Rifletté tra sé e sé

Si trovò a camminare in quella che pareva essere nebbia.

Si, era nebbia con ogni probabilità.

Ciò che lo lasciava interdetto era che, mentre la nebbia ti entra nelle narici invadendoti i polmoni, quella foschia non aveva odore né consistenza. Non ti lasciava nulla sulla pelle. “Ho trovato il niente” pensò per poco. Per un istante.

Si trovò a riflettere sul motivo per il quale era in quel posto.

Aveva una strana sensazione. Gli sembrava di aver vagato in mezzo a quella nebbia dall’inizio dei tempi. Allo stesso tempo, però, affioravano dal lago Pensiero ricordi fuggevoli.

Ad un certo punto, nel continuo camminare senza posa, si sforzò di richiamare alla mente quei ricordi, per capire cosa trattassero.

Allora vide in maniera poco più chiara, ma lo stesso sbiadita, una campagna. Una campagna e il sole.

Vide un campo dorato su cui mandrie immobili di botole di fieno giacevano.

E l’azzurro felice sopra e le nuvole montate come panna. E il verde.

Sentiva in quelle tracce di ricordo qualcosa di gentile.

Si accorse che ricordando quelle immagini che sentiva sue, ma che sembravano mai esistite, onde lente di calore pervadevano il suo corpo.

Dov’era la campagna?

Da dove venivano quelle immagini?

Forse un altro mondo, un’altra dimensione. Nonostante ciò riusciva ancora a sentire le sue dita nella terra umida e i vermi viscidi strisciare sulla sua pelle.

Il calore si spense a poco a poco, come a poco a poco i ricordi si volatizzarono, fuggendo nei meandri più interni del cervello. Negli abissi.

Prima di ricominciare il cammino, si rannicchiò e tastò la superficie sulla quale poggiava i piedi. Era dura. Aveva un colore biancastro, ma era strano. Sembrava in qualche modo trasparente, come se sotto di essa fosse intravedibile qualcosa. Sembrava fatta di gas. Forse era nebbia solidificata. Da gas a solido in un balzo solo.

Nel frattempo continuava quel ritmo infinito di passi.

“Hey!”

Una voce nella lontananza della nebbia riecheggiò.

La stessa ondata di calore che prima aveva conosciuto nel rimembrare i ricordi lo colpì ancora.

“Hey! Mi senti?”

“Si…si ti sento. Chi sei?”

“Sono uno come te. Continua a parlare. In questo modo ti scaldi.”

Effettivamente ad ogni parola pronunciata da quella voce ignota, una veloce ondata di calore si presentava.

“Ma…dove sei? Fatti vedere.”

“Come, non lo sai? Questo non è possibile.”

“Non è possibile?”

“Già, non puoi vedermi, le voci si possono solo sentire.”

“Però se continuo a camminare verso di te sento che ti avvicini. Prima o poi ti raggiungerò e vedrò il tuo corpo.”

“Non credo.”

Continuò a camminare verso quella voce, finché non sbatté addosso a quella che sembrava una persona. Spaventato arretrò di qualche metro, per poi riavvicinarsi a quella figura immobile e silenziosa. Aveva una giacca in lana verde militare e un cappello nero in pelle. I pantaloni sottili e anch’essi neri coprivano le scarpe in cuoio ricamato.

“Visto che ti ho trovato! Sei tu che parlavi prima giusto?” si rivolse alla figura.

“No mi spiace, non è stato lui” giunse non da quel manichino vestito.

Rimase confuso.

“E allora lui chi è?”

“Ah non lo so, io non lo posso vedere. Forse è un tuo desiderio. Forse è ciò che speravi di vedere.”

Lui continuava ad ascoltare quella voce che lo scaldava. Non sapeva veramente cosa dire. Sapeva e non sapeva dov’era. Sentì un’angoscia aggrapparsi al cuore.

Iniziò a chiedersi cosa doveva fare. Era come se ad un tratto avesse acquisito una nuova coscienza. Perché era nella nebbia? Una “nebbia” che non era fredda. Una foschia che era indefinita.

“Voce, perché sono qua?”

“Oh finalmente te lo sei chiesto. Tutto questo tempo a ricordare e a volere…è per questo che sei qui. La tua vista si è annebbiata nella tua inconsapevolezza.”

“E cosa devo fare?”

