Prima di una vita

Cos’è la vita se non la celebrazione stessa della morte? E quale modo migliore di celebrare una morte se non con la nascita di una nuova vita? Molti direbbero che è strano, ma è stata proprio una morte a preannunciare la nascita di mio figlio, Paolo.

Faceva caldo quel giorno, era estate. Ero uscito per andare a lavoro quella mattina ed avevo salutato mia moglie con un tenero bacio, ero entrato in auto come un qualsiasi lavoratore, mi ero recato al mio negozio di fiori e lì avevo aspettato. Mi divertivo ad osservare gli acquirenti, chiedergli per quali occasioni erano venuti e dargli piccoli consigli negli acquisti. Quel giorno vendetti tre mazzi di rose per riappacificarsi con i propri partner, due composizioni con base di azalee e un mazzo di peonie. Mi chiamarono per un grosso ordine per un matrimonio ed infine arrivò la telefonata con cui avrei portato a casa i soldi, quelli veri. Una sola ghirlanda funebre da recapitare quella notte stessa. Quando attaccai ero preoccupato, di norma non prendevo ordini del genere senza preavviso, ma ero al verde e quindi avevo accettato. Chiamai mia moglie e l’avvisai che avrei tardato quella notte. Lei, così innocente, mi augurò una buona giornata. Quando chiusi il negozio toccai l’insegna come gesto scaramantico, mi voltai e salutai il panettiere, il mio “vicino di attività” come ci chiamavamo spesso tra di noi. Lui contraccambiò con un semplice gesto della mano, si girò e tornò nel suo negozio ad aiutare la moglie. Rimasi un attimo a guardarli pensando che da un po’ non facevo una sorpresa a mia moglie, poi riaprii la serranda, presi un paio di gigli, li legai in fretta e richiusi il mio piccolo angolo fiorito. Li poggiai sul sedile del passeggero, rilessi su un foglio il luogo della consegna, controllai il vano portaoggetti ed accesi l’auto.

Ero su una strada isolata, mi fece piacere. Cercai a lungo un posto libero non a pagamento. L’aria era umida quella sera. Uscii dall’auto e, dopo aver controllato diverse volte che fosse ben chiusa, mi incamminai. I pochi passanti non mi degnarono di uno sguardo. La casa fu facile da trovare. Prima di bussare guardai dalla finestra. Sembrava vuota, l’arredamento era semplice e i muri spogli. Era chiaro che mancava un tocco femminile. Me ne rallegrai. Tornai all’ingresso e bussai. <<Chi è?>> <<Parlo col signor Paolo Torriani??>> <<Si, chi è??>> <<Salve, sono qui per una consegna>> <<Non ho ordinato niente!>> Il tono era rabbioso, sbuffai. <<Senta, non posso andarmene finché lei non apre>>. Da dietro la porta sentii un forte grugno, poi dei passi pesanti. La porta si aprì di scatto. <<Senta, io non ho…>> Il poveretto non riuscì a finire la frase. Un colpo dritto alla testa. Riabbassai il braccio, la pistola ancora fumante, e mi guardai intorno. Nessuno in vista, l’uso del silenziatore aveva funzionato una volta tanto. Entrai e lo trascinai al centro della stanza. Evitai con cura la chiazza di sangue che si era formata sul pavimento e richiusi la porta alle mie spalle. E con questo avevo completato la giornata.

Aprii la porta di casa con un grosso sorriso in volto, non avevo fatto così tardi in fondo, era stata una consegna rapida e veloce. Mia moglie, Elena, era sul divano che guardava la televisione. Ignorai la mia cena, ormai fattasi fredda e andai dritto da lei. La baciai con trasporto e la portai in camera. Dio mio quanto l’amavo. Quando finimmo rimanemmo nel letto ad abbracciarci, fuori tutto taceva e una vita stava nascendo in lei. La strinsi forte a me sperando in cuor mio di non doverle mai dire quello che facevo per lei, per noi e, di lì a poco, per nostro figlio. Lei si addormentò lentamente. Le scostai una ciocca di capelli per osservarla meglio. Lei era una semplice impiegata in un negozio di profumi, io un povero fioraio poco onesto, con lei e verso sé stesso, ma in quel momento, in quel letto, eravamo soltanto due persone che si amavano alla follia.

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Discussioni

  1. Mi verrebbe di comentare A cosa può essere costretto un negoziante, in tempi di crisi? Ma poi mi sorge un dubbio il tuo protagonista è un fioraio disperato? O un killer profesionista mascherato da floricultore?

  2. Ciao Francesco. Il tuo racconto offre diversi spunti di riflessione. Cosa si è disposti a fare per la nostra famiglia? A volte la necessità subentra alla morale ed è ciò a cui assistiamo ogni giorno anche se in maniera minore. Si vivono false vite, nell’intento di sopravvivere. Che altro dirti, se non che mia figlia si chiama Nikita? 😉