Potere senza Giustizia

Al bar del Palazzo di Giustizia, ogni mattina, un rituale si ripeteva. Due magistrati, seduti a un tavolino, si fronteggiavano come due gladiatori in una moderna arena fatta di parole, tazze di caffè e articoli di legge. Da una parte c’era il dottor Enrico Basile, togato conservatore, rigido e inflessibile, con una visione politica profondamente radicata a destra. Di fronte a lui, il dottor Marco Neri, un magistrato dalla spiccata ideologia progressista, convinto di essere paladino di un ruolo per correggere le storture della società, con particolare accanimento a arginare le minacce che venivano dall’estrema destra.

“Vedi, Marco” iniziò Basile con tono sicuro, accarezzando la tazza di caffè fumante. “La verità è che la nostra magistratura, o almeno una buona parte di essa, cerca ogni pretesto per mettere fuori gioco un esponente della destra. E questo non è giustizia, è faziosità politica. Chi ha idee di destra viene trattato come un nemico, non come un cittadino da tutelare.”

Neri sorrise, sorseggiando il suo caffè con calma. “Enrico, la legge non è un meccanismo cieco. I giudici devono interpretare la legge. Questo significa che abbiamo la responsabilità di decidere cosa è meglio per la società. E se chi manifesta ideologie pericolose per la democrazia, guarda caso, appartiene alla destra, non è colpa mia. È un mio dovere impedirgli di far danni.”

Basile scosse la testa. “La tua è una giustificazione perfetta per l’abuso di potere. Noi non siamo qui per decidere chi può parlare o meno. Le elezioni sono l’unico vero giudizio democratico, non i nostri tribunali.”

Così andava ogni giorno. Discussioni interminabili, schermaglie intellettuali che mai sfociavano in vero odio, ma neppure in alcun tipo di accordo. Era come se i due trovassero, in questo dibattito perpetuo, una strana forma di equilibrio. Tornavano a casa la sera, ognuno saldo nel proprio credo, con la certezza che l’altro fosse irrimediabilmente in errore.

Il giorno in cui tutto cambiò, era un martedì mattina: i due magistrati erano stati invitati a partecipare a una trasmissione televisiva in vista delle elezioni politiche imminenti.

Il dibattito, come sempre, avrebbe ruotato attorno alla giustizia e alla politica. Niente di diverso dai loro confronti quotidiani, ma, questa volta, sotto la luce dei riflettori.

L’auto di scorta li prelevò puntuale. Erano sui sedili dietro, in silenzio per una volta, forse preparandosi mentalmente per il confronto che sarebbe avvenuto in diretta.

Il tragitto sembrava tranquillo fino a quando, improvvisamente, l’auto venne fermata da un furgone nero che si frappose di traverso sulla strada.

Due uomini armati e con il volto coperto spalancarono le portiere. Prima che Basile o Neri potessero reagire, si trovarono immobilizzati a bordo del furgone. Le guardie di scorta furono messe fuori gioco in un attimo, incapaci di difendere i due magistrati.

Nessuno li vide più da quel momento.

I giorni seguenti furono pieni di speculazioni. I notiziari non parlavano d’altro: chi aveva rapito i due magistrati? Quali motivi c’erano dietro?

Stranamente, non arrivò mai nessuna richiesta di riscatto, nessun comunicato. Solo un silenzio assordante, che alimentava il mistero.

La tensione aumentava, mentre le ipotesi più disparate si moltiplicavano: qualcuno insinuava che fosse stata un’azione politica, altri credevano che fosse un attacco criminale contro la magistratura stessa. Nessuno, però, riusciva a capire chi potesse aver agito con tale precisione e senza lasciare traccia.

Poi, un giorno, un annuncio inquietante apparve su un giornale nazionale, inserito tra le pubblicità come un messaggio che sembrava sfuggire al controllo delle autorità: “A noi non interessa se sei di destra o di sinistra, a noi interessa solo chi gestisce il potere. Nessuno dei due magistrati ha voluto collaborare con noi e per noi dunque non valgono nulla.”

Era una dichiarazione tanto enigmatica quanto terribile. Loro, chiunque fossero, non cercavano né giustizia né vendetta politica. Volevano il potere puro, e i due magistrati, nonostante le loro visioni opposte, avevano commesso lo stesso errore: avevano pensato che il loro ruolo fosse difendere principi, ideali, leggi. Ma per quei rapitori, quegli ideali non significavano nulla.

Il tempo passò, e con esso le indagini si affievolirono. Nessuno capiva cosa li fosse successo. Forse erano morti, forse imprigionati in qualche luogo segreto. Non erano stati rapiti per ciò che rappresentavano politicamente, ma per ciò che avevano rifiutato di fare.

C’era chi giurava che, passando sotto i grandi pilastri di cemento dell’autostrada che collegava il nord al sud, si poteva ancora sentire, trasportata dal vento, l’eco delle loro dispute. Le solite argomentazioni, le stesse frasi ripetute come una litania.

“Sai, Marco, questa magistratura di sinistra…”

“Enrico, la legge è chiara, spetta a noi giudici interpretarla…”

Le loro voci, come ombre persistenti, riecheggiavano e quelle parole poco per volta risuonavano sempre più vuote e prive di significato.

Non contava più se fossero di destra o di sinistra, se credessero nel ruolo della magistratura o nella sovranità del popolo. Non contava perché, chi aveva orchestrato il loro destino aveva il potere come unico vero obiettivo. E chi non collaborava, chi non si piegava, non valeva nulla.

Dei magistrati nessuno seppe più nulla. Ma il monito restava: al potere non interessa la giustizia, non interessa la verità ma solo prevaricare sulle idee e governarle.

Avete messo Mi Piace1 apprezzamentoPubblicato in Narrativa

Discussioni