
Rien ne va plus
Serie: IL TRENO DELLE ANIME
- Episodio 1: Il piano – 1
- Episodio 2: Il piano – 2
- Episodio 3: Sabato 29 marzo
- Episodio 4: L’incontro con la madre
- Episodio 5: Il processo e il carcere
- Episodio 6: Mario
- Episodio 7: Lo scarafaggio
- Episodio 8: La proposta
- Episodio 9: La prova
- Episodio 10: Il concerto
- Episodio 1: Il sogno
- Episodio 2: Sara
- Episodio 3: Il Santo Graal
- Episodio 4: Michele
- Episodio 5: Il professore
- Episodio 6: L’incontro con Gigi
- Episodio 7: L’inquisitore
- Episodio 8: La rabbia di Nico
- Episodio 9: La lupa
- Episodio 10: Gorka
- Episodio 1: Marie
- Episodio 2: La chiromante
- Episodio 3: La pergamena
- Episodio 4: L’ultima notte
- Episodio 5: Tonio
- Episodio 6: L’epilogo della storia di Nico e la storia di Manuel
- Episodio 7: Alex
- Episodio 8: Conchiglie e sassolini
- Episodio 9: La roulette russa
- Episodio 10: Il racconto della vecchia signora
- Episodio 1: Katia
- Episodio 2: In viaggio verso l’Italia
- Episodio 3: Il Cavaliere senza Croce
- Episodio 4: Rien ne va plus
STAGIONE 1
STAGIONE 2
STAGIONE 3
STAGIONE 4
«È più probabile che non ci sia mai stata.»
Manuel si spaventò. Si voltò. Era il pescatore.
«Non ci faccia caso… so-sono andato a comprare le sigarette e sono venuto qui per prendere un po’ di fresco… ma cosa non c’è mai stata?»
«La croce. È per questo che è conosciuto come “il Cavaliere senza Croce”.»
«Ma per quale motivo?»
«Perché il cavaliere si uccise e quindi anche quelli che lui portò in salvo non se la sentirono di seppellirlo in terra consacrata e neanche di mettere simboli sacri, ma solo poche parole che lui recitava come una preghiera. Anzi, solo parte di questa: fu tolto tutto ciò che faceva riferimento a Cristo.»
«Che storia triste… e perché si uccise?»
«Non resse al dolore per la perdita della moglie e un giorno, all’alba, s’impiccò a quest’albero.»
«E quali erano le parole della preghiera?»
«Se ne è persa la memoria… Si dice che più che una preghiera fosse la promessa che lui aveva fatto a un amico: l’impegno di aiutarlo oltre la morte, anche senza l’aiuto di Dio… sfidando pure il Demonio.»
«Come si può aiutare qualcuno oltre la morte?»
«Bella domanda.»
«Dove posso trovare notizie del Cavaliere senza Croce?»
«È molto difficile che lei possa trovare altro; sono leggende che si sono tramandate oralmente. E poi non deve pensare a lui come a un condottiero famoso con l’armatura e la spada. Era stato, sì, un soldato, ma la sua spada aveva causato la morte di questo amico e giurò di non toccare più armi.»
Manuel trasalì e il viso del pescatore si illuminò con un’espressione dolce e compiaciuta.
«Ah, ma anche senza i paramenti fu un vero e valoroso cavaliere: la sera prima di partire s’inginocchiò davanti all’abate del convento. Questi lo benedisse, gli toccò la spalla con la croce, e lui giurò di servire Dio e i suoi simili, sacrificando anche la propria vita, ed ebbe così la sua investitura. Lui e la moglie aiutarono quella gente che cercava rifugio con tutte le loro forze. Quando lei morì, il cavaliere tenne fede alla promessa fatta all’abate, portò in salvo tutti e poi la raggiunse.»


Manuel si era estraniato dalla realtà: si sentiva assorbito e parte di quel racconto.
«Scusi, ma adesso devo andare a pescare… qui c’è tanta umidità; le consiglio di tornare a casa.»
Prima di andare via, Manuel scattò qualche foto alla lapide e andò a sedersi in auto. Poi prese il portafoglio e lo aprì. In uno dei taschini trasparenti c’era una fototessera messa al contrario, di quelle fatte in una cabina. La tirò fuori e si mise a osservarla. Ritratti, c’erano due ragazzi poco più che adolescenti. I loro volti avevano qualche livido e qualche cerotto, ma nonostante questo ridevano.
«Mamma mia, ti ho fatto nero quel giorno. Ma neanche tu scherzavi. Prima hai incassato, poi al secondo pugno mi hai guardato con rabbia, hai serrato i denti e mi hai massacrato. Ho ancora una piccola cicatrice… Tutto per una ragazza… A me piaceva e forse anch’io piacevo a lei. Poi ha visto te, rideva, parlava, si è seduta sulle tue gambe e ti ha baciato; tu hai ricambiato… e io non ci ho visto più. Poveraccio, neanche sapevi che la conoscevo. Dopo abbiamo fatto pace. Questa foto era la nostra promessa di un’amicizia rinnovata… e invece ti odio, per quello che mi hai costretto a farti.»
Poi accese il motore e si avviò, ma passando vicino al laghetto, non vide il pescatore e neanche nessuna canna da pesca.
Si erano fatte le otto; Manuel entrò nella sala colazione dell’albergo.
A un tavolo, accanto a una finestra sul giardino, c’erano Katia e Alex. Si affrettò a raggiungerli.
«Finalmente, sei arrivato appena in tempo per fare colazione con noi.»
«Grazie, ma io prendo solo un caffè.»
«Manuel, ma dove sei stato tutto questo tempo?»
