre la griglia metallica che la sigilla decora l’intera stanza con fantasiosi ghirigori e rettangoli deformati.
Il mio amico sembra tranquillo oggi, nonostante il suo respiro sia più rapido del solito.
Probabilmente l’abito con cui sta riposando non gli permette di espandere il torace come dovrebbe, ma sembra non abbia buon gusto nel vestire.
Gli ultimi pezzetti di vernice che coprono la mia gamba sinistra, già maturi e pronti a cadere, vibrano inconfondibilmente: sotto di noi sta passando la metropolitana, perfettamente in orario.
La trovo rilassante, ma lui sembra non gradire affatto la leggera vibrazione, esprimendo il suo dissenso con dei piccoli mugolii nasali.
Il tremolio del pavimento è appena cessato e l’assenza di quella stimolazione regolare ha lasciato uno strano vuoto dentro di me.
Ne ho viste proprio delle belle in questi ultimi dieci anni di servizio, qui.
I solchi e la superficie consumata della gomma dei miei piedi, le frasi incise con disperazione sulla mia schiena, i colpi violenti e la ruggine non sono nulla se paragonati a Quello.
Saranno poco più di 100 grammi, ma tutte le montagne del mondo non riuscirebbero ad eguagliarne il peso.
Perfenazina, clonazepam, litio ed una buona pomata al mentolo su di un vassoio d’argento.
Sono io a sostenere il peso per primo, tutti i giorni.
La donna gentile strofina un batuffolo di neve sulla siringa affilata, ed un terrificante tanfo chimico s’infiltra in ogni anfratto di questi pochi metri quadrati.
Il mio amico ha appena aperto gli occhi, sbarrati e tondi, ed adesso sta urlando con la mascella innaturalmente spalancata, tale da rendere il suo bavaglio un filo di seta.
La donna gentile si avvicina a lui, offrendo una carezza sui solchi devastati dalla sua espressione.
In qualche istante, come una tempesta estiva, tutto cessa.
Odio il mio lavoro. Avrei voluto servire ben altri luoghi, magari l’abitazione di una nonna che tiene alle sue porcellane dai colori smorti, o piuttosto il trafficato viavai dei camerini di un rinomato teatro.
Se c’è qualcosa che ho imparato in questo periodo, però, è che si può trovare la pace in cose davvero piccole.
In primavera, solitamente durante la seconda settimana, dalla finestra si affaccia un piccolissimo lembo del petalo di un ciliegio.
Il ramo che lo sostiene oscilla portato dal vento, ma spesso è abbastanza forte per far in modo che sia visibile da qui, anche per un solo attimo.
Ecco, quello splendido fiore è bianco e rosa, proprio come il cotone profumato che stringe forte le carni del mio amico.
Se non fosse stato per quel piccolo dono della natura, non sarei riuscito a sopportare tutto questo così a lungo.
Quando sta molto male riesco ad immaginare il suo letto come ad un forte ramo, ed al suo dimenarsi come una splendida danza di Zefiro.
Adesso si è fatta sera, la temperatura dell’aria sembra quella di un caffélatte dimenticato al mattino da un impiegato in ritardo al lavoro.
Proverò a riposare, adesso.
Solitamente mi addormento con una certa rapidità e non riesco mai a capire cosa possa donarmi un sonno così rapido.
Manca qualcosa di sottile ed etereo, ma al contempo maestoso ed avvolgente.
Il suo respiro non c’è più.
Non voglio rimanere solo, non di nuovo.
Stanotte andrò via anch’io, insieme all’ultimo fiore di ciliegio.
«Tea, ho appena fatto un giro del settore P ed abbiamo un problema nella camera 13. Il signor Damasco ha deciso di tirar le cuoia.»
«Non era in gran forma, a dire il vero.. In qualche modo forse l’avevo intuito.»
«Devi farci l’abitudine, qui dentro è all’ordine del giorno. Oh, un’ultima cosa.»
«Mi dica, signor Direttore.»
«Si sbarazzi anche del vecchio tavolino nella stessa stanza. Sembra si sia rotto.»
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Un oggetto pieno di anima e di grazia. Racconto delicato.
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Una storia ben raccontata e descritta nei minimi particolari dal punto di vista di questo tavolino rotto… È bello pensare e vedere le cose attraverso gli oggetti, molto particolare e piacevole. Complimenti!
Se gli oggetti avessero una coscienza ed una memoria, avrebbero moltissime storie da raccontare, insieme ad una grande saggezza.
Talvolta dunque, amo immaginare storie narrate da matite, tavolini e sgabelli.
La descrizione dettagliata dell’ambiente è insita nella natura dell’oggetto, che è statico e non possiede rotelle.
Dunque, il suo vivere nello stesso ambiente per molti anni, lo porta a conoscere alla perfezione ogni piccola imperfezione di quel luogo.
Grazie ed a presto!
Mi piacciono sempre le storie raccontate dal punto di vista di un oggetto, di un qualcosa degno della minima importanza e che nessuno nota più. Il tuo racconto non ha fatto eccezioni. Bella l’ambientazione triste descritta attraverso dettagli narrativi, bella l’immagina di questo respiro ritmico di sottofondo e bella anche la sensazione di solitudine che è sempre presente fra le tue righe.
Alla prossima lettura.
Questo particolare racconto nasce da un brano musicale che mi ha ispirato moltissimo.
La storia si è sviluppata dai suoi rumori e dalle sue tonalità tristi e di abbandono. Te lo linko, se hai voglia di ascoltarlo.
Probabilmente è il miglior modo per comprendere al meglio le sensazioni che hanno mosso le mie parole.
Grazie per le tue parole ed il tuo tempo, Raffaele.
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