
Preparativi
Serie: Il Piano
- Episodio 1: Un nuovo lavoro
- Episodio 2: Preparativi
- Episodio 3: Assalto
- Episodio 4: Contrattacco
- Episodio 5: Toc-Toc
- Episodio 6: Legami familiari – Epilogo
STAGIONE 1
I nostri poteri ci rendevano le minacce più letali sulla faccia della terra, ma non necessariamente gli esseri più intelligenti. Avevamo immaginato che all’interno dell’albergo ci sarebbe stata almeno una delle squadre di sorveglianza notate nei giorni precedenti. Di certo non potevamo aspettarci che avrebbero alloggiato esattamente di fronte a noi. Se anche avessimo avuto accesso alla lista degli ospiti, non avremmo mai avuto la possibilità di controllarli uno ad uno.
“Potremmo entrare lì dentro e farli fuori tutti” dissi mentre prendevo posto su una delle poltroncine accanto alla porta d’ingresso.
“Poi ordiniamo il pranzo in camera e sistemiamo tutto in modo che sembri un’indigestione fatale” disse Pete con la faccia attaccata allo spioncino.
“Potevi semplicemente rispondermi di no.”
“Pensavo stessi scherzando anche tu.”
“Va bene, ho capito, non facciamo casino.”
Decidemmo di otturare la toilette con qualche rotolo di carta igienica, per poi telefonare in reception e farci cambiare stanza. Per non essere visto, saltai nuovamente verso l’auto con i borsoni e aspettai che Pete mi richiamasse per raggiungerlo. C’era comunque il rischio che gli inquilini della stanza di fronte trovassero sospettoso tutto quel movimento, ma fortunatamente l’acqua che fuoriusciva dalla camera avrebbe fornito una distrazione e un alibi decenti.
Passarono una ventina di minuti prima che il telefono vibrasse per avvisarmi del via libera. Saltai nuovamente e mi ritrovai sul morbido materasso della nuova camera. Pete agguantò un paio di birre in lattina dal frigo bar, ne scosse una e me la lanciò. Aprì la sua, la trangugiò avidamente e, una volta finita, accartocciò la lattina fra le mani e la poggiò sul centro del tavolo accanto alla finestra. Decisi di lasciare sul comodino la mia. Non mi andava di bere e tantomeno di farmi esplodere una birra in mano.
“Quindi adesso non ci resta che prepararci senza essere visti e cercare di non mandare tutto a puttane.”
Cercai di modulare la voce per far sembrare il piano come il più semplice dei lavori, ma non riuscii a convincermi. Dal momento in cui fummo costretti a cambiare stanza ricominciai a pensare ai motivi per cui stavo per rinunciare all’incarico. Il fatto che fossimo già all’interno dell’albergo e l’inamovibilità di Pete mi riportarono rapidamente al presente. Se non avessimo cominciato ad organizzare i preparativi, avremmo fallito sicuramente.
Pete doveva occuparsi della localizzazione di tutte le telecamere presenti accanto agli ascensori nella hall, nei piani centrali dell’albergo e nell’attico. L’ultima parte era la più difficile, poiché quella zona risultava chiusa per “lavori”, la giustificazione perfetta per far occupare il piano da gente armata. Successivamente, avrebbe dovuto posizionare i dispositivi di jamming in modo da scatenare un’interferenza di un paio di minuti che avrebbe reso le telecamere inutilizzabili mentre agivamo. Il mio compito era quello di fingermi un addetto alle pulizie dell’albergo ed individuare eventuali altre squadre di sorveglianza sfuggite ai controlli precedenti. Le parti difficili erano due. La prima era saltare direttamente nello spogliatoio degli inservienti e appropriarsi della divisa senza essere scoperto. L’altra era ovviamente riuscire ad individuare le altre squadre. In ogni caso, avevo un giorno intero per bussare ad ogni singola porta, quindi mi concentrai sulla prima fase. Così mi tolsi la giacca e presi dal borsone una delle Glock su cui montai un piccolo ma efficace silenziatore e un coltello militare tattico con la lama seghettata. Sistemai entrambe le armi nelle speciali fondine ascellari alleggerite, presi le sigarette, dei fiammiferi e il telefono. Ero pronto.
“Non aspettarmi alzato.”
Saltai nel corridoio della manutenzione, leggermente indietro rispetto alla porta dello spogliatoio. Appena entrai, notai subito l’armadietto con le tute pulite grazie alla scritta stampataci sopra. Controllai la taglia giusta e ne indossai una che, senza alcun vanto, mi stava proprio bene. Recuperai un carrello col necessario per lavare pavimenti e disintegrare ogni macchia e mi avviai verso l’ascensore.