“Cosa devi fare? Bah, inizia con lo smettere di camminare. Siediti e concentrati sul tuo respiro, nient’altro. Ah, chiudi gli occhi anche. Accetta la foschia…e aiuta se lo ritieni giusto gli altri a fare lo stesso.”

Detto ciò la voce cessò di farsi sentire.

“Devo accettare la foschia” ripeté tra sé e sé.

Allora si sedette e mise in pratica ciò che la voce gli aveva suggerito.

Poggiò il sedere sulla superficie di nebbia dura e chiuse gli occhi.

Ora cercò di focalizzarsi sul suo respiro.

All’iniziò gli parve semplice. Sentiva i polmoni riempirsi e svuotarsi. Sentiva il respiro avanzare e regredire come fa il mare giunto alla spiaggia. Avanti e indietro. Inspira ed espira.

Dopo qualche minuto però, uno dopo l’altro, iniziarono a presentarsi gli ostacoli.

Pensieri e pensieri iniziarono a colmare quell’assenza di movimento. Come le onde e i mulinelli scaraventano il naufrago, strattonavano da una parte e dall’altra la sua attenzione.

E come il naufrago nel mare in tempesta cerca disperatamente di aggrapparsi alla boa, lui tentava con grande sforzo di riportare l’attenzione al respiro, e dunque alla realtà.

Giusto, era alla realtà che doveva rimanere connesso. Compreso ciò, decise di combattere i tormentanti pensieri irrazionali con la sua razionalità.

Assemblò interiormente ragionamenti che lo mantenessero sveglio nel presente. Costruzioni logiche che facessero virare il lume della sua attenzione proprio sul respiro.

“Nel silenzio…nel silenzio e in questo buio sotto palpebra è il mio respiro a vivere” rifletté.

Nient’altro caratterizzava quel momento di immobilità. Attorno non c’era altro che nebbia.

“I miei pensieri in me hanno radice, in me soltanto.”

Ancora una volta fu abbracciato dal calore. Questo però era differente. S’infiltrò direttamente nel cuore, tranquillizzandone il battito.

A poco a poco, dentro di lui, nasceva una sensazione di controllo.

Sentiva di essere a capo di quel disordine caotico che prima aveva abitato la sua testa.

Ora si, aveva l’attenzione rivolta al suo respiro.

Rimase così per diversi minuti, apprezzando quell’equilibrio e quel controllo che aveva acquisito.

Si accorse che fuori da lui qualcosa stava accadendo. Una leggera brezza iniziò ad accarezzarlo. Sotto di lui la superficie era cambiata. Sentiva che non era più uniforme come prima. Era ora ruvida ed irregolare. Anche il buio sotto palpebra aveva acquisito una sfumatura diversa. Si stava gradualmente illuminando da una luce esterna. Una luce che lo fece trovare, infine, completamente immerso nel calore dei suoi raggi.

Fu allora che piano piano riaprì gli occhi.

Subito venne abbagliato, poi alla sua vista apparve la campagna. Eccola lì, la campagna.

Il campo dorato.

L’azzurro felice sopra e le nuvole montate come panna.

Si guardò attorno e vide anche i botoloni pascolanti. Pachidermi di fieno.

Ora ricordava, ora era finalmente sveglio. Si alzò con cautela, volgendo un sorriso al sole accecante.

Mosse i primi passi, sgretolando i cumoli di terra secca sottostanti.

Si girò verso il gruppo di case in lontananza e intravide una persona.

Una persona vagante a destra e a manca, apparentemente senza meta.

Lui allora si avvicinò a quel individuo che pareva non si fosse accorto della sua presenza.

Arrivato a dieci metri di distanza non fu sorpreso di sapere chi esso fosse.

Vide sulla testa del ragazzo la nube di nebbia che rendeva impossibile la vista del volto.

“La foschia colpisce lì, nel luogo natio del nostro universo. Del nostro universo posseduto” pensò.

Guardò la mano del giovane in cerca del neo, lo trovò.

Guardò istintivamente la propria mano, lo trovò.

Allora gli si avvicinò silenzioso di qualche metro, sapendo benissimo ciò che doveva fare.

“Hey!” esclamò in direzione dell’annebbiato.

Quest’ultimo si fermò.

“Hey! Mi senti?” riprovò.

“Si…si ti sento. Chi sei?”

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