Processo

Serie: Il caso delle luci dalla finestra di fronte


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: Spinto dal sospetto e dal desiderio di salvare una vittima innocente, Occhipinti va a suonare alla porta dei vicini da dove sembrano provenire le richieste di aiuto. Cercando la stanza, si ritrova a girare senza fine in un labirinto onirico

È il quindici marzo. Fuori, si sente l’odore pieno di speranze della primavera che si avvicina. Ma non arriva nella camera di Occhipinti. Si è risvegliato agitato, di nuovo in preda all’incubo in cui cerca di trovare la porta della stanza da cui provengono le richieste di aiuto, ma si ritrova a vagare senza fine in un labirinto senza logica.

Ma oggi è il giorno del giudizio.

La Commissione d’Inchiesta si è riunita e si occuperà del suo caso.

Occhipinti non sa da chi sia composta la Commissione. Tende l’orecchio e sente delle voci, da lontano, come se provenissero dal fondo di un lungo corridoio, confuse in un gran rimbombo. Una risata. Una voce di donna, con un tono borghese, calcolato. La risata si articola su tre sillabe misurate: “ah, ah, ah”. Se la immagina aprire appena la bocca, socchiudere appena gli occhi ed accompagnare le tre sillabe ridenti con un lieve gesto della mano (“Non le importa nulla del mio destino, ride come farebbe di fronte a un cucciolo di labrador.”).

Altre voci. Occhipinti si sforza di capire qualcosa, di avere un indizio, interpretarne un atteggiamento positivo o una dichiarazione di condanna. Ora sente due di loro confabulare sotto voce (“Ma che cosa hanno da nascondere, non vogliono farsi sentire proprio da me, brutto segno”). Uno di loro tira un gran sospiro, così seccato che Occhipinti ha quasi paura (“Sarà seccato perché ha dovuto svegliarsi presto e venire apposta fino a qui per giudicarmi”).

Finalmente riesce ad intendere una frase, vaga, in dialetto, “L’ha ruinado ol ba…” e gli sfugge l’ultima parola.

“Ruinado. Chi mi ha rovinato. Cosa? Il ba… Cosa stanno dicendo di me? E del resto, che cosa ho fatto? Ho cercato di aiutare qualcuno, non avrei potuto rimanere senza far niente con quelle luci che mi tormentavano. E quei gridi di aiuto! D’accordo, magari non avrei dovuto curiosare in casa d’altri senza chiedere il permesso. Avrei potuto parlare delle mie impressioni e spiegare ai padroni di casa, così gentili, che cosa stavo cercando.

Ma certo che no! Se veramente avevano qualcosa o qualcuno da nascondere, mica ti avrebbero aiutato. Invece hai fatto benissimo ad andare a vedere, questo è quello che ci si aspetterebbe da un uomo, dell’azione!”

Occhipinti si alza dal letto a si mette a camminare per la stanza, in attesa che lo chiamino per comunicargli, finalmente, la loro decisione.

Ma la mente corre e non riesce a calmarla.

“Mi dichiaro colpevole. Mi inginocchio, umilmente, davanti a Voi e chiedo scusa. Sono profondamente dispiaciuto di averVi offeso. Comprendo le Vostre ragioni, Vi assicuro di essere cosciente che avrei dovuto controllarmi e non turbare la Vostra quiete infiltrandomi in casa Vostra di mattino presto. Pagherò per i danni da me causati. Tutto quello che volete”

Occhipinti è quasi al suolo, prostrato da questi pensieri. Di colpo, si riscuote rinvigorito da altro genere di pensieri.

“Ma no, no, non ci riesco! Si, lo so, sarebbe più facile. Dichiararsi colpevole, chiedere scusa a tutti, implorare uno sguardo materno e comprensivo della Commissione. Ma perchè? Io sono stato sincero. Sono sicuro che altri avrebbero fatto come me. Magari perfino nella Commissione qualcuno è d’accordo con me.”

“Eppure non ce la faccio neppure così. Non riesco ad avere l’aria di quello che ha ragione. Come quando da bambino giocavo e vincevo e mi sentivo in colpa per chi aveva perso.

Ho bisogno che sia la Commissione a decidere. Se mi dichiareranno innocente, con la potenza verrà anche la benevolenza. Se sarò colpevole, lo accetterò umilmente e chiederò scusa, ufficialmente. Farò quanto mi ordineranno.”

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