I Fiori Davanti (cap. 1)

Serie: I Fiori davanti


Il giorno del funerale di mia nonna mi mandarono a chiamare il fotografo. Era l’8 dicembre 1977, l’Immacolata. Mia nonna era morta il giorno prima, a casa di mia zia. Avevo dieci anni e non ero mai stato a un funerale

Il giorno del funerale di mia nonna mi mandarono a chiamare il fotografo.

Era l’8 dicembre 1977, l’Immacolata. Mia nonna era morta il giorno prima, a casa di mia zia. Avevo dieci anni e non ero mai stato a un funerale.

Non ricordo chi mi disse di andare. Fui contento di avere un incarico. Gli adulti erano tutti occupati in cose che sembravano conoscere da sempre: telefonare a qualcuno, aspettare qualcun altro, parlare con quelli delle pompe funebri, decidere dei fiori, della musica, delle fotografie. Io non sapevo fare niente.

Poi uno mi disse:

«Vai dal fotografo e digli di venire.»

Uscii subito.

Solo per strada mi venne il dubbio che essere stato contento fosse una cosa sbagliata.

Con le fotografie avevo già avuto un problema.

La prima che avevo fatto in vita mia era stata a mio padre. Non ricordo chi mi avesse messo la macchina fotografica tra le mani. Mio padre si era sistemato davanti a me e io avevo guardato dentro quel quadratino che mi sembrava troppo piccolo per contenerlo.

Avevo premuto.

Subito dopo avevo chiesto:

«E se non è venuta?»

«È venuta.»

«Come fai a saperlo?»

«È venuta, è venuta.»

Io non capivo come potesse saperlo. Potevo avergli tagliato la testa. Potevo aver fotografato il muro. La foto poteva essere tutta nera o tutta bianca.

Allora non potevi girare la macchina e controllare.

Bisognava finire il rullino, portarlo a sviluppare e aspettare.

Quando finalmente arrivò la busta cercai subito mio padre.

C’era.

Intero.

La fotografia non era nemmeno storta.

Il fotografo del funerale stava dietro il banco. Gli dissi il nome di mia zia.

Poi dissi:

«È morta mia nonna.»

Fece la faccia che facevano tutti quando sentivano quella frase.

«Quando è il funerale?»

«Adesso.»

Gli spiegai che mia zia voleva le fotografie.

Non domandò perché.

Prese la macchina, una borsa, si mise il cappotto e venne con me.

La naturalezza con cui lo fece mi tranquillizzò. Se un fotografo non trovava strano fotografare un funerale, allora probabilmente non dovevo trovarlo strano neanch’io.

Da qualche tempo mia nonna non aveva più una casa sua.

Stava un periodo da una figlia e poi da un’altra. Non ricordo valigie. Mi è rimasta una borsa scura vicino a una sedia. Quando compariva quella borsa, sapevo che prima o poi qualcuno sarebbe venuto a prenderla.

Per un periodo abitò da noi. Dormiva nella stanza delle mie sorelle.

Sentivo gli adulti discutere della pensione: di chi aveva comprato questo, di chi aveva pagato quello, di quanto tempo fosse rimasta da una figlia, di chi avrebbe dovuto tenerla dopo. Non capivo i conti.

Una volta, in mezzo a quei discorsi, mia nonna disse che poteva tornare nelle vecchie stanze dove aveva vissuto per anni. Erano malridotte.

Non ricordo chi le rispose né che cosa le dissero. So soltanto che fu lei a proporlo.

Nelle vecchie stanze non tornò.

A me quella vita sembrava normale.

«Adesso nonna sta da zia.»

Poi: «La settimana prossima la vengono a prendere.»

Nell’estate del 1976 prendemmo una casa in affitto a Mondragone. Mia nonna venne in vacanza con noi.

Di quei giorni mi è rimasto il posto, e il fatto che c’era anche lei. Non riesco a recuperare una frase, un vestito, una giornata precisa. Se provo a rivedere quella casa, però, mia nonna è dentro.

Ad aprile dell’anno dopo cambiammo casa. Andammo ad abitare in un palazzo antico dove mio padre e mia madre avevano vissuto da giovani e dove abitava ancora mia nonna paterna.

Mio padre aveva rimesso a posto due grandi stanze e ne aveva ricavato un piccolo appartamento. Non avremmo più pagato l’affitto.

A me quella casa faceva un po’ vergognare. Eravamo già in sei e mi sembrava troppo piccola anche per noi.

Mia nonna materna venne con noi.

I gradini erano grossi blocchi di pietra, consumati nel mezzo.

Su quelle scale litigò con l’altra mia nonna.

Il motivo non mi è rimasto. Il posto sì: una stava più in alto, l’altra più in basso. Le voci si alzarono.

A un certo punto provai fastidio verso la nonna materna. Volevo che smettesse. Volevo che avesse torto.

Forse mi spostai fisicamente verso l’altra. Di questo non sono sicuro; potrei averlo aggiunto negli anni. Ma so da quale parte stavo.

Tempo dopo mia nonna materna cadde proprio su quelle scale.

Non vidi la caduta. So che si fece male e che dovettero ingessarla, ma non riesco più a ricordare se fosse un braccio o una gamba. Non riesco neppure a rivederla col gesso.

È rimasta la caduta. Sono rimaste le scale.

Dopo decise di andare a stare da mia zia. Non ricordo una discussione in cui la decisione venne presa. So solo che andò.

Non mi sembrò una partenza diversa dalle altre. Era già stata da una figlia e poi da un’altra.

Poteva tornare.

Il 7 dicembre morì lì.

Quando viveva con noi, la sera le chiedevamo i cunt.

Li chiamavamo così.

«Nonna.»

«Che vuoi?»

«’O cunt.»

Lei ne conosceva diversi, ma noi volevamo quasi sempre quelli che conoscevamo già.

Col tempo si sono mescolati nella mia memoria. C’erano bambini gettati nei fiumi, figli perduti, fratelli cresciuti lontano uno dall’altro. Ricordo una stella nel mezzo di una mano, una luna sulla fronte, un monaco che lanciava un bastoncino e quel bastoncino indicava la strada verso un castello.

Non so più quale pezzo appartenesse a quale storia. Allora invece lo sapevamo.

Se mia nonna cambiava qualcosa, la fermavamo.

«No.»

«Che no?»

«Prima succede un’altra cosa.»

«E allora raccontatela voi.»

«No. Tu.»

Si arrabbiava. Poi tornava indietro.

Se il bambino era stato messo nel fiume dentro una cesta, la cesta doveva esserci. Se due fratelli si riconoscevano per un segno, quel segno non poteva cambiare soltanto perché quella sera mia nonna aveva voglia di arrivare prima alla fine.

La stella. La luna. La mano.

Quando arrivava quel punto stavamo più attenti. Uno vedeva il segno nell’altro e capiva chi aveva davanti.

Nei cunt succedevano anche cose terribili, ma non mi facevano davvero paura.

Il cattivo alla fine perdeva. Quelli che si erano separati si ritrovavano.

E perfino quando qualcuno moriva, la sera dopo bastava dire:

«Nonna, racconta.»

Lei ricominciava.

Il morto era di nuovo vivo all’inizio.

Continua...

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