Resa
Serie: Servizio in camera
- Episodio 1: Passaparola
- Episodio 2: Lavoro
- Episodio 3: Tecnologia
- Episodio 4: Cellulari
- Episodio 5: Terapia
- Episodio 6: Amore
- Episodio 7: Resa
- Episodio 8: Risveglio
STAGIONE 1
Le tre.
– Toglimela, toglimela… ma fermati. Hai vinto, ti prego basta. – urla disperata, arrendendosi di fronte alla mia tenacia.
Purtroppo per lei, io sono ormai in preda ad una trance agonistica: mi nutro delle sue sofferenze e smettere non rientra tra le mie intenzioni.
Ho riacquistato le energie nervose, non c’è alcun motivo per smettere.
– Impazzirai – le dico beffardo, mentre faccio scorrere quella dannata rotella nell’incavo della sua ascella. Una lacrima di sofferenza scivola da sotto la maschera ripagandomi per le fatiche della serata – non mi fermerò fino a domattina.
È confusa e terrorizzata.
– Domattina prenoterò anche per la notte successiva, così potrò dedicarmi a te per tutto il giorno e la serata. Che ne dici? – le chiedo in tono di sfida, fingendo cinismo: in realtà comincio a sentire i primi segni di stanchezza.
Lei è stravolta.
– No no… non resisto più – implora lei – ti pregooo… fermati… non resisto oltre.
Peccato per lei che io non sia dello stesso avviso. Mi prendo una pausa anche per darle un attimo di tregua in attesa dell’inferno che le farò assaporare di qui a breve.
– E va bene: avrai una pausa – dico alzandomi in piedi di fianco al letto – La maschera – indico con un gesto della mano e alludendo al fatto che voglio che se la tolga.
– Toglimela toglimela – grida – ma basta, ti prego.
– Va bene. Mi fermerò – dico, mentre lei fa un sospiro di sollievo – ma sarai tu a sfilarti la maschera dal volto, altrimenti riprenderò da qui – insisto, indicando la rotella di Wartenberg che stringo nella mano sinistra.
Un respiro le si strozza in gola facendola tossire con insistenza. È spaventata, lo vedo dai suoi occhi.
La cosa mi diverte, e vedere lo sconforto nei suoi occhi mi riempie di orgoglio, l’ho piegata, cazzo, penso tra me, ho temuto di doverla torturare fino a Natale.
– Va bene: proviamo con le maniera dolci – dico sdraiandomi nuovamente al suo fianco, mentre lei piange disperata.
– No… no… no ti prego – implora, distrutta – una pausa.
Ho detto che devi toglierla tu – ripeto serafico.
Faccio nuovamente scorrere la rotella di Wartenberg sotto la sua ascella e la sua bocca compie un centinaio di mimiche differenti nell’arco di venti secondi. Peccato le sfugga che l’osservare quel mix di contorsioni mi persuade a prolungare il trattamento per i successivi dieci minuti.
– Dolcezza: se vuoi realmente che io smetta di torturarti, sai cosa devi fare.
– Ti prego, toglimela, ma fermati! – supplica disperata, alternando pianti, risa e grida disperate.
– E sia. Ma visto che sarò io a toglierti la maschera, mi trovo costretto a punirti ulteriormente.
– No no no – piagnucola, sperando in uno scherzo.
Guardo l’orologio a muro: 03 45′
Le sfilo la maschera e non so neppure io cosa provo: È bellissima, più di quanto immaginassi.
Lei è visibilmente imbarazzata.
Nonostante sia stravolta dalla trasgressiva notte, la sua espressione è distesa.
La guardo nuovamente.
Che bella, porca puttana.
Un nasino delicato separa due occhi color smeraldo e la bocca carnosa è una fragola da assaggiare.
Poggio la maschera sul comodino.
– Slegami, ti prego… sono sfinita – implora, lei ingenuamente.
Per tutta risposta, le gratto una costola con l’unghia del medio sinistro.
– No no no – urla in preda allo sgomento, ridacchiando sfinita a quel gesto prolungato.
Il suo volto si illumina. La sua espressione è irresistibile.
– Impossibile – dico io riprendendo a rasparle l’ascella.
– No no no. Ti prego di smettere. – urla disperata la poveraccia – sono sfinita.
– Cioè, fammi capire – dico io assumendo un tono serio, interrompendo l’azione – mi hai impedito per tutta la notte di guardarti in viso mentre ridevi tra le mie torture, ed ora che posso vederti vorresti negarmi nuovamente questo piacere?
