Prima del giorno

La nebbia dava fastidio. Le dita tamburellavano sul volante e intanto gli occhi si stringevano per vedere meglio. Uno sguardo all’orologio. Quasi le sei, tra un po’ sarà chiaro.

Due fari bucarono quell’umido sudario. Si fermarono vicino. Poco dopo la portiera dell’auto si aprì, entrò un po’ di nebbia.

«Buongiorno». Odore di dentifricio nella nuvoletta di vapore.

«Hai fatto presto».

«Sì, nessuno in giro a quest’ora. Poi il taxi correva» rispose mentre si girava per posare il piccolo zaino sul sedile posteriore. C’era già una piccola valigia. «Hai preso tutto?»

«Ma sì, che ci serve di più?»

«Mah… non so. Sembra poca roba».

Tornò a guardare verso il parabrezza. Poi il cruscotto.

«Hai già impostato il navigatore?»

«Ma non ci serve, dai…»

«Sì, mi sa che hai ragione».

Furono illuminati da un paio di fari dietro di loro. Per un attimo riuscirono a guardarsi negli occhi.

«Dobbiamo fermarci a fare benzina?»

«No, ho fatto il pieno ieri pomeriggio. Volevo tutto pronto».

«Fatto bene, se non troviamo tanto traffico facciamo presto».

«Ma tu? Solo quello zainetto?»

«Sì Maria, non mi serve di più».

Lei continuava a guardare lo specchietto retrovisore, quella macchina aveva parcheggiato poco lontano.

«Ma se ne vanno? Con tutto il parcheggio libero proprio qua dovevano fermarsi?»

«Dai, non preoccuparti… magari è una coppietta».

«Sì proprio, con questo freddo» e sorrise, «io vengo spesso a far la spesa qui, conosco un sacco di gente».

«A quest’ora?» sogghignò allora lui.

«Dai Paolo, sono nervosa».

Lui guardò l’orologio. Rimase un attimo in silenzio.

«Che c’è?» chiese lei.

«Niente, si staranno per svegliare adesso».

«Ah…»

«Tranquilla» e le poggiò una mano sul ginocchio. Lo strinse appena.

«Sai, pensavo, che probabilmente lo sapevo».

Lui non rispose. Girò il viso e la guardò. I loro occhi si incontrarono nel buio.

«Lo sapevamo».

Maria sospirò. Abbassò le spalle e mise le mani sul volante. Quasi per sostenersi. Lui intanto con l’altra mano cercava la cintura di sicurezza. La tirò verso di sé e poi la agganciò con uno scatto secco.

«Lo sapevamo da tanto, da quando venivi con la tua amica… come si chiamava? Ah sì, Cinzia mi pare. Quando passavate vicino al campetto. Tutte le volte che c’era allenamento. Gli altri mi prendevano in giro»

Lei arrossì, lui non poteva vederla.

«Sai, non ero sicuro che mi avresti risposto» continuò Paolo.

«In realtà sono stata un bel po’ col dito sul tasto invio».

«Sì, immagino. Non sai quante volte ho controllato».

Una luce si accese all’entrata del grande centro commerciale di fronte a loro. Si vedevano delle figure che si muovevano.

«Sì, aprono il bar. Tra poco arrivano i mattinieri» disse Maria.

«Vuoi… ?»

«No, lo beviamo per strada. Meglio».

Fu adesso il turno di Paolo di sospirare. Si girò ancora verso il sedile posteriore. Aprì una tasca dello zainetto e prese un pacchetto di fazzoletti di carta. Aprì il piccolo vano documenti di fronte a lui e lo infilò dentro. Poi rimise la mano sul ginocchio di Maria. Sembrava tremasse un po’.

«E tu, hai detto qualcosa?» chiese lui.

«No, che potevo dire?»

«Infatti, non c’è molto da dire».

Maria si girò appena per afferrare la sua cintura, poi si fermò. Si rimise dritta. Lui sotto la mano la sentì irrigidirsi.

«Ma senti…» iniziò lei, la voce esitante.

«Dimmi».

«Siamo sicuri sì?»

«Tu lo sei?»

«Penso di sì».

«Io da quella volta» disse Paolo, e le strinse appena il ginocchio.

«Eravamo stupidi allora».

«Lo so».

Lei riprese la cintura, la tenne un attimo sospesa davanti a sé.

«Siamo ancora in tempo» disse.

«Sì, lo so. È questo che vuoi?»

«Non lo so… no».

Portò la cintura in basso e la bloccò. Forse un po’ di luce in fondo. O forse era un effetto della nebbia.

«Tra poco sarà giorno Maria».

«Sì, e la vita riprenderà. O comincerà».

«A sessant’anni» concluse lui la frase.

Arrivarono un paio di macchine. Scesero delle persone, grigie, infreddolite. Si dirigevano verso il bar. Una brioche, cappuccino, la solita routine.

Nell’auto sembrava improvvisamente più chiaro. Maria si raddrizzò. Spostò leggermente lo specchietto. Si guardò attentamente. Piegò le labbra in una smorfia. Non era poi così male.

Rimise quindi a posto lo specchietto. Diede uno strattone alla cintura per verificare che fosse ben inserita.

«Andiamo» disse.

E girò la chiave nel quadro.

Avete messo Mi Piace1 apprezzamentiPubblicato in Narrativa

Discussioni

  1. Un bel racconto, intimo e sospeso, in un dialogo molto naturale, non forzato in cui il non detto e i silenzi spiegano. Hai lavorato per sottrazione e questo è molto interessante: poche spiegazioni, silenzi e piccoli gesti che spiegano più delle parole. Complimenti!

  2. Il tuo racconto mi colpisce per la sua delicatezza trattenuta. In un dialogo semplice e quasi quotidiano si percepisce il peso enorme di una scelta che cambierà due vite.
    Trovo molto efficace l’uso del dialogo frammentato e dei silenzi, che lasciano intuire più di quanto venga detto esplicitamente. I piccoli gesti funzionano come segnali emotivi. Così la partenza finale non è solo un movimento dell’auto, ma l’inizio tardivo e fragile di una nuova vita.