
Purple rain
Pugno. Ancora. Pugno.
Il volante assorbiva i suoi colpi, mentre Silvia urlava a denti stretti e continuava a levare la mano per poi riabbassarla. Svoltò l’angolo e raggiunse un parcheggio vuoto, dove fermò l’auto.
Spense la radio con rabbia, scagliandosi sullo schienale e coprendosi il viso con le mani: non riusciva a piangere, aveva però bisogno di sfogarsi.
Provò a calmarsi…. Aveva bisogno di calmarsi: non poteva avere quella reazione per un semplice tocco. Il problema era che continuava a rivedere quei secondi, neanche un minuto, e già le batteva il cuore.
Una risata strozzata le uscì dalle labbra, un poco di tensione allentata. La passione che aveva provato a reprimere aveva trovato il modo per farsi sentire, possibile che bastasse così poco? Rise per quei sentimenti, più provati da tempo, rise per il modo in cui il destino o l’universo o chi per lui giocava con gli uomini, rise per quel semplice tocco che forse voleva dire qualcosa di più.
Ripercorse ancora una volta quello che era successo, lo vedeva nitidamente anche ad occhi aperti. Sentiva ancora il tocco sulla mano, un lieve formicolio dove le dita di lui si erano posate.
Era stata una bella serata, con Christian, dove avevano parlato di cose serie fino a quelle più leggere, scherzose e maliziose. Silvia si sentiva libera con chi reputava suo amico, quasi senza filtri… tranne per le cotte, era un gioco che non dominava ancora del tutto. Con Christian si sentiva libera ma anche come su di una sottile lastra di ghiaccio: colpi ben assestati in quelle battute, quasi da metterla a disagio, un leggero tremore sulle gambe, anche nel ritorno in macchina.
Le battute, da parte di entrambi, si erano fatte più spinte, più esplicite. In auto il gesticolare continuo, tra domande e risposte, braccia e mani si intrecciavano nello spazio davanti alla radio spenta.
Ad un certo punto Silvia aveva fermato la mano poco sopra il cambio, le dita mezze tese ad enfatizzare una frase. Christian aveva allungato le sue dita a sfiorare quelle di lei, un gesto consueto tra i due, però non le aveva ritirate come solito: i loro polpastrelli avevano continuato a rimanere a contatto, lentamente le dita di lui erano scivolate verso il palmo di lei, un tocco gentile, delicato, eppure voluto.
Avevano indugiato uno nell’altra, il silenzio sceso in macchina, gli occhi di Silvia sulla strada ma col resto dell’attenzione su quel tocco, quelle dita che stava per stringere, un contatto così semplice eppure così intimo, per una come lei che non permetteva a tutti di toccarla.
I secondi le erano sembrati eterni, mentre le dita di lui continuavano ad accarezzarla fino al polso. Silvia si era goduta quel contatto col cuore che batteva, una strana sensazione nell’aria: emozioni non provate più da tanto tempo, eppure così naturali.
Avrebbe continuato se solamente una bicicletta non si fosse immessa improvvisamente a bordo strada: lei aveva sciolto il nodo delle loro mani riportando tutta l’attenzione sulla guida.
“Forse è meglio” bisbigliò Christian, guardando l’amica.
A lei non era sfuggita quella frase e aveva deglutito, cercando poi di schiarirsi la voce e per il resto del viaggio parlarono di cose leggere. Si erano salutati come sempre, come se nulla fosse successo.
Adesso si ritrovava però in quel parcheggio ad urlare, perché non poteva farsi prendere un’altra volta da certi sentimenti; non se lo voleva concedere, era questa la verità.
‘Non ci sarebbe nulla di male, magari potrebbe nascerne qualcosa di buono’ provò a dirsi per rilassarsi. Eppure sapeva che era tutto sbagliato, perché con lui sarebbe stato complicato: si stava frequentando da pochi mesi con una ragazza, le aveva parlato di lei e poteva vedere la luce che aveva negli occhi quando diceva il suo nome.
Ed allora perché quel gesto, tutto quel feeling che serpeggiava? Lei provava qualcosa, era da un po’ che sentiva lo stomaco in subbuglio ma non voleva dargli importanza. Fino a questa sera.
Ragionò su cosa poteva fare: nulla e il loro rapporto sarebbe continuato come sempre oppure essere avventata, buttarsi e al massimo riceve un rifiuto.
Poteva sempre dare la colpa all’alcool.
Chiuse gli occhi, nel buio della sua macchina il silenzio la circondava.
Avrebbe voluto essere coraggiosa, come già aveva fatto una volta, ma vista l’esperienza non si sentiva di compierla una seconda anche se la persona era diversa.
Voci continuavano a parlare nella sua testa, immagini si susseguivano, momenti che c’erano stati e che avrebbe voluto in un futuro.
Sapeva però che non era possibile, non poteva fare quel gesto per non rovinare un delicato equilibrio.
Finalmente pianse, calde e silenziose lacrime le bagnarono le labbra: le leccò via, triste ma anche felice al pensiero che sapeva emozionarsi ancora.
