Porzioni.

Serie: La leggenda del Demone Rosso.


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: La magia più usata, un tempo, era fatta di luce. Ora l’oscurità sta divorando ogni cosa.

Sarija puntò entrambe le mani sul terreno, mormorando piano delle parole nella lingua degli elementali, quelle parole avevano il colore della terra: dal suolo sottostante cominciarono a muoversi dei granelli fini di terriccio e polvere, via via sempre più numerosi e sempre più velocemente, una cisterna finemente lavorata e decorata cominciò a prendere forma e nel momento in cui terminava il vorticare dell’argilla, del quarzo, del caolino e del feldspato, la regina delle fiamme accese un fuoco cilindrico, di un giallo accecante, ad avvolgere la grossa anfora.

– La giara è pronta. La metti tu sotto il getto d’acqua? – Phyto non se lo fece ripetere due volte, afferrò il vaso a mani nude, incurante del calore e lo posizionò sotto il foro da cui usciva il getto d’acqua. Uno sfrigolio e una nuvola di vapore si sollevò dall’interno del contenitore.

– Quindi: aspettiamo di capire cosa vuole… e nel caso si dimostri pericolosa, la si immobilizza e la si interroga a dovere con un incanto di verità? – Sarija ripeteva il piano più per se stessa che per la conferma di riccioli d’oro.

– Mi conosci Sar, ciò che non capisco e che non posso valutare, tendo ad eliminarlo. Per sicurezza. – L’oracolo controllò il livello dell’acqua all’interno dell’anfora: poteva bastare.

– La porti tu vero? Che io non ho forza.

– Sei un vero cavalerie! Phyz! – Sarija sorrideva, le piaceva stemperare la tensione con delle sciocchezze. Sollevò la cisterna con dentro una metreta d’acqua come fosse una tazzina di elisir.

Fuuto era il più distante dal centro del bel fuoco luminoso e scoppiettante.

– Amico mio, ha fatto qualcosa? Ha detto qualcosa la qizil? – Il predicante osservava con attenzione la disposizione delle persone vicino a Neeve, valutando le distanze e le eventuali vittime collaterali di un suo incanto di liquefazione…

– Stanno ridendo e parlando dei capelli rossi. – Fuuto era teso, preoccupato, ma non troppo.

– Andiamo a vedere cosa vuol fare davvero. – Sarija si avviò verso il fuoco.

Grijo osservava e ascoltava con attenzione, si teneva ad una distanza di sicurezza, ma appariva relativamente più disteso.

– Grijo! Allora? Che te ne pare?- La regina del fuoco appoggiò la sua mano sulla spalla del soldato che le faceva da scorta.

– Niente, anche lei è diretta a Kordak. Ma non credo voglia partecipare o comunque non sembrerebbe intenzionata ad attaccarci. Sembra solo contenta di mangiare. –

– Oh! Eccoli! Adesso si può cenare, no? – Neeve si illuminò con un sorriso genuino di gioia, battè brevemente le mani girandosi verso le pietanze tenute calde sopra una lastra di pietra poggiata su di un piccolo braciere di carbonella prelevata dal fuoco principale.

– Posala! Posala a terra! Che sto morendo di fame e anche di sete! – Sarija poggiò la grossa anfora a terra allontanandosi di un paio di passi. La qizil guardò distrattamente quel contenitore colmo d’acqua e i suoi occhi s’illuminarono di una calda luce arancione per un brevissimo istante.

Phyto notò quella luce e cercò di intuire quale forma di incanto stesse utilizzando, ma non riuscì ad avvertire alcuna sensazione di potere, nessun alone colorato che ne indicasse la radice elementale, niente di niente.

– Chi fa le porzioni? – Sarija si guardò intorno, cercando un volontario. Vide Hizen avanzare con lo sguardo serio mentre estraeva il suo pugnale ricurvo e affilato.

– Kinu? Kinu! Che fai lì in disparte? Perché non ti unisci a noi? –  
La Furia era rimasta seduta dove aveva incrociato la prima volta lo sguardo con la nuova arrivata, Dalhia lo osservava preoccupata aspettando la risposta.

– Arrivo. Poso queste quattro pietre e arrivo. – Scosse la testa come per scacciare via un nugulo di pensieri molesti. Si rimise in piedi lentamente controllando che le gambe reggessero il peso, iniziò a raccogliere i sassi caduti sistemandoseli sul braccio sinistro e portandoli nel punto in cui gli alberi s’infittivano. Si guardò indietro desiderando ardentemente di non dover tornare, di non incrociare più lo sguardo con quell’essere. Sentiva però alla bocca dello stomaco una pressione costante: aveva stretto un patto con la madre di Dalhia, un patto che poteva essere sciolto solo con la sua morte o con la morte dell’altro contraente.

