
Quando tutto ebbe inizio
Serie: La casa infestata
- Episodio 1: Quando tutto ebbe inizio
- Episodio 2: Sconti ed eccezioni
- Episodio 3: Il fantasma-boscaiolo
- Episodio 4: La casa abbandonata
STAGIONE 1
Tutte le mattine, mentre sono sull’autobus che mi porta a scuola, mi perdo ad osservare il mondo che c’è al di là del finestrino.
È un’attività curiosa quella di guardare le cose che scorrono veloci dietro la parete di vetro sporca della corriera.
O almeno, io credo che lo sia.
Sicuramente mi aiuta a non addormentarmi durante il viaggio e, per quel che vale, mi tiene la mente abbastanza impegnata per l’intero tragitto.
E mentre sto ferma e zitta seduta al mio posto, guardo fuori e lascio che i colori e le forme sfreccino veloci davanti ai miei occhi, come la vecchia pellicola di un film.
Alberi, case, persone, strade, lampioni: si alterna tutto, ogni cosa prende il posto dell’altra in un battito di ciglia, ma nessuna di queste riesce a catturare davvero la mia attenzione.
Così tutto passa, ma nulla lascia mai un segno.
Anche se forse dire “nulla” non è del tutto corretto… è fin troppo estremo, drammatico.
Perché una cosa effettivamente c’è, una cosa che mi rapisce ogni volta che mi appare davanti, che mi fa venire un brivido gelido lungo tutta la schiena che spesso mi porto dietro per l’intera mattinata.
Più che una cosa è una casa, abbandonata, anzi, per meglio dire: infestata.
In città credo non ci sia una sola persona che non conosca la sua storia.
Tutto iniziò nella prima metà degli anni ’50, l’epoca prediletta per la nascita delle case infestate.
Venne fatta costruire in seguito alla fine della Seconda guerra mondiale, quando in città tutti si stavano preparando a cavalcare l’onda del cosiddetto decennio del boom economico, che sarebbe scoppiato di lì a breve.
Nei suoi primi anni di vita la casa godeva di un’ottima reputazione: la zona in cui era stata costruita non faceva ancora parte del centro della città, quindi l’abitazione rimaneva un po’ in disparte, vicino alla periferia e aveva la fortuna di essere circondata da un grazioso bosco, alcuni terreni incolti e un piccolo laghetto.
Insomma, tanto idilliaca quanto terribilmente strategica, era a tutti gli effetti il luogo ideale per diventare teatro di macabri incidenti e tragici suicidi.
Infatti non ci volle molto prima che la sua reputazione e le sue stesse pareti si macchiassero irrimediabilmente di crimini atroci.
Il primo ad aprire le danze fu quello dei coniugi Manfredi, nel 1950.
Furono loro a varcare per la prima volta l’uscio della casa e, non più di sei mesi dopo, furono anche i primi a lasciarla per sempre stesi in una barella e coperti da un lenzuolo bianco.
I due si erano appena sposati quando nel 1940 Giovanni fu chiamato alle armi; passò cinque anni interi a combattere in nome della patria mentre la moglie lo aspettava a casa speranzosa, pregando ogni sera affinché il suo Nanni potesse tornare presto da lei sano e salvo.
Le preghiere a quanto pare funzionarono, o almeno, così credette Carla quando nel maggio del 1945 riuscì finalmente a riabbracciare il suo amato sposo.
Poi, appena un anno dopo, nel rigido inverno del 1946, Carla rimase incinta di uno splendido maschietto e così, tempo dopo, quando il piccolo Antonio ebbe compiuto appena quattro anni, i coniugi Manfredi si trasferirono in quella maestosa casa poco fuori dal centro della città.
Ma, come ho già detto, non passò molto tempo prima che la graziosa famigliola felice andasse in pezzi.
Nessuno sa con esattezza cosa sia successo; alcuni dicono che un giorno, di punto in bianco, Giovanni sia impazzito e abbia ucciso prima la moglie e poi sé stesso lasciando così orfano il piccolo Antonio.
Altri, invece, sostengono che sia stata tutta colpa di Carla, la quale avrebbe tradito il marito durante gli anni della guerra per poi fare un figlio proprio con il presunto amante e una volta scoperta la verità Giovanni, accecato dalla rabbia, l’avrebbe prima assassinata brutalmente e poi, non sopportando il dolore, si sarebbe tolto la vita.
Insomma, non ci sono fonti certe sul perché della tragedia ma solo sul come quest’ultima ebbe luogo.
I più anziani si ricordano ancora oggi di quel giorno alla perfezione, come se le vicende di quella sera fossero impresse a fuoco nella loro memoria.
Accadde tutto durante una tempesta, un temporale del genere non si vedeva in città da molti anni: scoppiò nel cuore della notte, senza un minimo di preavviso, i lampi iniziarono ad illuminare le stanze delle case, la pioggia si abbatteva violenta contro verande e finestre, il vento soffiava forte ma, soprattutto, i tuoni rombavano senza sosta facendo tremare ogni singolo muro di qualsiasi abitazione, compresa quella dei coniugi Manfredi.
Giovanni si svegliò di soprassalto nel bel mezzo della tempesta e, come impossessato da uno spirito maligno, afferrò il primo oggetto che trovò sul suo comodino per poi girarsi di scatto verso la moglie.
