
Prigioniero 2478
Erano passati mesi da quel maledetto giorno. Ricordo ogni singolo istante come se stesse succedendo adesso. Era una di quelle mattinate così gelide che quando respiri senti l’aria fredda entrarti nei polmoni e congelarli a poco a poco, lasciandoti una sensazione come di tanti spilli conficcati nella carne; mentre, tu cerchi invano di riscaldarti e di lenire, per quanto è possibile, quel dolore. Mi trovavo fuori a un negozio, seduto per terra abbracciato al mio fedele cane con l’intento di scaldarci a vicenda; quando un uomo, vestito di tutto punto, forse impietosito dalla mia condizione di senza tetto, si avvicinò e sedendosi accanto a me mi diede un piccolo contenitore contenente della zuppa calda. In quel momento, avrei voluto ringraziarlo per la sua generosità, ma le mie labbra erano talmente congelate che faticavo a muoverle; quindi, accennai un sorriso e lo presi. Dopo qualche cucchiaiata, le mie guance tornarono a prendere colorito e, con esso, anche mobilità. A quel punto, diedi la zuppa che restava al mio fedele amico e, voltandomi verso il mio benefattore, lo ringraziai. Lui, con un cenno della mano mi fece capire che non dovevo e, senza mai proferir parola, si mise una mano in tasca e tirò fuori una pillola, per poi porgermela. Io, sorpreso, cominciai a fargli e a farmi tante domande, ma senza ricevere risposta.
A un certo punto, l’uomo si alterò e, afferrandomi con forza, m’infilò la pillola in bocca; mentre il mio cane lo mordeva ripetutamente per fargli lasciare la presa, ma fu tutto inutile. Con un calcio ben assestato, lo sbalzò via e, una volta fatto ciò, con la forza mi fece ingoiare la pillola; dopo di che, il buio.
Mi risvegliai in una stradina deserta molto stretta e buia. Mi alzai a fatica e avanzando appoggiandomi al muro uscii su di un’altra strada; dove, davanti a me, vidi un gigantesco murale che rappresentava una svastica. Impaurito e ancora molto confuso cominciai a pormi delle domande a cui non riuscivo a dare una risposta; quindi, senza perdere altro tempo, iniziai a vagare per quelle strade alla ricerca di una spiegazione a tutto ciò. A un tratto, mentre camminavo, dietro di me sentii il rumore del motore di una macchina. In un primo momento, sarei voluto scappare, ma poi alla fine la curiosità prese il sopravvento; quindi, mi fermai e mi voltai. Appena lo feci, davanti a me trovai un grosso fuoristrada nero che si fermò e, scesero quattro uomini in divisa con strane maschere sul volto e con un’evidente svastica cucita sul braccio destro. Cercai di scappare, ma questi mi spararono con un teaser e continuarono a elettrizzarmi fino a quando non svenni.
Al risveglio mi ritrovai in una cella completamente scarna, mentre un grosso ratto rosicchiava con un certo impegno le mie scarpe già fin troppo provate. Con un calcio lo mandai via e afferrando le sbarre, mi alzai per poi cominciare a urlare come un ossesso cercando, così, di attirare l’attenzione di qualcuno. Purtroppo, questa non fu una buona mossa; infatti, il secondino venne e, senza proferir parola, aprì la cella e con un manganello cominciò a picchiarmi come una furia fino a lasciarmi a terra sanguinante.
Finito il suo “lavoro”, mi lasciò riverso a terra e se ne andò, sbattendo forte la porta; mentre io, in tutto ciò, non ero ancora riuscito a capire cosa fosse successo e dove diavolo mi trovassi.