Trovai una delle squadre al primo piano, nella camera più vicina alle scale che portavano alla hall. Mi bastò bussare e rifilare una scusa sul dover controllare questa o quell’altra cosa nel bagno e che altre camere avevano avuto lo stesso problema di cessi che esplodevano ma che sarebbe bastato giusto un attimo. Entrai e continuai a sbraitare su quanto fosse diventato pesante quel lavoro dopo anni di bagni, mobili e altra roba sulla quale le persone lasciavano macchie di ogni genere. Dopo qualche istante dissi che sembrava tutto in ordine ma che sarebbe stato meglio guardarsi le spalle anche seduti su quel trono. Lanciai una rapida occhiata al resto della stanza e notai uno dei due ospiti chiudere velocemente la valigia poggiata sul letto. Riuscii comunque a sbirciare e non mi sorpresi di aver visto delle armi. Uscii dalla camera salutando, ancora immedesimato nel personaggio, e continuai il mio giro. Quei due avevano l’aria di essere parecchio tosti, ma non troppo svegli se il loro compito era quello di non farsi scoprire.
Quando fui al quarto piano, passai davanti alla camera della squadra già incontrata ma non mi fecero entrare, almeno ero sicuro che non si fossero spostati. Rimasi nel personaggio e per un po’ mi convinsi che quel lavoro non era così male.
Dopo circa un paio d’ore raggiunsi il penultimo piano, il decimo. Notai subito che all’inizio della rampa di scale che portava all’undicesimo c’erano due tizi vestiti da operai. Con tanto di auricolari e pistola nascosta nel giubbotto da lavoro.
“Da qui non si passa” disse quello che sembrava più giovane ed arrogante, mentre masticava rumorosamente un chewing-gum.
“Basta che avvisiate i vostri colleghi di guardarsi le spalle mentre vanno al cesso, oggi esplodono” risposi passandogli davanti.
Una delle braccia del tizio accanto bloccò il carrello e mi guardò.
“Stiamo lavorando anche su questo piano, ce ne occupiamo noi” disse quello più giovane cercando di impostare un tono più autoritario.
Li guardai per qualche istante e nonostante la voglia di piazzare una pallottola in testa ad entrambi, mi limitai ad annuire fingendo di essere spaventato e tornai nell’ascensore. Pressi il tasto del primo piano sotterraneo e una volta arrivato, lasciai il carrello lì vicino e saltai in camera.
Pete arrivò qualche minuto dopo e mi disse che era tutto sistemato. Ci aggiornammo su ciò che avevamo scoperto mentre dividevamo l’ultima birra rimasta nel frigo bar. Conoscevamo la posizione delle squadre e preparato il necessario per entrare in azione il giorno dopo.
“Certo che con tutti i soldi che hanno mi sarei aspettato qualcuno di più professionale” disse Pete, a cui spettò l’ultimo sorso.
“A pensarci è sembrato tutto troppo facile anche a me.”
“Non ricominciamo con questo discorso.”
“Davvero, quando mai ci sono capitate delle condizioni del genere?”
“In realtà quasi sempre, solo che per un motivo o per l’altro, qualcosa andava storto e noi riuscivamo sempre ad uscirne.”
“Questa volta però non abbiamo margini di errore” dissi mentre presi a fissarlo come per confermare la serietà del momento.
“Allora vedi di non mandare tutto all’aria” disse Pete, sorridendo.
Ordinammo una cena leggera col servizio in camera e, dopo aver mangiato, preparammo l’equipaggiamento e passammo il resto della serata in meditazione per concentrarci sul piano. Scacciare le preoccupazioni e i dubbi ci avrebbe aiutato ad affrontare qualsiasi imprevisto si sarebbe presentato il giorno dopo. Del resto non potevo negare che gli imprevisti avevano sempre fatto parte del mestiere. Cercai di liberare la mente e mi concentrai sul rilassarmi e raccogliere tutte le energie disponibili. Dopo un po’ occupammo i rispettivi letti, nel silenzio rispettoso della meditazione. Passai un po’ di tempo ad osservare i giochi di luci ed ombre che si creavano sul soffitto grazie alle insegne luminose per strada. Lasciai che i pensieri fluissero seguendo la brezza leggera che ogni tanto attraversava la stanza. Immaginai di dissolvermi in cenere e diffondermi tra le nuvole, attraverso i venti, nel resto del mondo. Il giorno seguente avrebbe potuto essere quello della nostra morte, ma fino a quel momento, mi convinsi che lo sarebbe stato sicuramente se non avessi dormito. Mi girai un paio di volte prima di trovare la posizione giusta. Aprii per un secondo gli occhi e vidi sul comodino la lattina che avevo lasciato quella mattina. Pensai che l’avrei data a Pete una volta finito il lavoro e mi addormentai.
Serie: Il Piano
- Episodio 1: Un nuovo lavoro
- Episodio 2: Preparativi
- Episodio 3: Assalto
- Episodio 4: Contrattacco
- Episodio 5: Toc-Toc
- Episodio 6: Legami familiari – Epilogo
Personaggi ambivalenti, nel senso che dotati di poteri super a momenti cadono in banalizzazioni del pensiero e delle azioni come riempire il wc di carta per procurarsi un diversivo efficace. Il tutto reso attraverso l’uso del dialogo, domande e risposte. È interessante vederli muovere in questa ambivalenza.
Innanzitutto ti ringrazio per aver letto, e poi ti ringrazio anche per questo commento!
Lo scopo è proprio quello di renderli “normali” nonostante poteri così particolari, alla fine sono umani anche loro!