In fondo, per cosa viviamo se non questi momenti di estrema emozione, che ci stravolgono la vita? Quei momenti che ci fanno apprezzare la tranquillità del resto dei nostri giorni, eppure ci permettono di andare avanti, di voler uscire e vivere.
In fondo lei sapeva cosa voleva, avrebbe voluto con tutto il cuore che quell’amicizia si trasformasse in qualcosa di più, ed allo stesso tempo non poteva permetterselo: non voleva rovinare il loro rapporto e poi lei era sempre in viaggio, non sarebbe stato possibile amarsi a distanza. Vi aveva già provato e non faceva per lei.
Forse un giorno, tra un anno o due, quando finalmente le avrebbero affidato quel posto fisso che corteggiava da tempo, avrebbe permesso anche al suo cuore di trovare riparo da qualche parte. Magari con lui, certamente però non poteva chiedergli di aspettarla.
Oltre a pensieri materiali le riaffiorò alla mente il percorso amoroso su cui aveva sempre camminato e lì le lacrime si fecero più intense.
Lei non era mai quella che vinceva, solo una donna che custodiva segreti. Segreti enormi a volte, che pesavano, ma sapeva che quella era la sua maledizione ed il suo destino: un piccolo scrigno pieno di vite di altri, gente che si fidava di lei e le raccontava i lati più oscuri delle loro vite.
Avrebbe voluto che qualcuno facesse un gesto eclatante per lei, eppure si sarebbe sentita a disagio, in maniera tremenda.
Forse non era neanche quello che voleva veramente, forse cercava un amore impossibile.
Era quello il prezzo per la sua libertà, pensò. Essere libera e conservare segreti, ecco il suo cammino.
Con il cuore pesante riaccese l’auto e tornò verso casa.
Non le era veramente permesso stare alla luce del giorno con la persona che voleva, poteva solo custodire i suoi segreti senza fargli del male.
Aveva sempre sé stessa e questo amore, il suo segreto, sarebbero sempre stati con lei. Tanto le bastava.
Mise gli occhi di lui in un angolo del cuore e si addormentò sfinita una volta arrivata, pronta ad affrontare il suo destino di solitudine, cuori spezzati e segreti inconfessabili.
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Sarà, perdonami il “colpi di coda”, non so come non abbia potuto complimentarmi per il titolo. Chi mi segue sa quanto io sia legato alla musica anche, e soprattutto, narrativamente.
Non parlo logicamente solo della bellezza in sé del brano di Prince: le sue parole sono in armonia con la tua storia.
Piccola chicca, non molti sanno che il pezzo ha una peculiarità tutta sua: è stato registrato in un concerto dal vivo.
A presto.
Questo è un genere a me molto consono e su cui ho scritto, credo, la maggioranza dei miei racconti.
Non facile, diciamocelo. Si rischia e tanto di scivolare nello scontato. Devo dire che leggendoti, Sara, ho avuto quella sensazione di stare in bilico tra il déjà vu e l’intrigante.
Ma siccome l’equilibrio è stato stabile, direi che è un punto a favore e non da poco.
Avrei, molto rispettosamente e umilmente, qualche consiglio da darti proprio in virtù dell’affinità del genere.
Più asciutto e breve: un testo così te lo devi giocare in due minuti in modo di non permettere al lettore di staccarsi. Qualche giro di parole superfluo (già espresso) da tagliare et voilà.
La frase finale è azzeccata, verissimo. Anche qui però, per i miei gusti una conclusione statica, una non azione, il restare ferma. Ma le situazioni reali a volte sono davvero così e, come dice un brano musicale che ho recentemente citato, le guardiamo senza poter far altro che invecchiare.
Probabilmente Silvia lo sa.
Interessante… ti seguo.
Ti ringrazio per il tuo commento e per i consigli! E’ un genere a me relativamente nuovo, volevo provare ad esprimere qualcosa ma scrivendo solitamente di altro avevo un po’ timore a pubblicarlo. Ogni critica o consiglio che sia è sempre ben accetta, ci aiuta a migliorarci ed il tuo lo metterò in pratica, ho potuto farvi caso rileggendolo e pensando alle tue parole.
Purtroppo la vita ha spesso momenti fermi, in cui non si muove nulla e volevo provare a trasmettere quello. Magari in un futuro racconto Silvia troverà la forza per agire, o lasciarsi trascinare dagli eventi.
Grazie ancora!
“Mise gli occhi di lui in un angolo del cuore”. So di ripetere quanto già detto, ma è una frase incredibilmente bella. Mi ha commossa tanta sensibilità. Perfetta poi la scelta delle parole e le parti descrittive. Un piccolo gioiello
Grazie, davvero. Fa sempre piacere sapere di esser arrivata ad esprimere bene quello che si vuole!
“Mise gli occhi di lui in un angolo del cuore”
Bella! Avrà un seguito il racconto?
Ti ringrazio, ho notato che quella frase in effetti ha colpito. Al momento no, non avrà un seguito, ma ogni tanto Silvia è un personaggio che ritorna, quindi chissà cosa succederà ancora nella sua vita