Premure
Serie: Una città di perdenti
- Episodio 1: Compiti
- Episodio 2: Presenza
- Episodio 3: Nella pietra
- Episodio 4: Eredità – parte 1
- Episodio 5: Eredità – parte 2
- Episodio 6: Eredità – parte 3
- Episodio 7: Eredità – parte 4
- Episodio 8: Protezioni
- Episodio 9: Premure
STAGIONE 1
Percorse il vialetto interno con incedere misurato e prudente. Il fascio dell’anabbagliante illuminò tenue il pietrisco che ricopriva il fondo in terra battura e le buche che qua e là lo affliggevano, come segni lasciati sulla pelle da un’acne grave e persistente; nell’ora in cui il pomeriggio è solo un ricordo che si mescola al buio imminente della sera, inventando colori destinati a durare appena il tempo di accorgersi della loro esistenza.
Nemmeno le contava più le volte in cui si era offerto di aiutare quel testone a stendere una passata di asfalto che sistemasse il manto e lo rendesse percorribile più facilmente. Ma si era sempre sentito rispondere «Direi che farebbe comodo solo a te». Precisando poi che se non era capace di stare in equilibrio su due ruote poteva sempre comprarsi un paio di quelle rotelline che si mettono alle biciclette dei bambini che non sanno ancora stare su da soli; da qualche parte in cantina forse poteva trovargli quelle di quando sua figlia era piccola.
Arrestò la moto nel punto in cui la strada si allargava per diventare il cortile antistante casa, spense il motore e fu avvolto da un silenzio più insistente del suono appena messo a tacere, contaminato solo dal ticchettio della marmitta che cedeva calore in un’aria immobile. Oltre i campi coltivati in lontananza vide accendersi i lampioni allineati sulla statale, inservibili da quella distanza.
Sì grattò la barba di due giorni fissando la lampada spenta appesa al soffitto del porticato esterno. Poco più in alto, al piano superiore dell’abitazione, una tendina alzata a metà poggiava contro una finestra chiusa lasciando trapelare un debole alone di luce, appena visibile a quell’ora. Un furgone che esibiva una targa ormai più antica che vecchia era parcheggiato poco più avanti.
Poggiò il mezzo sul cavalletto laterale e scese facendo ruotare la gamba destra sopra la sella verde oliva, ignorando di proposito gli scricchiolii alle giunture che, una volta fatto ingresso nella sesta decade, con sempre maggiore frequenza venivano a portargli i loro omaggi non richiesti.
Si guardò intorno senza sapere cosa cercare mentre si avvicinava ai due gradini della veranda, li raggiunse affrontandoli in un colpo solo ed una volta davanti la porta di casa bussò con le nocche sul legno scolorito dello stipite, in attesa di una risposta che prima tardò ad arrivare, e che dopo una manciata di secondi si trasformò in un appuntamento mancato.
Tornò sui suoi passi e dal cortile puntò nuovamente lo sguardo al piano di sopra, aspettando di scorgere dei movimenti da dentro la stanza. Quando l’impazienza segnò il punto decisivo infilò i due indici tra le labbra e soffiò forte producendo un fischio talmente acuto che avrebbe fatto drizzare le orecchie a qualsiasi cane, se ce ne fossero stati in giro.
«Ehi!» chiamò a voce alta rivolto alla finestra, aiutandosi con le mani a coppa. «Ci sei?»
Si concesse ancora un istante, poi si avvicinò al vecchio furgone parcheggiato. Controllò gli interni del mezzo attraversò i finestrini alzati, sentendosi come la versione goffa del protagonista di una qualche serie tv, domandandosi quale sia l’intento di uno sceneggiatore quando fa compiere al personaggio un gesto talmente inutile, se non guadagnare tempo prima dell’arrivo di un’interruzione pubblicitaria.
Le alternative erano ritornarsene da dove era venuto, con buona pace di un bicchiere condito da due chiacchiere prima di cena, o aspettare che il vecchio si alzasse a fatica dal water sul quale probabilmente ora se ne stava seduto, per poi farsi prendere per i fondelli una volta raccontato dello spavento che gli aveva appena fatto prendere.
Oppure, essendo quelle visite l’occasione piacevole di scroccare un paio di lattine ma anche un modo per tenere d’occhio un uomo più vicino ai novanta che agli ottanta, risalire come già stava facendo i gradini del portico e prendersi la libertà di entrare in casa senza invito.
Aprì il cassetto del tavolo piazzato in veranda percependo ancora l’odore di cibo per animali nonostante non ve ne fosse più da anni, rovistando tra vecchi giornali e accendini usa e getta fino a pescare la chiave della porta d’ingresso.
«A cosa ti serve chiudere casa se poi le chiavi sono lì a portata di mano? Tanto vale lasciare spalancato e un invito a servirsi da soli». Questo gli aveva domandato un sabato pomeriggio lì sotto il portico, con le buste della spesa in braccio, dopo averlo incontrato al supermercato ed essersi offerto di riaccompagnarlo e sistemargliele in cucina.
«Chi vuoi che ci venga fino a qui? E poi a prendere cosa? Le bollette della luce? Mi farebbero un favore, gli lascio anche i soldi per pagarle in posta» gli aveva risposto richiudendo quello stesso cassetto dal quale lo aveva visto estrarre le chiavi. «E comunque non sono totalmente rimbecillito da non sapere mettere due vasetti su uno scaffale. Se sei venuto a berti una birra accomodati, se sei venuto a farmi la predica…». Non c’era stato bisogno di concludere la frase. Gli aveva indicato il vialetto dietro di loro e poi aveva inserito la chiave nella serratura aiutandosi con l’altra mano per contrastare il tremolio dell’età.
«Paghi ancora le bollette in posta? Non ti arrivano direttamente sul conto?»
«Non mi fido. E poi almeno mi muovo un po’. Entra.»
Rimase fermo davanti all’ingresso ancora qualche istante, domandandosi se entrare fosse una buona idea o stesse per prendersi una ramanzina per averlo fatto senza chiedere permesso. Pazienza pensò infine, ormai che sono venuto fin qui.
Tirò a sé la zanzariera e inserì la chiave nella toppa. Fu sufficiente appena un giro per far scattare il meccanismo di chiusura. Spinse verso l’interno e in un passo fu dentro casa. La zanzariera alle sue spalle sbatté contro lo stipite, richiudendosi piano come un ospite gentile che non voglia mettere fretta al suo invitato.
L’ambiente fin troppo ordinato per fare da contesto alla vita di un uomo di quell’età parve non badare a lui. Scrutò alla ricerca di qualche tipo di movimento, tendendo le orecchie. Poi chiamò:
«Letho, posso entrare? Sono io, Adam.»
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