Non so se per lusinga o vanità, ma la vedo tentennare e dopo qualche secondo, aprire bocca.
– Ti prego, ti prego… la prossima volta – implora inutilmente – oggi basta, sono sfinita. Ma il prossimo weekend possiamo rivederci anche fino al lunedì mattina, se vuoi – aggiungendo alla supplica anche un espressione gentile e remissiva, che però lascia intendere, senza ombra di dubbio, che ci sono tutti i presupposti per i quali lei sia intenzionata a ripetere l’esperienza.
– Ma non ci penso nemmeno – sbotto io con un tono di voce decisamente alto, quasi sull’orlo di una crisi isterica – nei weekend non faccio il servizio in camera, dannazione – lei mi guarda confusa – Nei weekend non lavoro più: è chiaro? – e completo la domanda riprendendo a solleticarla selvaggiamente. Spengo le luci, mi sdraio su di lei per poterla torturare ancora, ma non la guardo in viso perché ne intuisco il potenziale pericolo: ci manca solo che mi innamori e siamo a cavallo.
Accendo le luci: è quasi l’alba e voglio vedere alla luce delle lampade il risultato del mio lavoro.
Seppure non riesca a osservare tutte le sfumature del suo viso, mi compiaccio per aver fatto un ottimo lavoro: aver probabilmente fermato quel dannato passaparola che nell’ultimo anno ha stravolto la mia vita e i miei programmi a lungo termine.
Mi secca andare in pensione. rimugino tra me.
Non posso appendere le piume al chiodo. Ne scontenterei tante, ma perlomeno posso contenere quell’inarrestabile passaparola che ormai è opprimente.
Lei è stremata, stravolta e terrorizzata. Respira lentamente. Posso osservarne il sussultare dei seni e quel movimento mi convince a darle un’ultima strizzata dei fianchi.
Mi guarda incredula, come non riuscisse a capacitarsi di cosa sto per fare.
È per il mio bene, penso cinicamente: il BDSM deve spaventarla ogni qual volta lo sente pronunciare, così come il mio nome.
Affondo sadicamente i polpastrelli nelle sue indifese costole.
Se l’avessi conosciuta prima, avrei voluto senz’altro approfondire la sua conoscenza.
È senza ombra di dubbio una donna misteriosa, bella e intrigante.
Se fosse stata disposta a pagarmi adeguatamente, avrei probabilmente lavorato solo con lei e, al massimo con poche altre, ma ormai di questo diabolico lavoro ne ho le palle piene.
Ormai il suo corpo è percorso da spasmi incontrollati: mi fermo lentamente facendole saggiare gli ultimi morsi dell’inferno anche sotto i piedi.
Le infilo nuovamente la parrucca e le rimetto la ballgag assieme alla maschera, facendole capire che non mi interessa assolutamente della sua identità e che ovviamente manterrò il riserbo.
Finalmente è l’alba, raccolgo le mie cose e le infilo nello zaino che poi isso in spalla.
È curiosa la sua espressione quando nota che non la libererò.
– Dirò ai ragazzi alla reception di passare a pulire la camera verso le nove, così hai il tempo per rilassarti.
Mi guarda ancora incredula. Non mugugna più. È talmente stremata che quel semplice gesto le costa fatica.
– Sarebbe divertente se l’incaricato delle pulizie fosse un sadico torturatore che riprendesse da dove ho lasciato io – le dico divertito. Il suo sguardo terrorizzato mi fa capire che preferirebbe morire piuttosto che affrontare un’altra sessione così intensa.
Il sole sorge lungo la statale, il vento dell’Aurelia scompiglia i miei capelli.
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- Episodio 8: Risveglio
Ah! che bastardo! 😀
Se non si è un po’ bastardi (con intelligenza e stile) poi non lavori più perché non ti cerca più nessuna 😀
“ma non la guardo in viso perché ne intuisco il potenziale pericolo: ci manca solo che mi innamori e siamo a cavallo”
ah, i pericoli del mestiere. Mi piace molto come hai gestito questo “tira e molla”, col protagonista che consapevolemente lotta per far cedere Crisalide, ma al contempo, inconsapevolmente, rischia di essere lui quello che cede al fascino della donna.
…E detto terra terra, sono i veri problemi reali.
Certe pratiche comportano un coinvolgimento emotivo così travolgente che le sbandate sono sempre dietro l’angolo 😉