Riflessi di torcia
Serie: Il buco nero
- Episodio 1: La scomparsa
- Episodio 2: L’uccellino del cucù
- Episodio 3: La partenza
- Episodio 4: L’inverno di Dio
- Episodio 5: Gli echi nella tempesta
- Episodio 6: L’incontro perduto
- Episodio 7: Voci dal vuoto
- Episodio 8: La bambola morta
- Episodio 9: L’uomo dal cappotto grigio
- Episodio 10: Adele e Guglielmo
- Episodio 1: Riflessi di torcia
STAGIONE 1
STAGIONE 2
Raccontai alla donna dei colpi inferti al portone dall’uomo sconosciuto. Lei mi parlò delle chiavi.
«Guglielmo le dimentica spesso. Gli dico di tenerle in tasca, ma lui le lascia sempre sul comodino, o nel cassetto. Dovrebbero essere lì, nella sua camera. Può attendermi qui, se preferisce, decida lei» mi disse la donna, ormai in piedi, sistemandosi alla meglio i capelli, così gli abiti sgualciti dal riposo interrotto, di fronte a uno specchio di un grosso armadio, che divorava lo spazio già angusto della camera.
Così mi lasciò da solo, per addentrarsi in una zona diversa della casa. Seguendola, mi ricordai della mancanza della luce nello stabile, chiedendomi da dove venisse quel lucore incerto, lunare, che mi aveva condotto nell’ambiente dove poco fa riposava. La raggiunsi in un’altra stanza.
«Guglielmo, come suo solito, ha lasciato la finestra aperta. Con questo tempaccio, poi. Mi perdoni ancora» mi disse, avanzando verso la finestra e chiudendola con prontezza. Nella nuova camera c’era un letto matrimoniale, un cassettone, un armadio a tre ante. Fu attraverso un lampo di torcia che intravidi tutta la maestosità di quell’arredo antico, soffocante, spingendomi fino a uno dei comodini, dove la donna era già intenta alla ricerca delle chiavi.
«Non sono neanche qui. Sarà meglio che mi passa la torcia, Ottavio» ricordando il mio nome. Credevo che durante il suo sonnellino non avesse percepito le mie parole di presentazione. Le chiesi anche il suo di nome, ma non mi rispose, continuando a vagare nelle camere, dandomi la sensazione di uno spettro imprigionato nei luoghi delle sue origini. Attesi nel corridoio che quella personcina minuta, riservata, dalle poche parole, recuperasse le chiavi, mentre dal basso ripresero i colpi al portone, che mi fecero sobbalzare, nemmeno fossero esplosi dal mio cuore.
Lei, dal canto suo, continuava a cercare indisturbata, con sempre più impegno e determinazione. Ogni tanto diceva qualcosa tra i denti, mentre i colpi dal basso si facevano più forti e ostinati. L’uomo dal cappotto grigio mi stava implorando di fare presto. Erano colpi rivolti soltanto a me, immaginai.
Mi avvicinai ancora di più alla donna, ancora intenta nella sua ricerca, prima che si fermasse, forse già esausta, per confidarmi: «È da qualche tempo che dimentico sempre tutto. Non me lo spiego. Fatico a ricordare i posti dove ripongo le mie cose. Le chiavi, le ricevute delle bollette, alcuni appunti, il pettine, le sigarette, i fiammiferi, il sale, la cannella, lo zucchero, il pepe, gli occhiali da lettura e tanto altro. Non so cosa dirle, davvero. Si è trovato nel posto sbagliato, purtroppo, e me ne dispiace. Qui, come ha visto, non ci sono».
«Vuol dire che cercherò altrove. Semmai da una sua vicina» le feci, a bassa voce.
«Non frequentiamo mai nessuno all’interno del palazzo. Per me non esistono vicine né vicini. Sono tutte persone sconosciute quelle presenti nello stabile. Guglielmo ha da sempre gradito la massima riservatezza e così, nel tempo, ho imparato ad adeguarmi, avendo ritenuto giusto allinearmi al suo pensiero. Quando si vive insieme a un’altra persona è preferibile cercare sempre una sorta di compromesso con le sue abitudini, le sue inclinazioni, capisce? È l’unica strada per mantenere un equilibrio di relazione che ci permetta la sopravvivenza» mi sussurrò, fermandosi di colpo, non appena intravide qualcuno, nella zona opaca di corridoio che delimitava l’ingresso. Una figura esile, indefinita, fin quando la donna non le puntò la luce della torcia contro, illuminando il viso mesmerizzato di Arianna. Feci un sobbalzo, pronunciando con stupore il suo nome.
«Perché non ha suonato?» le chiese la donna.
«È mancata la luce. Abbiamo sentito all’improvviso dei colpi molto forti, sia alla nostra porta, sia al portone. Ci siamo spaventati tantissimo» così disse Arianna.
«Sono stato io a bussare alla vostra porta, ma nessuno di voi mi sentiva, per questo ho insistito. Poi ho rinunciato e sono risalito. I colpi al portone, invece, sono di uno sconosciuto che sta gelando. Un uomo con un cappotto grigio» le dissi.
«Perché hai colpito la nostra porta con tanta violenza, poi? Lo sai che ci hai terrorizzati?»
«Non era mia intenzione spaventarvi. Me ne dispiace, credimi.»
«Vuole entrare? Per il momento sono ancora da sola; mio marito è di sotto» fece la donna ad Arianna, porgendomi la torcia e abbassando il viso sulle sue scarpine di corda.
«La ringrazio, ma dovrei prima avvertire i miei. Potrebbero preoccuparsi non vedendomi ritornare» le disse Arianna, mentre i colpi al portone ripresero con maggiore violenza.
«Quell’uomo è allo stremo. Temo che a lungo andare possa soccombere. Sarebbe il caso di aprirgli, fuori si gela. Riesci a recuperare le chiavi del portone?» chiesi ad Arianna, vedendo il suo viso sempre più pallido, smarrito.
«Mio padre non mi lascia mai le chiavi, né di casa né del portone. Nemmeno quelle della cassetta della posta. Dovrei chiederle a mia madre, in gran segreto, ma non sarà facile.»
«Io non trovo le nostre, purtroppo. Le stavo cercando, ma non ci sono più» disse la donna.
«Mi chiamo Arianna. Tu?» le disse.
L’altra si presentò con il nome di Cristina. Arianna le tese una mano con diffidenza, dandomi la conferma che nessuna delle due conoscesse l’altra prima di quel momento.
Arianna mi invitò a scendere dai suoi genitori, in modo da riferirgli che lei era al piano di sopra, a tenere compagnia a Cristina. Mi consigliò di chiedere le chiavi del portone solo a sua madre, non a suo padre, raccomandandomi di parlarle dell’uomo che colpiva il portone come di una persona fidata, amica di Guglielmo, semmai – guardando negli occhi Cristina, per avere conferma che una simile soluzione – o finzione – fosse plausibile.
«Non so… non vorrei metterlo in difficoltà» disse Cristina, piuttosto imbarazzata, guardandosi intorno, poi fissando me.
«Guglielmo lo starà confortando, nell’attesa che qualcuno di buon cuore arrivi con le chiavi, chissà. Non escludo che i due in qualche modo si stiano conoscendo e che siano diventati un po’ meno estranei, anche se non proprio amici» le dissi.
«Dovremmo chiederlo a lui. Si tratterebbe di una menzogna, e conoscendolo, sono certa che Guglielmo la prenderebbe a male.»
Vista l’evidente complessità della situazione, dissi a entrambe di aspettarmi dentro e impegnai con scaltrezza la penombra delle scale.
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