
Prigionieri di una storia
Serie: Trilogia della scrittura
- Episodio 1: La pagina perfetta
- Episodio 2: Il mondo in una stanza
- Episodio 3: Prigionieri di una storia
STAGIONE 1
Dicono che il mio stile di scrittura, il fluire del mio pensiero, l’articolarsi in subordinate e coordinate di vario tipo, sia troppo pesante da leggere per il lettore odierno; io penso che le parole che trovate tra queste pagine siano solo quelle essenziali, né più e né meno.
Quando ero piccolo ho partecipato a diversi corsi di teatro, credo che abbiano favorito il mio sviluppo interiore perché mi hanno posto di fronte alla personificazione di una storia, alla realizzazione di un pensiero; che cos’è un racconto se non l’insieme di azioni e personaggi che si muovono sull’immaginario palco disegnato dall’autore? Che cos’è la penna dello scrittore se non l’atto creativo per eccellenza poiché può dar vita a forme che nella realtà nemmeno esistono?
Sono stato uno degli studenti con più alto profitto ed ho partecipato ad innumerevoli rappresentazioni teatrali con parti più o meno importanti, anche da protagonista, forse è da lì che è nata la mia passione per il raccontare e raccontarsi. Prima non ero un avido lettore ma, di certo, non disdegnavo affatto il contatto con la carta e la lettura, così solitaria ma anche vicina a chi quei concetti li aveva messi su carta, immobili come una colonna. Ho scoperto che esistevano tantissimi uomini e donne nel mondo affetti dalla mia stessa “malattia”: tramandare, narrare, mostrare, trasmettere emozioni; all’inizio è stato quasi come essere entrati a far parte di un club esclusivo, di quelli importanti che richiedono una tessera.
Ho iniziato a scrivere in forma sceneggiata perché la trovavo più immediata, non volevo dar alla luce un romanzo poiché la mia creatività si materializzava già in forma teatrale, più comoda ed esaltante per uno come me. All’epoca era iniziato tutto come un gioco basato sulle mie strambe idee che pochi potevano leggere e ancor meno avevano il privilegio di provare a metterle in scena, con il mio aiuto s’intende. All’età di diciannove anni ero già autore di tre spettacoli che avevano riscosso un discreto successo di pubblico, seppur confinato alla mia città e alla mia scuola.
Ben presto tutto questo non mi soddisfaceva più, non mi dava più quel brivido che mi procurava all’inizio, si trattava quasi di un esercizio sterile poiché conduceva sempre a buoni risultati ma, purtroppo, del tutto lontani da quello che dovevo ottenere: la storia migliore che l’uomo avesse mai creato. Affittai una camera singola in un hotel in riva al mare, non lontano da casa mia, e mollai tutto quello che avevo ottenuto con il sudore della fronte per inseguire il mio sogno.
In quel luogo solitario, lontano da ogni cosa, lontano da ogni affetto ed ogni distrazione, potevo procedere con la mia ricerca che mi portava agli albori della civiltà per ripercorrere tutta l’evoluzione dell’uomo e del suo modo di raccontare. Furono giorni febbrili fatti di studio, sonno e poi altro studio senza alcun momento di pausa perché percepivo un’urgenza tale che era difficile farla tacere senza appagarla a dovere, senza fornirle il tributo che richiedeva con la sua forza. Consumai gli occhi illuminando pagine con una lampada scassata che aveva visto giorni migliori, scrissi appunti con matite consumate che a malapena mi garantivano una leggibilità a posteriori e rilessi scartando quasi tutto, come una grande tela di Penelope che si disfaceva nella mia mente.
Trascorsero giorni interminabili che nemmeno ricordo con precisione, le immagini si accavallano tra loro senza lasciare spazio a qualcosa di più nitido che mi permetta di collocarlo in un tempo preciso; si trattava di vivere in un febbrile limbo alla ricerca di quello che, pian piano mi convinsi, non poteva essere ottenuto.
Ricordo però con lucidità il momento in cui tutto divenne chiaro, difficile spiegarlo attraverso parole comprensibili ai più; intorno a me tutto divenne un grande palco teatrale, personaggi si muovevano da soli senza più i vincoli imposti dal volere dell’autore, e riproducevano la vita per com’era davvero, nessuna patina di finzione li divideva dall’aria che respiravo in quell’istante.
Corsi alla scrivania in preda ad un fiume straripante di paura ed ispirazione, paura di fallire ora che tutto quello di cui avevo bisogno si trovava nelle mie mani, una lucidità nei concetti che raramente avevo sperimentato. Scrissi per ore con la mia matita fino a consumarla tutta, fino a quando non mi trovarono svenuto senza più alcuna forza in corpo; mi dissero solo dopo qualche settimana che i fogli erano spariti nel nulla, come portati via da qualcuno, come mai esistiti ma non mi importava più poiché ora possedevo un dono ben più importante della scrittura: vedevo le storie, riuscivo a toccare i personaggi, toccavo un livello mai raggiunto da nessun autore nella storia.
Tentarono di convincermi che quello che avevo visto con i miei occhi, posso giurarvelo su tutto quello che volete, non fosse reale affatto, dicevano che nessuno poteva fare quello che io dicevo di fare. Il dottore con me fu molto cordiale e cercò di ripercorrere tutto ciò che era accaduto, iniziò da quando mi esercitavo a teatro passando per i miei anni da scrittore e da regista ma la sua unica risposta fu che si trattava, in realtà, di un banale esaurimento nervoso.
Mia madre trascorreva le giornate a fissarmi senza dire nulla, mi guardava come un essere estraneo, come un mistero personificato che non si riesce a scandagliare come si vorrebbe, come qualcosa della quale avere paura. Solo dopo qualche settimana, dopo ore ed ore di silenzi, riuscì a parlarmi prendendomi una mano, stringendola forte quasi si fosse trattato dell’unico legame con il mondo rimasto per lei: mi disse che dovevo ammettere il mio esaurimento nervoso, che dovevo venire a patti con loro per uscire e tornare a casa, alla mia vita. Proprio non capiva che io ero entrato in un’altra dimensione, diversa da quella nella quale si muovono tutti, a me non serviva più una casa, una vita, mi bastavano gli occhi.
Ogni tanto ho cercato di avanzare qualche richiesta, passato un po’ di tempo dal mio ingresso in questa struttura, però nessuna è stata accolta, in particolare si rifiutano di introdurre oggetti appuntiti come le matite perché sono troppo pericolose per la sicurezza di tutti gli “ospiti” della struttura. A me sta bene così, la mia prosa è migliorata.
Serie: Trilogia della scrittura
- Episodio 1: La pagina perfetta
- Episodio 2: Il mondo in una stanza
- Episodio 3: Prigionieri di una storia
Sottile è il confine tra genialità e pazzia! Bravissimo anche la terza parte è molto bella.