
Riflessi
La pioggia batteva sul parabrezza mentre guidavo lungo la costa dell’Oregon. Era stato un lungo viaggio in macchina, ma i panorami mozzafiato della costa frastagliata mi avevano incantato. Ne era valsa la pena. Ma ora, mentre mi avvicinavo a Portland, la pioggia battente rendeva difficile la vista di qualunque cosa e i continui lampi intorno all’auto, visibili con la coda dell’occhio cominciavano a mettermi a disagio.
Cercai di non crollare per la stanchezza e proseguii, con le luci della città che illuminavano l’autostrada mentre mi dirigevo verso il cuore di Portland. Ma mentre percorrevo le strade del centro, non potei fare a meno di notare qualcosa di strano, che catturò la mia attenzione. Ogni singola superficie riflettente che incrociavo – le vetrine dei negozi, i finestrini delle auto, i bidoni della spazzatura in acciaio inossidabile – riproduceva una scena come di fronte a uno schermo televisivo.
All’inizio pensai che fosse solo la mia immaginazione, che la pioggia e i riflessi stessero giocando brutti scherzi e la mia mente stesse elaborando tutto a modo suo. Ma quando passai davanti a un grattacielo, vidi che le finestre lucide mostravano una scena chiara e vivida. Non potevo credere ai miei occhi. Accostai e scesi dall’auto, avvicinandomi ad una delle finestre per vedere meglio.
La scena era quella di una coppia che litigava in salotto. Potevo vedere ogni dettaglio, dalle lacrime che scendevano sul viso della donna alle guance rosse, accalorate, dell’uomo. Era come se stessi guardando un film, solo che stava accadendo nella vita reale, proprio davanti a me.
Mi guardai intorno e mi resi conto che ogni singola finestra dell’edificio mostrava una scena diversa. Alcune erano più sfocate di altre, ma tutte erano sufficientemente chiare. Era come se stessi guardando la vita di qualcun altro, un mondo segreto in cui mi ero imbattuto.
Sconcertato e un po’ spaventato, entrai di corsa in un negozio di abbigliamento vicino e iniziai a guardare negli specchi. Con stupore e una certa dose di paura mi resi conto che anche loro mostravano una scena, identica a tutte le altre, proiettate dalle superfici che avevo incontrato. Provai una sensazione di blocco in corrispondenza della bocca dello stomaco mentre mi guardavo intorno, girando per il negozio e notando che anche gli astucci dei gioielli e gli espositori di vetro mostravano scene, le loro scene.
Tirai fuori il telefono e chiamai mio fratello, sperando che avesse una qualche spiegazione logica per quello che stavo vedendo e vivendo. Ma quando gli descrissi le scene che riuscivo a vedere tramite i riflessi, mi sembrò confuso e preoccupato quanto me, senza potermi dare una qualche spiegazione logica.
“Dovresti chiamare la polizia”, suggerì, con la voce tremante.
Non mi sembrava un’idea sensata. Cosa avrei dovuto raccontare? Sicuramente mi avrebbero, come minimo, preso per matto, se non sospettato di aver assunto qualche droga o in stato di ubriachezza. Misi da parte il suggerimento di mio fratello, ma rimasi in linea con lui, nel caso avessi avuto bisogno di chiamare aiuto. Non sapevo cosa aspettarmi da una situazione simile.
Ma mentre stavo lì a guardare le scene che si ripetevano di riflesso in riflesso, notai nuovamente qualcosa di strano. Gli schermi avevano iniziato, improvvisamente, a mostrare interferenze. Le immagini non erano più nitide. Ma solo per un breve momento, poi le scene mostrate cambiarono. Mi resi conto che avevo fatto qualcosa perché cambiassero, ma non sapevo cosa. E non riuscivo a comprendere.
Riattaccai rapidamente il telefono e uscii dal negozio, deciso a capire cosa stesse succedendo. Vagai per le strade di Portland, tenendo gli occhi su ogni superficie riflettente che incrociavo. Era come se mi trovassi in un mondo parallelo, dove ogni superficie era un portale per entrare nella vita di altri individui.
