Un passo 

Serie: Morirò d'estate


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: ● Uno, due, tre, quattro, cinque… Solo cinque dita. Niente paure. Solo io, che camminavo. Solo io libero dai miei mostri e dalla morsa della fame, che per troppo tempo mi aveva tenuto prigioniero. ●

Il barista passò col vassoio. Lo guardai senza vederlo davvero.

«Desidera altro?»

«No, grazie» risposi alzandomi e dirigendomi verso la cassa.

Sul piattino era rimasto il cucchiaino sporco di caffè e una briciola di brioche. Sembrava una virgola messa lì apposta. La fissai un secondo, come se dovesse finire la frase al posto mio. Non disse niente. E mi scappò un sorriso, di quelli che ti spuntano quando stai bene e hai paura a dirlo.

Pagai e mi girai per uscire.

«Mi scusi, il resto» disse il cassiere.

Lo presi senza contarlo e lo ringraziai. 

Spinsi la porta a vetri col palmo: era piena di ditate e di sole.

Fuori l’aria era diversa. Sapeva di sale, di asfalto caldo e di qualcosa che non riuscivo a nominare. Forse era solo libertà. Forse era solo settembre.

Misi le mani in tasca: la destra trovò il telefono, la sinistra sfiorò la macchia secca sui pantaloni.

Cominciai a contare i negozi aperti che incontravo per strada. Fu in quel momento che mi resi conto che avevo sempre la necessità di contare ogni volta che camminavo. Come se contando mi sentissi meno solo.

Uno, il fruttivendolo. Due, la cartoleria. Tre, il tabaccaio chiuso. Al quarto negozio il petto mi si strinse: uno spillo, poi un pugno.

«Non ora» sussurrai. «Ti prego, non ora».

Ma l’ansia non ascolta i per favore. L’ansia arriva quando stai bene, perché ha paura di diventare inutile.

E io, con la porta del bar ormai lontana e la macchia di crema addosso, capii che l’ansia non mi voleva abbandonare.

Il cuore fece un rumore fortissimo: «Tum. Tum. Tum» e le mani cominciarono a sudare.

Un vecchio col cane, anche lui vecchietto, mi passò accanto e si fermò.

«Giovanotto, tutto a posto? Sei bianco come la ricotta» disse.

«Sì, grazie. È il sole» mentii, coprendomi gli occhi per la vergogna.

«Il sole a settembre fa questi scherzi, sì» fece lui, ma non si mosse. Mi studiava.

Tagliai corto, e infilai il vicoletto. «Ombra, finalmente!» pensai, appoggiandomi al muro un secondo. Era caldo, ruvido.

«Non qui. Non adesso» mi dissi. «Hai mangiato. Hai riso. Non fargliela vincere» pensai, mentre cominciavo a vedere nero.

Dal balcone sopra di me scese un odore di pane tostato. Forte, buono. Lo stomaco mi si strinse, poi brontolò. Brontolò davvero, era da anni che non lo sentivo fare.

E fu lì che l’ansia capì di stava perdendo terreno. Così mi saltò addosso tutta insieme: le orecchie si chiusero, il vicoletto si allungò e le gambe diventarono due colonne di cemento.

«Minchia!» dissi ad alta voce.

La parola mi si strozzò in gola, mentre la schiena mi scivolò lungo il muro fino a sedermi sul gradino di un portone. Mi strinsi la testa tra le mani, mentre cercavo di respirare più lentamente, ma era come bere con una cannuccia tappata.

«Un passo» mi venne da dire, pensando alle parole della dottoressa Mori: «Ti chiedo solo un passo».

Il vecchio col cane spuntò all’imbocco del vicoletto. Mi aveva seguito.

«Ti alzi da quel gradino?» disse. Non era una domanda.

«Non ci riesco» ammisi.

«Mica ti ho detto che devi correre? Appoggiati a me. Cammina fino a quella panchina. Poi ti siedi di nuovo se vuoi».

Gli diedi la mano. Era ruvida, secca, forte. Mi tirai su. Le gambe tremavano come foglie.

«Come ti chiami?» chiese.