“Proteggila!” furono le ultime parole della genitrice della piccola sacerdotessa della terra.
Il suo villaggio era stato praticamente sterminato da una gravissima malattia degenerativa che colpiva ossa e muscoli compreso il cuore, questo cessava di battere regolarmente ed infine si fermava. Non avevano trovato una cura, né un incanto capace di arrestare l’avanzare di quella terribile piaga e in un villaggio di poco meno di cinquecento anime, ne erano sopravvissute qualche decina, tutti giovanissimi e tutti senza alcuna esperienza nell’uso dell’elemento cucito sulla grande bandiera all’ingresso di quella borgata chiamata Kerajaan Batu: Una roccia romboidale stilizzata, con il vertice superiore bianco come la neve e quello inferiore rosso come il fuoco, il colore di fondo era il verde trifoglio.
Lilac, così si chiamava la mamma, era morta un pomeriggio di quell’estate torrida. Dalhia aveva pianto fino ad addormentarsi e il terion l’aveva presa e portata nel suo lettino, aveva seppellito la madre in giardino sotto al salice, accanto al padre spirato quattro giorni prima. Nelle giornate successive, la piccola Dalhia aveva deciso di parlare ai pochi sopravvissuti, una quarantina circa, tutti coetanei o poco più piccoli. Aveva preso la decisione di andare al festival, per chiedere udienza al grande monarca, pregarlo per un aiuto, combattere contro tutti, se fosse stato necessario.
Avevano aperto la teca sacra che conteneva i bracciali divini, nessuno ricordava bene le parole del rituale di passaggio: la preghiera alla dea della terra per concedere l’uso del potere contenuto nel metallo divino.
Qualcuno mormorava semplicemente parole incomprensibili, ma quasi tutti ricordavano bene che su ogni gioiello andavano versate tre gocce di sangue della candidata.
Fu Dalhia stessa a tagliarsi il palmo della mano sinistra con il coltello rituale, ma aveva esagerato con la forza ed il taglio era fin troppo profondo. Su ogni bracciale versò molto più di tre goccioline di sangue ed il metallo assunse un deciso alone del colore dell’argilla rossa. Il foro centrale, tanto stretto da non rfar passare neanche un dito, avvicinando la mano, sembrò ammorbidirsi. Dalhia spinse leggermente e la mano passò senza alcuna resistenza. Il metallo era pesante, ingombrante e doloroso: abbassando il braccio, batteva sempre sul bacino procurandole un dolore acuto. Indossò i restanti gioielli, compresi quelli alle caviglie. 

Con qualche libbra in più addosso, avvertì scorrere dai gioielli una sorta di flusso di potere, di sussurri antichi e recenti, sfiorò con le dita uno dei bracciali e pensò a qualcosa che desiderava… Guarire la mano e… del cibo! Erano tutti affamati da quando tutti gli adulti erano stati sepolti. Nessuno aveva più cucinato o meglio, nessuno aveva mai cucinato. Pensò al suo piatto preferito: visualizzò un pollo allo spiedo, con le patate ripiene di cipolla cotta e formaggio di capra.
I bracciali assunsero dei riflessi dorati di luci che non erano visibili. Attorno si sentivano dei suoni metallici, una specie di clangore distante, le gambe di uno dei tavoli del salone delle cerimonie cedettero consumate dall’interno: gli elementali esigevano il pagamento se interpellati, materia in cambio di materia. A terra proprio davanti alla nuova sacerdotessa cominciò a formarsi una sorta di nuvola di vapore, che si accresceva e concentrava con il passare del tempo. Pareva un grumo di polvere che roteava seguendo delle correnti d’aria inesistenti. La consistenza appariva farsi solida man mano che la magia eseguiva la richiesta della ragazzina appena investita del titolo di capo villaggio, sacerdotessa della terra e combattente per il festival dei campioni. In ultimo s’addensò, proprio sotto il grosso pollo fumante ed alle patate cremose e dal forte odore di cipolla cotta e formaggio stagionato filante, un finissimo piatto blu con decorazioni dorate.
Per Dalhia e per tutti quei ragazzini affamati fu la magia più bella e saporita cui avessero mai assistito. La nuova sacerdotessa pensò anche alla mano e i lembi della ferita si chiusero senza lasciare traccia.

