Protesta in piazza Tian’an Men-1989

Serie: Oltre il dipinto


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: Il tempo si è fermato e gli orologi molli hanno coronato il quadro di Dalì. Qualcosa troncherà la calma apparente di quel deserto bollente.

Sembravano soldatini, tutti vestiti uguali a lei, tutti con la stessa fretta.

Occupavano strade, bloccavano le macchine, creavano traffico.

Erano studenti universitari, si stringevano gli uni agli altri creando barriere impossibili da valicare.

La tensione si poteva percepire nell’aria, il rumore di uno sparo si sentì in lontananza seguito dalle grida di una moltitudine di giovani. Gli occhi si puntarono addosso alla grande piazza in lontananza.

Gli studenti accanto a lei si guardarono impauriti, sgranarono gli occhi e poi continuarono a camminare in direzione della piazza. Lei cercava di mantenere il loro passo e poter conoscere un po’ del perchè di quella manifestazione un lunedì qualunque. 

Faceva caldo. Si fermò per bere un pochino di acqua dalla sua bottiglia.

Riusciva a sentire e capire scorci di conversazioni, si parlava di rappresentanza, di libertà di espressione e stampa. Mentre si avvicinavano alla piazza principale di Pechino, agli studenti si unirono gli intellettuali e gli operai, due mondi opposti che si univano per protestare contro il governo cinese.

 Una moltitudine di persone che si distinguevano solo per la diversa uniforme marciava stretta e unita verso quello che sarebbe stata una gabbia mortale. Arrivarono alla piazza, non potè credere ai suoi occhi quando si accorse di quanta gente fosse riunita, tutti parlavano animatamente, si scambiavano abbracci, sorrisi e strette di mano. 

Poi si mossero in gruppo dividendosi in diverse direzioni per occupare più posto e protestare in tutte le parti della piazza. Alcuni erano seduti per terra che scrivevano su cartelloni, altri si guardavano in giro sventolando bandiere o sbracciandosi per richiamare l’attenzione.

Un altro colpo di fuoco, questa volta decisamente più vicino del primo.

La ragazza si fece spazio tra la folla, mimetizzandosi con gli studenti universitari, la sua ventiquattrore pesava sulle sue braccia esili. Si mosse rapidamente tra la folla, scansò persone sedute per terra, scambiò qualche stretta di mano, qualche sorriso che però si trasformò in una smorfia di paura e preoccupazione quando un rumore forte si avvicinava sempre di più a loro.

Si fece spazio fino a trovare un centimetro di aria da poter respirare lentamente, le mani appoggiate sulle ginocchia la tenevano in piedi, il cappello le faceva sudare e bagnare i capelli. Alzò lo sguardo e l’unica cosa che vide fu un carro armato a pochi metri da lei, non era solo uno, ce n’erano almeno quattro e tutti aprirono il fuoco verso la folla. Caos e persone cadute vicino a lei, le passarono davanti le immagini della rivoluzione di luglio a Parigi, gli stessi corpi, gli stessi innocenti.

Quello che percepì a distanza di qualche secondo furono le urla, gente che piangeva, vide persone a terra ferite, forse alcune anche morte. Si mise a correre, corse fino a che il fiato le mancò e la fece accasciare a terra, il gas lacrimogeno la circondò si tappò il naso mentre le lacrime sgorgavano dalle sue guance. Tossì, altri spari, tutti erano in preda al panico: correndo, cercando di non scivolare e non andare incontro ad una morte certa. I piedi le facevano male, le mani erano bagnate di sudore e odoravano di polvere da sparo.

Vide in lontananza un ragazzo, camicia bianca, ventiquattro ore nella mano destra, uguale a tutti gli altri, la schiena dritta, imperterrito e disarmato se ne stava davanti a quattro carri armati. Il tempo si fermò, quell’immagine rimase impressa nella sua mente, qualcuno la mise in piedi di nuovo mentre le raffiche continuavano imperterrite. Perse di vista il ragazzo, la sua vista fu occupata dal ragazzo dagli occhi a mandorla che la teneva stretta. La guardò e con le mani che tappavano le sue orecchie per non farle sentire gli spari già indelebili nella sua mente, i piedi che ormai doloranti si muovevano per inerzia, iniziò a correre facendo lo slalom tra feriti e morti.

Qualcosa viene urlato, una porta si apre e la persona che la stava sostenendo la spinge dall’altro lato chiudendo la porta davanti a se.

La luce la accolse e lei si ritrovò nella stanza bianca che aveva attraversato la prima volta, si girò e provò ad aprire la porta, tirò calci e pugni senza ottenere nessun risultato. Sentiva gli spari rimbombare nelle sue orecchie, vedeva attraverso le lacrime le sue mani coperte di fuliggine e polvere da sparo; vedeva il ragazzo davanti alla forza militare. 

Immobile, innocente, voglioso di libertà.

Lo rivedeva, una, due, cento volte.

La luce le provocava un gran mal di testa, si sedette sbattendo la schiena al muro e solo allora si rese conto che davanti ad ogni porta erano raggruppati gli indumenti che aveva cambiato volta per volta: il gilet e la giacca blu del Romanticismo, la tunica bianca e la corona d’alloro della Grecia antica, i pantaloncini a palloncino e il cappello con la piuma del Seicento, la camicia sgualcita della metà dell’ottocento e il tutù bianco con le scarpette per i primi del Novecento.

Portava ancora la cravatta e i pantaloni a sigaretta della manifestazione.

Si rese conto che mancava ancora una porta da aprire, l’ultima, l’ottava che chiudeva il cerchio. Si alzò e si mosse verso l’ultima maniglia, il suo sguardo si volse verso i vestiti ammucchiati vicino a lei, le sue diverse personalità, le persone che aveva incontrato mentre viaggiava tra secolo e secolo.

Sorrise e asciugandosi le ultime lacrime aprì l’ultima porta.

Serie: Oltre il dipinto


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