Piove sul bagnato

Serie: Agenzia Sullivan & Soci


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La chiacchierata con Sully non poteva aver migliorato il mio umore, come avrebbe potuto farlo tutto quel fiume di merda? Non eravamo uno di quegli studi in grado di portare a casa milioni di dollari con uno schiocco di dita ma negli ultimi due anni avevamo incontrato sulla nostra strada più difficoltà che altro. Avessi avuto qualcosa da vendere al banco dei pegni lo avrei fatto, l’unica cosa da fare al momento era berci su. Rientrai nel mio ufficio e mi diressi alla scrivania, nell’ultimo cassetto mi aspettava una bella bottiglia di Gin, di quelle che tenevo sempre a portata di mano per ogni evenienza. Tirai via il tappo e diedi un lungo sorso: il fuoco si impossessò della mia lingua come se avessi acceso un barile di benzina, il cervello smise di girare a folle velocità per risolvere il problema. Rimasi a fissare il vuoto per qualche minuto senza nemmeno rendermi conto del tempo che scorreva inesorabile, quasi mi ero dimenticato di battere le palpebre. L’orologio vibrò e la mia testa fece ritorno in quella stanza del cazzo che, forse, avrei dovuto abbandonare entro la fine dell’anno. Rimisi al suo posto la cara vecchia compagna di viaggi e tornai a concentrarmi sul caso, la speranza di portare qualche centesimo a casa era l’ultima a morire e io non avevo intenzione di mollare la presa sulla preda.

La sera prima aveva portato alla luce solo e soltanto quel pianista che pareva essersi invaghito della ballerina, quella era l’unica debole pista che avevo, decisi così di fare visita alla donna al suo appartamento. Accessi lo schermo olografico del computer, battei qualche volta sulla tastiera e cercai il suo indirizzo nel sistema anagrafico digitale. Non appena ottenute le informazioni delle quali avevo bisogno le appuntai su un foglio di carta che mi ficcai nella tasca dei pantaloni; il cappotto mi aspettava lì, in bella vista sull’attaccapanni: era proprio arrivato il tempo di mettere il culo in auto.

“Sully, io vado a fare qualche domanda alla spogliarellista, ci vediamo dopo” alzai un po’ la voce per farmi sentire meglio mentre percorrevo il corridoio fino all’uscita.

“Cerca di tagliare corto con quella lì: abbiamo bisogno di soldi veri, non di cazzate e promesse che ci faranno colare a picco.”

Fuori la pioggia e il freddo avevano ricominciato a martellare la città, in un attimo mi ritrovai zuppo dalla testa ai piedi, nonostante tutto mi ostinavo a non comprare un ombrello, li trovavo oggetti ingombranti e inutili: tanto li perdi sempre su qualche panchina del cazzo. Stavolta, però, ero stato abbastanza furbo da parcheggiare il mio fottuto bolide azzurro proprio davanti all’ingresso dell’agenzia “Sullivan & Soci”, in un attimo mi ritrovai dentro, all’asciutto e al caldo. Guidai in direzione della vecchia periferia industriale, un luogo dimenticato da Dio che oggi ospitava solo i reietti e chi era troppo povero per garantirsi un appartamento decente, fosse anche un monolocale. La parte siderurgica era stata spostata a diversi chilometri, nella campagna, le nubi nere ogni tanto venivano ancora a farci visita come un presagio di morte sempre che aleggiava silenzioso sopra le nostre teste. Man mano che mi allontanavo dallo studio l’asfalto invecchiava e le buche comparivano sempre più frequenti, ormai ero costretto a fare slalom sulla strada per evitare di bucare e rimanere a piedi. Odiavo mettermi al volante in quelle condizioni, e la lucidità della mia vista non garantiva un’ottima prestazione.

Giunsi in prossimità del palazzo una mezz’ora dopo, le palle pronte ad esplodere in mille pezzi. Parcheggiai di fronte al portone di legno mezzo intaccato dai vandali e verniciato da bombolette spray di seconda mano. All’angolo dell’isolato un gruppetto di ragazzini giocava con un coltello, mi osservarono come un branco di avvoltoi pronti a calare sul cadavere, scostai un po’ un lembo della giacca per mostrare la pistola che portavo sempre al mio fianco. La legge del più forte in quartieri come questo era sempre valida e bisognava subito mettere le cose in chiaro per evitare brutte sorprese. La puzza di piscio mi costrinse a suonare con insistenza: volevo toglierla dalle narici il più in fretta possibile.

“Chi è?” una voce stridula rispose dall’interfono.

“Colt Davies, detective privato. Sto cercando la mia cliente: Mary Garrett. Mi ha dato questo indirizzo.”

“Prego, la faccio entrare subito” uno scatto sordo confermò che aveva sbloccato il portone.

L’ingresso era ridotto male: un paio di crepe sul pavimento di mattonelle economiche; il muro verde sulla destra era stato aperto e richiuso svariate volte, si scorgevano ancora tracce di stucco; le lampade sul soffitto si accendevano ad intermittenza. In cima alla scala comparve un uomo sulla sessantina, pochi capelli rimasti e una pancia che strabordava da ogni dove, un sorriso tirato.

“Ben arrivato nel mio piccolo condominio, la signorina Mary abita qui sopra, se vuole salire” non me lo feci ripetere due volte, chiusi la porta senza voltarmi.

Al primo piano la situazione pareva migliorare: un paio di piante abbellivano lo squallido stile da casa popolare, un persistente profumo di rosa rendeva l’aria quasi irrespirabile. Il padrone di casa si grattava la testa come se l’avesse infestata dai pidocchi, presi le distanze per evitare il peggio.

“Lei conosce il mio nome ma io non conosco il suo” dissi mentre mi dirigevo alla porta gialla in fondo al corridoio.

“Liam Clasher, piacere di conoscerla. Come mai ha deciso di venire a trovare di persona la signorina Garrett?”

“Devo farle delle domande.”

“Stiamo parlando di una sospettata per qualche tipo di crimine? Ci tengo al buon nome del palazzo” in realtà non c’erano altri nomi sui campanelli accanto a noi, segno della totale assenza di altri inquilini.

“No, in ogni caso è un segreto professionale e non posso rivelarlo.”

Suonai un paio di volte il campanello: non rispose nessuno; attesi qualche istante e ripetei. Rimanemmo lì per qualche minuto, fin quando Liam, preoccupato riemerse dal pian terreno con un mazzo di chiavi. Non mi sarei mai aspettato di vedere qualcosa di simile, non quel giorno.

Serie: Agenzia Sullivan & Soci


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Discussioni

  1. Ah, maledetto! 😁 Chiudi l’episodio con un bel cliffhanger, ora ho un “e poi” grande così al posto degli occhi! ,🤣

    Battute a parte, questa serie mi sta davvero piacendo, trovo che tu stia utilizzando uno stile azzeccatissimo, il protagonista è uno di quelli coi cui è facile simpatizzare ed il ritmo c’è!