Kinu osservava tutto con crescente preoccupazione.

– Sacerdotessa Dalhia, sei sicura di volerti recare a Kordak per chiedere udienza al monarca? – Il despota massacratore della sua razza, della sua famiglia e di tutti coloro che avevano avuto la sfortuna di nascere con la doppia anima: istinto animale da una parte e raziocinio umano dall’altra.

– Se il nostro sovrano è in grado di fare tutto con i suoi poteri, voglio chiedergli la conoscenza della venerabile Poinsettia… Per far rinascere questo villaggio, per sapere cosa fare e come guidare tutti nel modo più giusto. –
Due lacrime caddero silenziosamente vicino al piatto appena creato, la sacerdotessa prese la mano del terion, singhiozzando silenziosamente.

Kinu si riebbe dai suoi pensieri, lasciò cadere le pietre, si colpì il petto con entrambe le mani come per farsi coraggio e tornò verso il bivacco per proteggere il suo sacro sprijin: la bimba col potere dei bracciali divini.

Tutti avevano un piatto, una semplice pietra piegata dalla magia, appiattita e levigata, con sopra dei pezzetti di carne fumante e fette di tubero annerito dal fuoco.

Serie: La leggenda del Demone Rosso.


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Discussioni

  1. Sono contenta di aver avuto modo di dare uno sguardo al background di Dalhia. Come sempre i tuoi disegni riescono a trasformare ciò che è bidimensionale (lo scritto) in vere e proprie scene cinematografiche. Hai un dono prezioso.

    1. Micol! Fortuna che non c’è il pulsante per le emoji! Altrimenti ti ritroveresti una risposta di soli cuori, abbracci e robe mielose! Grazie mille per il più bel complimento che si può fare a qualcuno che ama immaginare cose!

  2. Ciao❣️❣️❣️
    Finalmente sono in pari.
    Mi è piaciuto molto questo mondo fantasy.
    Il potere predominate è la manipolazione degli elementi e questo mi ha particolarmente catturata. I personaggi mi sono piaciuti tutti, ma (come ho già scritto) ho una preferenza per Sarija che vedo forte potente, ma che al contempo mostra delle fragilità ed emozioni. In questo episodio in particolare ho apprezzato il ” sacrificio ” di sangue della sacerdotessa e tutta la narrazione su du lei.
    Complimenti ❣️

    1. LOLA! Hai fatto piazza pulita degli episodi! Dai che sabato o domenica posto il prossimo (dipende quando completerò la copertina e l’illustrazione). Sono davvero contento che la mia presentazione di un mondo fantasy un po’ particolare ti sia piaciuta. In realtà la storia vera e propria avrà un titolo diverso. Diciamo che questa è una piccola introduzione… Più che altro serve a me per capire se questo genere sia ancora affascinante.

  3. “Sarija puntò entrambe le mani sul terreno, mormorando piano delle parole nella lingua degli elementali, quelle parole avevano il colore della terra:”
    Quando fa questa cosa mi ricorsa tanto la scena di un film … ma non riesco a ricordare quale

    1. Dammi qualche altro indizio… Non so dei parrticolari che ti vengono in mente. Perché la magia elementale è sfruttata da parecchie pellicole, ma come tipo di magia è molto simile a quella usata dai dominatori della terra visti nel cartone animato di Avatar – The last airbender.

    2. Allora c’era il ragazzo, era tipo un umanoide (non completamente umano, ma ho un lapsus quindi non mi ricordo in che mondo ci troviamo) metteva tipo la mano a terra e poi c’era tipo un terremoto si spaccava la terra

    1. Ciao M.Luisa! Lo sapevo! Mi dispiace infastidirti con tagli e ferite, ma io l’ho detto a Dalhia di non esagerare, che non serviva… ma niente. A parte le stupidate, perdonami! Purtroppo questa storia pende decisamente verso il lato fantasy d’azione e combattimenti all’arma bianca…-_-!

    1. Giancarlo grazie davvero! Io invece sono rimasto indietro con la tua bellissima storia di pornografia informatica spinta! XD! È che mi stanno facendo fare i doppi turni con il triplo carpiato rovesciato da verticale… Che non è il mio forte, anche perché ho un polso fuori servizio e restare in verticale per i secondi necessari è davvero dura!
      Poi torno a casa e devo pure cucinare… Probabilmente morirò entro mercoledì prossimo, anch’io per la sindrome della morte improvvisa…ta. Nel caso, ricordati che ti ho voluto bene!