La notte trascorse e il giorno seguente, ancora molto dolorante, mi alzai a fatica e avvicinandomi alle sbarre, cominciai a guardarmi intorno per capire dove mi trovassi, ma in quello stesso momento il secondino si presentò nuovamente davanti a me. Mi guardò dritto negli occhi, attraverso la sua maschera, con uno sguardo feroce e, aprendo la cella, mi lanciò in faccia una divisa a righe con il numero 2478 ricamato sopra e, restò lì fermo a osservarmi. A quel punto capii che dovevo cambiarmi e quindi, senza perdere altro tempo e, soprattutto, per evitare che il secondino s’infuriasse di nuovo, mi cambiai il più velocemente possibile. Fatto ciò, l’uomo prese i miei vecchi vestiti insanguinati e li getto in un cestino lì vicino, per poi tornare da me e afferrandomi per il collo mi trascinò fuori dalla cella. Attraversammo un lungo corridoio e passammo per un’infinità di stanze, fino a giungere in una grossa arena sabbiosa, circondata da alte pareti in cemento armato. Mi lasciò lì e sbatté la porta dietro di sé; mentre io continuavo a non capirci niente, ma non era ancora finita lì. Una parete dell’arena, come fosse un passaggio segreto, si aprì e da dietro ne uscì un bestione enorme e muscoloso. Era alto almeno due metri e venti, con braccia grosse e muscolose. Sul viso una folta barba e sull’occhio destro una grossa e profonda cicatrice che gli faceva tenere l’occhio socchiuso. Si avvicinò con fare minaccioso verso di me e, appena cercò di afferrarmi, con un salto di lato riuscii a evitarlo. In quel momento capii che se volevo salvarmi la pelle dovevo buttarlo giù; quindi, evitando i suoi continui e ripetuti attacchi aspettavo il momento giusto per contrattaccare. A un tratto il bestione fece per afferrarmi nuovamente e, approfittando della sua lentezza, mi aggrappai al suo braccio e con un salto gli rifilai un calcio al volto. Pensai di essere riuscito, quanto meno, a intontirlo ma lui, come se nulla fosse, mi afferrò per il braccio e mi scaraventò a terra. In quel preciso istante riuscii a vedere che sopra l’arena vi erano tanti box, dove le persone scommettevano sul nostro incontro e cominciai a collegare tutto quello che mi era successo fino a quel momento. Quell’uomo, la pillola, l’arresto e il match, erano tutti collegati, ma non riuscivo ancora a capire il perché di tutto ciò. Perché proprio io? Purtroppo in quella situazione non potevo perdere altro tempo nel cercare una risposta; quindi, con un colpo di reni mi rimisi in piedi e mi misi in guardia. Il bestione, vedendomi così agguerrito, accennò un sorriso e lanciando un urlo, si fiondò verso di me. Stavolta, però, decisi di cambiare tattica e quindi, cominciai a correre per farlo sfiancare e, quando vidi che questa tattica non funzionava mi fermai di colpo. Lui, sorpreso, si fermò a sua volta, ma poi lanciando un altro urlo mi corse incontro ed io, senza perdere la calma, aspettai che si avvicinasse abbastanza, per poi spiccare un salto e, poggiandogli le mani sulle spalle lo scavalcai e, gli rifilai un colpo a piedi uniti dietro la schiena, facendolo andare a sbattere con la testa nel muro.
Questa volta, il bestione accusò il colpo e ormai un fascio di nervi, cominciò a tirare cazzotti sperando di colpirmi. Allora io, vedendomi in difficoltà, mi lanciai in mezzo alle sue gambe e lo colpii dietro alle ginocchia, facendogli perdere l’equilibrio. Purtroppo non cadde e allora, approfittando del suo equilibrio precario, iniziai a colpirlo ripetutamente, fino a farlo inginocchiare. Riuscito nel mio intento, gli saltai addosso e afferrandogli la testa, cominciai a sferrargli forti ginocchiate sulla ferita che si era procurata sul volto poco prima fino a quando, non mi afferrò e con tutta la forza che aveva in corpo, mi scaraventò via.
A un tratto, mentre io ero a terra qualcosa successe. Un fumo bianco invase l’arena e dal tetto si calarono uomini in divisa. Sentivo rumori di spari ma davanti a me vedevo tutto sfocato fino a quando non svenni per l’ennesima volta a causa dei gas.
