Qualche centimetro in più

Il suono lontano delle sirene lo svegliò in piena notte. Il buio, al di fuori della finestra aperta, si accese del bagliore dei traccianti che iniziavano a solcare il cielo. Si sedette sul bordo del letto con gesti lenti, rassegnati. Si guardò le gambe nude, scure e magre: la pelle lucida e screpolata, tirata come una pellicola di nylon su muscoli rinsecchiti. Infilò i piedi nelle scarpe da lavoro, ingrigite dall’uso e dalla polvere che ricopriva ogni cosa. Prima di mettersi in piedi, volse lo sguardo alla profonda crepa che si snodava dal soffitto alla finestra aperta, misurandone ad occhio l’avanzata: era certo che, al suo ritorno, l’avrebbe trovata ancora più vicina.

Si alzò senza fretta e, con passi stanchi, entrò nel piccolo bagno. Un fiotto di urina giallo scuro scivolò nella tazza scrostata. In lontananza si udirono le prime esplosioni. Raccolse la piccola tanica ammaccata con la sua razione d’acqua e uscì dalla porta d’ingresso aperta. Fece le scale al buio, lentamente, scalino per scalino. Si teneva addossato alla parete per evitare la ringhiera instabile e restare sulla base più solida. Ad ogni pianerottolo, lampi di luce dalle porte spalancate offrivano uno squarcio sull’intimità violata dei loro abitanti: soffitti crollati e finestre sventrate facevano da cornice a mobili e oggetti abbandonati, o rimasti orfani. Un piano dopo l’altro. Alcune soste, quando le vibrazioni si facevano più intense.

Raggiunse l’atrio del palazzo dopo un tempo infinito. I vetri delle grandi vetrate d’ingresso scricchiolavano sotto i suoi passi pesanti. Una fioca luce lo accompagnò lungo la corta rampa di scale in cemento grezzo verso il seminterrato. Il rumore ritmato del generatore premeva contro i timpani; il puzzo di cherosene gli pungeva i polmoni. Nella penombra della grande sala scorse pochi fagotti accovacciati al suolo con le schiene appoggiate alle colonne in calcestruzzo. Sguardi bassi, neppure più la voce per un saluto.

Il riflesso di un lampo illuminò la stanza, accompagnato da un flusso di aria calda che gelava la pelle. Poi, il boato. La scossa arrivò subito dopo. Dal soffitto non cadeva neppure più la polvere dell’intonaco, che invece si alzava dal pavimento. Rimase immobile nell’attesa che tutto gli cadesse addosso, i pensieri annullati nell’attimo che precede la fine. Che non arrivò. Si sedette non lontano dalle scale, facendo scivolare lentamente la schiena sulla parete. Bevve un sorso di acqua per togliere la patina di polvere che gli impastava la bocca. Socchiuse gli occhi nell’attesa del colpo successivo, che non tardò ad arrivare. Il boato fu ancora più violento; la vibrazione lo investì in pieno, scuotendogli le ossa fin dentro il midollo. Una nuvola scura invase il sotterraneo. Odore di acido, calce e zolfo. Colpi di tosse. Un pianto sommesso si levò alla sua destra, accompagnato da vuote parole di conforto. Le stesse di sua figlia.

Era passata più di una settimana dall’ultima telefonata, quando il cellulare aveva ancora rete.

«Ciao papà».

«Ciao tesoro».

«Come stai?»

«Mi manca».

Silenzio.

«Non puoi restare ancora lì».

«Non posso lasciarla sola».

Silenzio.

«Mi sto informando con il consolato. Se solo raggiungessi il campo profughi a sud, potrebbero portarti fuori».

«Non posso lasciarla sola».

Quando uscì dal sotterraneo, l’atrio era invaso di detriti. Una colata di macerie arrivava fino alle scale. Il palazzo di fronte non c’era più. Non si sentivano nemmeno più le sirene delle ambulanze. Aleggiava un silenzio freddo, sospeso come la polvere che impregnava l’aria con il suo odore che presto sarebbe stato di morte.

Iniziò la lenta salita al suo appartamento. Scalino dopo scalino. Pianerottolo dopo pianerottolo, in un viaggio a ritroso dagli inferi. Le gambe rigide per lo sforzo, lo sguardo basso. La luce del giorno appena spuntato penetrava calda dagli innumerevoli squarci del palazzo.

Quando entrò nel suo appartamento, lo sguardo andò al suo soprabito ancora attaccato al gancio, a fianco alla porta. Entrò in camera. Si sedette nuovamente sul letto sfatto. Raccolse e sistemò la foto del loro matrimonio che era caduta a terra. La spolverò, cercando di non tagliarsi con il vetro rotto che la incorniciava. La osservò ancora un attimo e poi volse lo sguardo stanco alla crepa sul muro. Ormai c’era quasi, ancora qualche centimetro e sarebbero stati di nuovo insieme.

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Discussioni

  1. Quello che mi è sempre piaciuto della tua scrittura è l’umanità. I tuoi personaggi sono veri in modo disarmante. E noi con loro. Rinunciamo alle maschere, ai giudizi, alle difese.
    Mi è sembrato al di la dell’orrore della guerra, della paura e della morte che incombe, che questo sia un racconto che ci spiega cosa è l’amore. Mi ha fatto un effetto stranissimo (mi dirai se è quello che avevi in mente, o se è arrivato cosi soltanto a me)
    Ci accompagna dall’inizio una sensazione di attesa, affidata alla crepa che sta li e scandisce un tempo che per il protagonista non esiste già piu, è finito nel momento in cui ha perso la sua metà. Ho letto due volte, ho provato a sentire dolore e paura, ma niente. Non so perché, o forse si, ma sul finale, al pensiero della crepa che si allarga e fa il suo mestiere, mi è arrivata una sensazione di pace, una resa dolce. Presto saranno insieme e la guerra magari fuori continua, ma per lui sara’ finita. In tutti i sensi.

    1. Ciao Irene e grazie per il commento. Hai colto in pieno il significato del racconto. La guerra è solo lo sfondo, non è raccontata come evento storico ma come una condizione esistenziale, il centro del racconto è la verità umana, intima e privata. Non volevo raccontare la guerra in se ma quello che succede all’anima di una persona dentro la guerra. Grazie!