«È… che non riuscivo a trovare un distributore di sigarette; sono dovuto andare verso il laghetto.»
«Sino a lì?»
«Sì, poi avevo caldo e sono andato nel bosco. Ho incontrato il pescatore che ieri ci ha portati sulla tomba del cavaliere e ci siamo messi a parlare.»
«Quale pescatore?»
«Ma non ti ricordi che sei corsa verso un signore che pescava per chiedere informazioni?»
«Manuel, ieri, al laghetto eravamo soli. Non c’erano altre persone. La tomba l’abbiamo trovata da soli… sei sicuro di stare bene?»
«Sì… sto benissimo, forse ieri ero stanco e ho fatto confusione con il primo signore che abbiamo incontrato qui a Desenzano.»
«Penso anch’io.»
«Forse è meglio se riempio questo piatto e ordino un altro caffè…»
Manuel si alzò e andò a scegliere la colazione al buffet. Alex guardava Katia con il faccino imbronciato.
«Che hai, pure tu?»
«Papà ha ragione: pure io, ieri, ho visto il pescatore.»
«Normale, tuo padre ha sempre ragione… e com’era questo pescatore? Bello, brutto, grasso, ma-»
«Sembrava un nonno.»
Passarono due mesi da quel giorno; ormai era autunno. Un giorno, il datore di lavoro di Manuel gli disse di cercarsi un altro lavoro perché aveva deciso di chiudere l’attività. Lui era avvilito, ma poi pensò che aveva da parte dei soldi guadagnati quando ancora era un trafficante. Considerò di giocarli, magari al casinò di Montecarlo, dove nessuno lo conosceva e, se avesse avuto fortuna, poteva mettere su una piccola officina meccanica tutta sua. Quei soldi da soli non bastavano a niente e metterne da parte altri era impossibile con tutte le spese che avevano lui e Katia. Non era proprio un’idea assennata, ma volle tentare.
Non aveva detto a Katia del licenziamento perché si sentiva sminuito e non voleva farla preoccupare. Quindi, il giorno dopo, non dovette giustificare la sua assenza; anzi, disse che sarebbe ritornato tardi per uno straordinario di lavoro e di non aspettarlo per cena. Imboccata l’autostrada, guardò l’orologio: erano le sette. Pensò che, viaggiando al massimo della velocità consentita, avrebbe raggiunto Montecarlo prima di mezzogiorno e la sera sarebbe già stato di ritorno.
Entrò nel casinò e si diresse verso il tavolo della roulette.
Solo il nome lo faceva rabbrividire, ma non era bravo in giochi dove si richiedevano intuito e memoria. Si poteva affidare solo alla fortuna.
La sala era affollata; anche intorno al tavolo della roulette c’erano molte persone a giocare. Manuel si fece spazio.
Iniziò il gioco. Tra i giocatori frenetici, Manuel puntò sul rosso. Il croupier lanciò la pallina.
«Les jeux sont faits.»

Passarono pochi secondi che a Manuel sembrarono eterni.
«Rien ne va plus.»
La pallina rallentò, si fermò sul rosso e Manuel esultò. Poi, timidamente, puntò sul nero e vinse ancora. Incominciò a sentirsi sicuro e fu quello l’inganno della fortuna: man mano giocò con puntate sempre più difficili e, alla fine, perse tutto.
Uscì, si sedette sulle gradinate del casinò e accese una sigaretta.
«Rien ne va plus: niente va più… quanta sfortuna, che periodaccio, ma forse è così che doveva andare: è proprio vero, la farina del diavolo va tutta in crusca.»
Cercava una soluzione, ma con i suoi precedenti difficilmente avrebbe trovato un lavoro e il progetto di mettere su un’attività era sfumato. Pensò di chiedere aiuto a suo padre, titolare di un’officina meccanica con dieci dipendenti alla periferia di Milano. I rapporti con il genitore non erano mai stati idilliaci, ma mise da parte l’orgoglio e il giorno dopo andò nella sua azienda.
L’officina era rimasta identica a come la ricordava. Manuel chiese a uno dei dipendenti di poter parlare con il titolare.
«Vedo se è disponibile. Chi devo annunciare?»
«Sono il figlio.»
«Sì, ma come si chiama?»
Manuel sorrise, mostrandosi sicuro.
«Sono l’unico figlio.»
«Va bene, aspetti un attimo.»
L’operaio entrò in una stanza e ne uscì poco dopo.
«Prego, si accomodi.»
Serie: IL TRENO DELLE ANIME
- Episodio 1: Katia
- Episodio 2: In viaggio verso l’Italia
- Episodio 3: Il Cavaliere senza Croce
- Episodio 4: Rien ne va plus
Grazie infinite per il tuo commento, Lino. Sì, hai colto in pieno: quello che sto cercando di scrivere non è la classica storia fantasy in cui incontri fate, draghi o alberi parlanti. I protagonisti sono ancorati alla realtà, ma ogni tanto accade qualcosa di strano che li porta a riflettere e a interrogarsi. Non sei l’unico a consigliarmi di ampliare determinate parti, ma a volte temo di spostarmi troppo dal tema centrale. Comunque farò tesoro di questo consiglio🙂
Un capitolo che mescola benissimo mistero e quotidiano: il pescatore “fantasma” è inquietante e affascinante, soprattutto con la conferma di Alex. Mi piace questo alternarsi di leggenda e vita vissuta, tiene il lettore sempre in sospeso. Se posso permettermi io amplierei Montecarlo ed il licenziamento e ne farei un capitolo a parte. Perché da lettore, voglio sapere di più. Ma naturalmente sono punti di vista.