Le scene variavano dal banale al bizzarro, alcune si svolgevano come se si trattasse di una soap opera, altre come un film dell’orrore. Vidi famiglie che cenavano, persone che si preparavano per andare al lavoro e persino un uomo che seppelliva un corpo nel suo giardino. Era come se stessi guardando un film senza fine, con ogni scena diversa dalla precedente. Qualcosa di surreale. O forse fin troppo reale. Ma oltre il limite della mia comprensione.
Continuando a osservare, notai che i riflessi non solo riproducevano le scene, ma cambiavano anche in risposta alle mie azioni. Se mi allontanavo da una vetrina, la scena dava l’impressione di seguirmi e i personaggi si giravano a guardarmi mentre passavo. E se toccavo la superficie, la scena diventava confusa e cambiava, come se avessi modificato il corso della vita di qualcuno.
Non riuscivo a dare un senso a tutto quello che stavo vivendo. Stavo sognando? Era una sorta di scherzo molto elaborato? Ma che senso avrebbe avuto allestire uno scherzo simile. Mentre la pioggia continuava a scrosciare e le scene a cambiare, capii che era tutto troppo reale.
Ero sempre stato affascinato dal soprannaturale, dall’idea che potessero esistere universi paralleli e dimensioni nascoste. Ma non mi sarei mai aspettato di imbattermi in uno di essi nel bel mezzo di una notte di pioggia a Portland.
Continuai a camminare, con la mente piena di domande. Come era possibile? Ero l’unico a vedere? E soprattutto, qual era il mio ruolo in tutto questo?
Solo quando mi trovai di fronte a un gruppo di persone riunite intorno a un’auto compresi la portata della situazione. Stavano indicando, in uno stato di evidente e profonda ansia, i finestrini, proprio come avevo fatto io e potevo sentire frammenti della loro conversazione.
“È come se stessimo guardando un film”, disse una donna.
“Potete cambiare la scena?”, chiese un’altra persona.
Mi avvicinai rapidamente all’auto, ignorando gli sguardi e i sussurri dei presenti. I finestrini mostravano una scena come tutte le altre superfici riflettenti che avevo visto: una coppia che discuteva in cucina.
Appoggiai la mano sul finestrino, sentendo il vetro freddo sotto il palmo. E proprio come era accaduto in precedenza, la scena divenne confusa e cambiò: la coppia era ora seduta al tavolo e discuteva tranquillamente della loro giornata.
Le persone intorno a me sussultarono e sentii qualcuno dire: “È lui! È lui che cambia le scene!”
Mi allontanai, con il cuore che batteva all’impazzata. Non capivo come potesse risultare possibile, ma in qualche modo avevo il potere di cambiare le scene che venivano proiettate dalle superfici. E sembrava che non fossi l’unico a vederle.
La gente cominciò a radunarsi intorno a me, facendo domande e chiedendo, anzi pretendendo, risposte. Ma io non potevo darne. Ero confuso e spaventato quanto loro.
Con il passare della notte, la pioggia continuò a cadere e le scene continuavano a cambiare. A ogni cambiamento provavo un senso di disagio, come se mi stessi intromettendo in qualcosa che non mi doveva riguardare. Interferire senza averne alcun diritto.
Sapevo che dovevo trovare delle risposte, capire cosa stava succedendo e come farlo smettere. Ma potevo solo prendere atto di essere intrappolato in un mondo surreale, dove ogni superficie riflettente era un portale verso le vite degli altri.
E mentre guardavo i riflessi, non potevo fare a meno di chiedermi: cosa vedevano gli altri quando mi guardavano?
