Resto

Sono qui al bar, con la mia birra.

RimarrĂ  la sola e unica. A differenza del passato.

La tengo tra le mani come si tiene qualcosa che non deve piĂ¹ comandarti. La guardo. La assaggio piano. Non c’è fretta.

Davanti a me c’è un gruppo di persone che piĂ¹ che uomini sembrano animali. Ridono troppo forte, si interrompono, parlano uno sopra l’altro. Mani che si agitano, sedie che strisciano, bicchieri che battono sul tavolo. Uno spinge l’altro per scherzo, un altro urla una battuta che nessuno ascolta davvero. Li osservo. Automaticamente, li giudico.

Sono diverso?

Mi infastidisce quel rumore o mi infastidisce il fatto che non ne faccio piĂ¹ parte?

Poi arriva una ragazza. Del loro solito gruppo.

Si stacca da loro e si siede vicino a me, come se cercasse una pausa dall’euforia generale. Si sistema i capelli, sospira, poi mi guarda come se io fossi l’unico punto fermo in mezzo a quel caos.

Inizia a parlarmi.

Mi racconta di come è riuscita a entrare in casa alle tre di notte. Tutte le porte chiuse. L’unica possibilità: la finestra dietro casa.

Una panchina mobile trascinata piano, appoggiata sotto il muro.

La finestra lasciata mezza aperta la sera prima.

Un salto. Un equilibrio precario. Il cuore che batte forte.

E poi dentro.

Sorride mentre lo racconta. Come fosse un’impresa. Come se quella piccola sfida alla normalità fosse una medaglia invisibile.

La ascolto. Annuisco.

Dentro penso: l’ho fatto anche io. Forse ho fatto di peggio.

Non per entrare in casa. Per entrare in situazioni da cui poi non sapevo piĂ¹ uscire.

Sono diverso?

Perché non è quello il punto. Non è entrare da una finestra. Non è l’orario. Non è la bravata.

Ăˆ che ora sono qui. Seduto. Con una sola birra.

E non sento il bisogno di dimostrare niente a nessuno.

Non devo raccontare niente per sembrare interessante. Non devo alzare la voce.

A un certo punto si alzano. Decidono di partire verso mete che a me sembrano sconosciute. Non so dove vadano. Forse in un altro bar. Forse altrove. Forse semplicemente lontano da qualsiasi silenzio.

Si muovono insieme, compatti, come un branco che segue la stessa direzione senza chiedersi troppo perché.

Io resto.

Il rumore delle sedie che si spostano. Il motore che si accende. Le voci che si allontanano.

Il bar torna quasi normale. Sento il frigorifero dietro il bancone, il tintinnio di un cucchiaino contro una tazzina.

Rimango qui, seduto.

Sono diverso?

Non lo so.

So solo che una volta sarei salito in macchina con loro. Senza pensarci. Per non restare fuori. Per non restare solo.

Ora invece resto.

E non so se sia crescita, distanza o solo un’altra forma di solitudine.

La birra è quasi finita.

Ed è davvero l’unica.

Avete messo Mi Piace2 apprezzamentiPubblicato in Narrativa

Discussioni

  1. Difficile entrare nel pensiero di un altro, nella sua solitudine, potrei dirti che siamo tutti soli con le nostre percezioni e che, quasi sempre, quella “rumorositĂ ” con cui tentiamo di riempire gli spazi tra noi e gli altri è solo ricerca di significato e collocazione del nostro esistere. Siamo tutti diversi, siamo otto miliardi di unicitĂ  e forse è la cosa piĂ¹ bella dell’essere umani. Bella, sentita, e quasi straziante, questa tua introspezione.