«Luca».

«Allora Luca, facciamo un passo».

Un passo, poi un altro, mentre l’odore di pane ci seguiva.

«Siediti qui» disse il vecchio, arrivati alla panchina. «Ti senti meglio?».

«Si, sto meglio» risposi, accennando un sorriso.

«AlloraIo io vado. Il cane deve pisciare».

«Grazie!» riuscii a dire.

«Di che? Sei tu che cammini. Io ti ho solo ricordato come si fa».

E se ne andò.

Rimasi seduto sulla panchina qualche minuto. Poi, quando fui certo che il cuore batteva regolare e le gambe reggevano, mi alzai dirigendomi verso casa.

Arrivato nei pressi della chiesa, mi fermai davanti alla Madonna in gabbia.

«Lo sai anche tu?» le dissi. «Che oggi poteva andare peggio, che non sono caduto e che lo stomaco è ancora pieno?».

Guardai per qualche secondo la statua, come se potesse rispondermi. Poi guardai i pantaloni: la macchia di crema c’era ancora, e adesso c’era anche un po’ di polvere bianca del muro.

«Oggi, cari pantaloni, non è proprio la vostra giornata» dissi sorridendo. Era il primo sorriso dopo il terremoto.

La chiesa era aperta ma io decisi di tornare a casa, per darmi una pulita e rinfrescarmi la faccia. Ci sarei tornato nel pomeriggio. Tanto quel giorno non dovevo lavorare.

«Un passo» ripetei. «Solo un passo alla volta».

E lo feci.

Non ero invincibile, ma ero in piedi.

E questo mi bastava e avanzava.

Arrivai a casa con la vertigine ancora addosso, e una calma nuova, mai provata.

Cambiare sarebbe stato un casino, lo sapevo. Ma per la prima volta volevo provarci. Vedere la mia faccia sorridere senza chiedere scusa.

Un passo. Solo uno. Poi un altro.

Non per essere felice. Per essere vivo.

E me lo meritavo.

«Ce l’hai fatta» dissi a me stesso, come se avessi vinto una guerra.

Andai in bagno, accesi solo la luce dello specchio e mi guardai: faccia stanca, occhi rossi, capelli incollati.

Mi lavai la faccia e mentre l’acqua fredda scendeva nel lavandino, mi venne da ridere di me, del vecchio, del cane, di un mercoledì di settembre che sembrava un film.

Mi cambiai: pantaloni puliti, maglietta asciutta. La pelle respirava. Lo stomaco brontolava di nuovo.

«Ho capito» dissi. «Messaggio ricevuto».

Aprii il frigo. Due uova, un limone, un pezzo di formaggio secco.

Non mi andavano le uova, e il limone con in formaggio secco non mi sembravano un’accoppiata vincente.

Guardai l’orologio. Erano ancora le 10:30, decisi quindi di uscire e comprare qualcosa di più appetitoso per il mio primo pranzo da affamato vero.

Mentre mi recavo al supermercato, sentii squillare il mio telefonino. Era Suor Lucia.

Continua...

Serie: Morirò d'estate


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Discussioni

  1. Un racconto ben riuscito, intenso e coinvolgente nel far percepire lo stato d’ animo ansioso di Luca, che mi porta a sperare in un ulteriore passo avanti, non solo con i piedi, lungo la strada, ma anche verso il superamento del problema che condiziona la sua esistenza.

  2. “Fuori l’aria era diversa. Sapeva di sale, di asfalto caldo e di qualcosa che non riuscivo a nominare. Forse era solo libertà. Forse era solo settembre.”
    Bellissima questa parte: poetica e suggestiva.👏 👏 👏

  3. Mi è piaciuto molto il modo in cui hai descritto l’attacco d’ansia. A molte persone queste cose appaiono assurde, inconcepibili, eppure l’ansia è davvero una brutta bestia, e la lotta per vincerla è da titani. Anche fare un solo passo, in certi momenti, appare impossibile. Bellissimo l’intervento del vecchio, sembra un nonno un pò scorbutico, ma in grado di capire ciò di cui il ragazzo ha bisogno.