Avete messo Mi Piace3 apprezzamentiPubblicato in Narrativa
Mi é sommariamente piaciuto molto, ma devo essere sincero non condivido affatto la scelta presa subito dopo la parte “La gente cominciò a radunarsi intorno a me, facendo domande e chiedendo, anzi pretendendo, risposte. Ma io non potevo darne. Ero confuso e spaventato quanto loro” dove tu hai appunto completamente fermato la narrazione. Sei arrivato ad un ottimo punto, e poi lo hai reso praticamente di poco conto proseguendo la narrazione più avanti, in un altra situazione del protagonista. Mi ha rovinato la bella tensione e suspense creata, rendendo tutto improvvisamente leggero e banale. Peccato, perché aveva tanto potenziale, ma (a mio completo avviso) è crollato su se stesso come una specie di demolizione programmata.
Un racconto assolutamente originale. Un’idea che mi è nuova e che mi ha incuriosito. Soprattutto la domanda finale. Bravissimo.
Grazie Cristiana. Mi domando spesso, quando vengo “etichettato” (e succede spesso) se chi applica sulla mia pelle quella etichetta si domanda quale sia la sua. Magari davvero, come scrivo in un passaggio del racconto, un uomo, mentre seppellisce un corpo nel suo giardino si occupa di etichettare il suo prossimo.
Dimmi qualcosa di più
In che senso, Cristiana?
Nel senso che la tua frase ‘un uomo, mentre seppellisce un corpo nel suo giardino si occupa di etichettare il suo prossimo’ è molto interessante ed enigmatica. Interessante anche la considerazione riguardo al fatto che spesso chi ‘etichetta’ una persona oppure uno scrittore nel nostro caso, mai si domanda quale sia la sua. Meglio sarebbe che ce la togliessimo e la togliessimo a tutti. Scrittori e lettori onnivori 🙂
Cristiana, vedo gente comportarsi peggio delle etichette che piazza (e che mi piazza). Eppure le piazza. Anche chi “metaforicamente” seppellisce corpi nel giardino.
P.S.: tranquilla, non sono stato testimone dell’occultamento di un cadavere 😀
Allora direi che la metafora ti è riuscita molto bene. Mi piace!
Amo molto il surrealismo allegorico, ancora meglio se con una vena sci-fi.
Bello l’espediente degli specchi e il poter cambiare le vite degli altri toccando la superficie degli stessi.
La riflessione finale del protagonista racchiude, infine, un po’ il succo del racconto, ovvero l’immagine di sé che ciascuno dà agli altri.
Passiamo troppo tempo a osservare cosa gli altri “riflettono” e non ci soffermiamo mai a capire quali sono i nostri “riflessi”.
Mi è piaciuto tantissimo. Narri una situazione surreale, che fa pensare a un assurdo labirinto dal quale il protagonista tenta invano di districarsi, ma poi ci aggiungi la pioggia di Portland, e questo dettaglio ci porta a chiederci: e se un giorno accadesse davvero? Alla fine, a ben pensarci, viviamo circondati da schermi…
La frase in chiusura è bellissima. Ci ho visto il senso dell’intero racconto. Come se la sensazione di straniamento che ho provato leggendo, trovasse una soluzione in quella risposta mancata.
Ciao Dea. Sta già accadendo. Più o meno consapevolmente entriamo, con gli strumenti che abbiamo a disposizione, nelle vite delle persone. Con i relativi condizionamenti. E se, a causa di uno “schermo”, la nostra vita viene stravolta, ci rendiamo conto di quanto sia infinito il labirinto nel quale siamo stati catapultati. Come ho scritto anche nella risposta al commento di Giancarlo, quali storie racconta la nostra persona? Quali riflessi facciamo giungere agli altri? Ti ringrazio.
Bello e anche ben scritto, nonché originale nel soggetto. L’ultima frase è stranamente inquietante.
Ti ringrazio. Riguardo all’ultima frase, la domanda è: “quali storie racconta la nostra persona?”
Un racconto che riesce a destare una forte curiositâ. Mentre leggevo, con la smania di poter svelare il mistero, facevo varie supposizioni. Piú andavo avanti con la lettura e piú mi sembrava la situazione surreale di un sogno. Il finale non da alcuna conferma. Finale aperto e libera interpretazione, dunque?
Assolutamente sì. Libera interpretazione. Sarei curioso di conoscere quale supposizione è risultata prevalente