Al mio risveglio mi trovai su di una barella in mezzo a un deserto di ghiaccio trascinata dagli stessi uomini che avevano assaltato l’arena. Andai per alzarmi, ma uno di loro, poggiandomi la mano sulla spalla mi tenne giù e lì rimasi fino ad arrivare a un accampamento. Una volta lì, mi prestarono le prime cure e alla fine, quello che sembrava essere a tutti gli effetti il capo mi spiegò che cosa era successo. Mi disse che quell’uomo che mi aveva offerto la zuppa era un nazista e che era stato inviato nella mia dimensione per trovare nuove cavie per fare esperimenti e rafforzare la razza ariana. Mi disse anche che loro facevano parte della resistenza, ma proprio quando stava per rivelarmi qualcosa che sembrava importante, i nazisti ci attaccarono. In fretta e furia mi accompagnarono davanti a un portale per rispedirmi nella mia dimensione e poco prima che vi entrassi, un nazista colpì il capo dei ribelli che cadde a terra, trovando la morte nella gelida e soffice neve che ricopriva gran parte dell’accampamento. A quel punto, i suoi sottoposti, per non farmi prendere, mi spinsero nel portale e poi di nuovo il buio.
Mi risvegliai qualche ora dopo in una stradina deserta con indosso solo quella divisa a strisce come prova che tutto quello che avevo passato era reale, ma che sicuramente non avrei raccontato a nessuno. Non potevo e non volevo essere preso per pazzo da persone che, avendo una mente ristretta, non avrebbero capito.
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Ciao Antonio,
un racconto veramente pieno di fantasia, ho davvero temuto per questo clochard. In questo mondo, come anche tu lo racconti, non sempre la giacca e la cravatta sono sinonimi di brava persona ?
Ciao Isabella,
Ti ringrazio per aver apprezzato il mio lavoro e, soprattutto, sono felice del fatto che, in qualche modo, sono riuscito a trasmetterti qualcosa. ?
Ciao Antonio, mi piace questo tuo essere poliedrico. La capacità di scrivere una favola ed un brano più “adulto”, come questo , risultando sempre convincente. La fantasia si fonde alla realtà, al mondo gli estremismi sono sempre alla porta ed i “diversi” quelli a farne le spese.
Ciao Micol,
ti ringrazio per aver apprezzato un altro dei miei “azzardi”. Hai compreso a pieno il messaggio.
Ciao Antonio, di certo la fantasia non ti manca! E nonostante questo cambio “dimensionale”, e il rapido e incalzante incedere degno di un film d’azione, dove tutto accade senza dare respiro, mi dai spunto comunque per collegare la realtà da te descritta con quella in cui viviamo: ovviamente non ci sono situazioni del genere, ma i fanatici esistono ancora, e il maltrattamento/sparizione dei cosiddetti “invisibili” pure, purtroppo! Un lab frenetico che ho apprezzato?!
Ciao Antoniono,
ti ringrazio per aver apprezzato il mio incedere veloce e, in alcuni casi, azzardato che ho voluto e, in un certo senso, dovuto usare in questo racconto; infatti, il limite massimo di parole mi ha condizionato un po’, ma sono ugualmente soddisfatto. Una sfida in più che ho portato a termine, sperando sia un successo.
La ringrazio per aver apprezzato il mio lavoro e, soprattutto, sono felice di essere riuscito a coinvolgerla a tutto tondo nella mia storia.
Alla prossima! ?
I miei complimenti per la fervida fantasia! Al di là della trama, penso sia un vero e proprio racconto d’azione, che fa vivere la scena al lettore senza concedere un attimo di tregua. Oltre alla scrittura cinematografica, ho avvertito una capacità di mettere in allerta anche gli altri organi di senso. Tanto che, quando picchiamo il protagonista, sembra di sentire male! Bravo. Un saluto e alla prossima.