Si trattava di una bellissima penna stilografica che l’uomo soleva utilizzare per le parole crociate, ogni sera, prima di coricarsi.
Ma quella volta la penna non venne usata per scrivere e invece che sporcarsi d’inchiostro blu si macchiò del sangue di Carla.
Il liquido scuro schizzò ovunque per poi inondare l’intero letto matrimoniale impregnando con il suo odore ferroso le lenzuola, i cuscini, le pareti della stanza e Giovanni stesso che, una volta risvegliato dal suo stato di trance, si ritrovò a boccheggiare senza fiato in un mare rosso fuoco.
Carla non era morta subito, nonostante il marito in quell’istante di rabbia cieca avesse puntato dritto alla carotide e, in quei brevi attimi amari che seguirono l’imperdonabile gesto, si dice che la donna abbia sussurrato per l’ultima volta il nome del suo amato Giovanni, prima che questo si avvicinasse alla finestra della stanza e si buttasse giù.
“Non è colpa tua Nanni, hai capito? Non è colpa tua.”
Fu Antonio, che all’epoca aveva solo cinque anni, a riferire agli agenti di polizia che si occuparono del caso di aver origliato da dietro la porta della camera quelle parole sussurrate da sua madre un attimo prima che la donna esalasse il suo ultimo respiro.
Dopo il tragico fatto le parole del piccolo divennero famose e vennero riportate in ogni singolo verbale di polizia e in tutti i quotidiani dell’epoca, portando tutti a credere che una presenza maligna avesse fatto impazzire il povero veterano di guerra e facendo nascere le prime leggende metropolitane sulla misteriosa casa infestata.
L’abitazione rimase inabitata per quasi un decennio fino a quando, nella primavera del 1959, un’anziana coppia proveniente da un paesino vicino decise di andarci ad abitare.
Per ovvi motivi il prezzo era sceso pericolosamente e i due anziani colsero l’occasione al volo: si dice che non vedessero l’ora di trasferirsi lì perché in quel modo sarebbero stati più vicini al figlio, ormai adulto, che abitava in città.
Ma anche in questo caso non passò molto tempo prima che accadesse l’irreparabile.
Un giorno Clelia si svegliò di buon’ora e come ogni venerdì mattina andò a piedi in paese per comprare il giornale: si trattava di una delle sue uscite abituali, tutti in città l’avevano sempre vista camminare con il quotidiano sottobraccio che poi in giornata avrebbe letto insieme al marito, Bruno Emiliani.
Purtroppo per lei, però, una volta rincasata l’unica cosa del marito che trovò ad aspettarla fu il suo cadavere.
Bruno, infatti, giaceva a terra in una pozza di sangue in fondo alle scale.
Furono gli inquirenti a dichiarare che si era trattato di un semplice incidente, probabilmente dovuto all’età dell’uomo, il quale sarebbe inciampato all’inizio della rampa per poi cadere giù lungo l’intera scalinata, sbattendo la testa e morendo tristemente sul colpo.
Ma Clelia si oppose per mesi e mesi a quella versione dei fatti: era fermamente convinta che suo marito non sarebbe mai potuto morire per un motivo così banale, che non aveva mai avuto problemi di mobilità, ribadendo che era solito fare quella scala più volte al giorno tutti i giorni senza alcun tipo di problema.
Iniziò quindi a sostenere fermamente che ad uccidere il suo amato Bruno fosse stato lo stesso spirito maligno che aveva fatto impazzire Giovanni Manfredi.
Alla fine, però, fu lei stessa a perdere definitivamente la testa e così venne ricoverata in una casa di riposo in città, dove rimase fino al giorno della sua morte.
Serie: La casa infestata
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- Episodio 2: Sconti ed eccezioni
- Episodio 3: Il fantasma-boscaiolo
- Episodio 4: La casa abbandonata
Ciao. Con la tua scrittura, liscia, fluente, fai vivere ogni istante della storia in modo coinvolgente. Fai rspirare ogni angolo della casa con le sue inquietudini. Mi piace.
Grazie! 🙏🏼
Un inizio serie molto all’interno dei canoni del suo genere, vediamo dove ci porta questa casa infestata!
Mi è piaciuto molto, noto con piacere che hai una scrittura molto fluente. In alcuni punti ho avvertito come degli spigoli, non so spiegarmi bene, che hanno rallentato un po’ il flusso. Detto questo, sottolineo nuovamente che ci sai fare e spero così come ti auguro, di riuscire a toglier fuori tutto ciò che conservi! Incuriosito, volo a legger il prossimo capitolo.
Grazie mille per il commento! Starò attenta a scovare (ed eliminare) possibili nuovi spigoli nei prossimi capitoli, ma grazie ancora del parere, è molto importante per me 🫶🏻
Sai che questo capitolo introduttivo mi ricorda tanto uno di quei film per ragazzi degli anni ’90 o degli inizi 2000?
Hai uno stile molto fresco e lineare, facilmente leggibile. Forse, in alcuni punti si potrebbe smussare qualcosa, in modo da dare più spessore e fluidità al testo, però hai già un’ottima base su cui lavorare.
Seguirò sicuramente. 👌
Grazie mille del parere Giuseppe!