Come tutto ebbe inizio

Serie: Agenzia Sullivan & Soci


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: Prison Planet 001 è un pianeta particolare, una prigione ai confini della Repubblica degli Eletti, la vita però non è tanto diversa dal resto dell'universo. Frank Sullivan e Colt Davies sono due detective scalcinati che provano a tirare a campare nella decadente "Nord", una città che non fa sconti a

Puoi ascoltare l’episodio qui https://www.spreaker.com/episode/43682330

Se questo fosse un romanzo le buone regole della scrittura mi proibirebbero di iniziare con un bel bollettino meteo, ma questo non è affatto un racconto di finzione, quindi me ne sbatto il cazzo delle buone maniere.

Pioveva a dirotto, acqua grossa come i cazzotti di un pugile alla prima ripresa, ti colpiva in pieno volto senza alcuna pietà, gelida e dura, pronta a ricordarti che ti eri appena beccato una bella sbornia dalla quale ci si poteva riprendere solo con una dormita. Barcollavo per strada, strisciavo accanto al muro degli edifici in cerca del sostegno che avrebbe dovuto fornirmi un amico, Sullivan, però, aveva una casa e non voleva proprio passare più tempo del dovuto in ufficio, almeno non per accudire uno stronzo come me. Una folata di vento mi scompigliò i capelli, decisi di chiudere meglio quel dannato cappotto che lasciava passare più spifferi del tanga di una spogliarellista il giovedì sera. Frugai nella tasca destra ma non trovai il pacchetto di sigarette che portavo sempre con me: il buco che non avevo riparato doveva aver fagocitato quei cilindri di tabacco da quattro soldi che mi portavo dietro.

Le luci dei negozi brillavano di colori strani, che ti aggredivano le pupille peggio di un rapinatore nel cuore della notte, soprattutto quando i tuoi occhi imploravano pietà, vista la quantità di alcool ingurgitata fino a due minuti prima. Era il classico venerdì notte, uno di quelli che vorresti non finissero mai fino a che non hai toccato il fondo dell’ultimo bicchiere, a quel punto speri solo che arrivi lunedì a massacrarti le palle con le solite cazzate. Arrivato all’ingresso del palazzo mi toccai la testa, era bagnata e non di sudore, ricollegai le due cose, da bravo detective, e capii di aver perso ancora il mio cappello, il quinto solo quel mese. Imprecai tra me e me, sputai a terra, poi tirai fuori la tessera magnetica e la strisciai davanti senza convinzione, in un gesto meccanico che aveva perso significato anni prima.

Il corridoio si illuminò subito, le luci erano state allertate dal sensore di movimento e riflettevano sulle mattonelle bianche come tanti coltelli pronti a pugnalarti ovunque ti girassi. In fondo, proprio accanto alla porta di metallo che divideva il mio studio dal resto del mondo, una donna mi fissava. Tentai di ricompormi nel più breve tempo possibile ma il tentativo goffo di rimettere a posto i miei capelli fece ridere il mio ospite. Mossi i miei passi con la stessa sicurezza con la quale li muove un neonato, respirai con lentezza nella speranza di non vomitare sul pavimento. Quando fui abbastanza vicino da vedere soltanto doppio cercai di capire chi avessi di fronte: non la conoscevo. Mi colpirono solo i suoi ricci neri e gli occhi azzurri, insolita combinazione, il corpo era ben nascosto da un lungo cappotto di seconda mano.

“Lei deve essere Frank Sullivan” il suono della sua voce pareva uscito dal Paradiso, di certo si trattava di una che sapeva come trattare con un uomo.

“No, mi dispiace deluderla ma questo è il suo socio: Colt Davies” stavo per togliermi il cappello in segno di saluto quando ricordai di averlo lasciato libero di rotolare in strada.

“Andrà benissimo anche lei.”

“Di solito non riceviamo a quest’ora della sera, forse abbiamo lasciato aperta la porta d’ingresso quando ce ne siamo andati. Ad ogni modo: vuole entrare nel mio ufficio?” mi avvicinai all’uscio, ne approfittai per sbirciare meglio le gambe in bella vista, si trattava di qualcuno che le usava per professione, visti i muscoli.

“Mi farebbe piacere, sì, avremo bisogno di un po’ di riservatezza” disse lei mentre entrava nello studio.

Anche lì la luce si accese al nostro passaggio, mentre quella alle nostre spalle cessava di pugnalarci. Il mio non era affatto un grande ufficio ma era tutto ciò di cui avevo bisogno: tre schedari; una scrivania usata e qualche sedia. Circumnavigai il mobile massiccio e presi posto sulla comoda poltrona girevole.

“Prego, si sieda” un conato di vomito per poco non si fece strada fino alla bocca.

“Signor Davies, sono venuta qui perché ho un problema serio. Posso fumare?” mossi il capo in cenno d’assenso “Da qualche settimana ricevo lettere minatorie a casa e al lavoro” disse, la bocca piegata in una smorfia.

“Qual è il suo mestiere, signorina? Non mi ha ancora detto il suo nome.”

“Mary Garrett, sono una spogliarellista al “Rising Star”.”

“Capisco. Cosa dicono queste lettere?” in altri momenti le avrei chiesto se volesse bere ma io non ero in grado nemmeno di percepire l’odore di un alcolico, scacciai il pensiero e mi concentrai mentre la stanza mi girava intorno.

“All’inizio dichiarazioni d’amore: erano anche scritte con garbo e gusto. Mi chiedevano di incontrarci, di vederci, di darci l’opportunità di conoscerci meglio ma non erano mai firmate. Poi, dopo averle ignorate per qualche tempo, sono diventate più cupe, più violente. Negli ultimi giorni non usa termini proprio lusinghieri, il mio “ammiratore”, ecco” disse, dalla bocca usciva un anello di fumo.

“Parrebbe un semplice caso di stalking, niente che qui alla “Sullivan e soci” non possiamo risolvere. Come mai ha scelto proprio noi?” di solito la risposta era sempre la stessa.

“Speravo in un piccolo sconto perché, sa, non mi trovo a navigare in buone acque e non posso permettermi il lusso di un detective costoso.”

“Ho capito, le assicuro che è venuta nel posto giusto, il nostro contratto standard è molto economico e non se ne pentirà. Nel caso decidesse di continuare mi occuperò io stesso di seguire le indagini, ho diversi anni d’esperienza sulle spalle” l’ennesimo lavoro noioso, evviva.

“Potrebbe cominciare già da domani sera?” negli quattro occhi che scorgevo riuscii a cogliere un bagliore insolito, forse paura.

“Sì, è del tutto possibile, la troverò al Club?”

“Come tutte le sere tranne la domenica. La cercherò con gli occhi tra la gente, allora” quella frase uscì come un piccolo sussurro nella notte, gli occhi erano diventati enormi.

“A domani, signorina Garrett.”            

Serie: Agenzia Sullivan & Soci


Avete messo Mi Piace1 apprezzamentoPubblicato in Sci-Fi

Discussioni

  1. Mi associo al commento di @kenji-albani , leggendolo ho pensato la stessa cosa, e mi intriga! Poi un hard-boiled futuristico, narrato in prima persona..sbaglio o ci posso percepire un omaggio anche a Blade Runner?

  2. “Pioveva a dirotto, acqua grossa come i cazzotti di un pugile alla prima ripresa, ti colpiva in pieno volto senza alcuna pietà, gelida e dura,”
    Questo incipit degno d’un noir d’altri tempi mi piace molto, mi ha agganciato subito.