
Ritorno a casa
La Vespa nera sfreccia lungo la tangenziale est di Roma in direzione nord. All’altezza del Cimitero Monumentale del Verano la strada compie un’ampia curva a destra poi una a sinistra in discesa, una piccola sbandatina…
…oops… ripresa…
… e imbocca la lunga galleria che passa sotto la nuova Stazione Tiburtina per poi sbucare all’altezza di Batteria Nomentana…
Come ogni giorno Marco torna casa dal lavoro. Per andare da San Giovanni al quartiere del Nuovo Salario impiega, spingendo un po’ sulla manopola dell’acceleratore, circa 10 minuti.
Quel giorno però Marco se la prende comoda, guida con calma, non ha voglia di correre. È l’ultimo giorno di lavoro e percorre quel tragitto con l’animo leggero e si gode l’aria di inizio agosto che quell’ora di sera e, con la velocità dello scooter, gli regala un po’ di fresco sul viso.
Non ha fretta, a casa non lo aspetta nessuno perché moglie e figli sono già al mare. Lui invece deve lavorare qualche giorno in più rispetto ai programmi iniziali e li raggiungerà fra un paio di giorni. Ma a lui non dispiace affatto godersi la solitudine assoluta di casa.
Mentre guida pensa a come avrebbe sfruttato al meglio tutta quella libertà e tutta quella pace. Lasciata in garage la Vespa sarebbe andato probabilmente dal kebabbaro sotto casa (non sa cucinare, figuriamoci se si sarebbe messo ai fornelli).
– Passeggiata in centro? Birretta con gli amici fuori o li chiamo a casa a fare due chiacchiere? Forse domani, magari mi vedo un film, uno di quelli che è tutto l’anno che ho voglia di vedere ma che non piacciono a mia moglie per cui rimando…
Pensando alla sua seratina ideale Marco compie le ampie curve della tangenziale, non si preoccupa più della strada, dell’uscita sulla Salaria che ha appena sorpassato e che lo avrebbe portato dritto dritto a casa. Marco va… e continua ad andare, passa davanti al concessionario della Ducati sull’Olimpica a cui, come tutte le volte, quasi di istinto, volge lo sguardo come per scorgere le moto che tanto desidera e a cui si ostina a non rinunciare… passa Corso Francia, lambisce l’Olimpico e si butta giù verso il quartiere Prati, Balduina, poi Aurelia, Aurelia, Aurelia… il paesaggio urbano inizia a dissolversi lasciando spazio alla campagna… e ancora via, verso il mare.
…
Il sole è basso, la Vespa procede liscia come l’olio… esce da un lungo tunnel, il bagliore del sole come al solito lo sorprende e gli fa socchiudere gli occhi, nonostante gli occhiali da sole. In quel brevissimo istante in cui l’immagine si sfoca il paesaggio intorno a sé muta. Quando riapre totalmente gli occhi gli sembra di essere solo sulla strada, le altre automobili si sono dissolte, come evaporate, a destra e sinistra della strada non c’è più la vegetazione incolta e selvaggia, non ci sono più lampioni né guardrail, ma la cosa non lo turba più di tanto, continua a percorre quella striscia di asfalto che punta ad ovest, da solo, con l’acceleratore in mano e il sole in fronte.
In quella pace totale anche il rumore del motore si modifica, si attenua, diventa un fruscio lieve e continuo, un sottofondo che quasi si annulla… avverte solo la piacevole sensazione del vento fresco sulla faccia, quella sensazione gli fa tornare alla mente quei momenti unici e meravigliosi d’estate, in barca, mentre torna da una lunga giornata di mare con la moglie e i figli. Marco è in piedi al timone del piccolo gozzo in legno, sente l’aria fresca alleviargli le scottature del sole, la moglie affianco a lui in silenzio, con i capelli sciolti e lo sguardo sereno, a godersi la brezza del mare, la figlia seduta a prua avvolta in un asciugamano a prendersi l’aria fresca e gli schizzi delle onde, il piccolo addormentato sulle panche nel pozzetto a poppa, cullato dal lieve dondolare del mare. Tutti e quattro in silenzio, a godersi il momento più bello della giornata, o dell’estate intera.
La strada ormai non è altro che una lunga e silenziosa fettuccia bianca, lui e la sua Vespa sono un piccolo puntino nero in movimento. Marco ha la mente sgombra da tutto, non pensa a niente ma osserva: alla sua destra può ammirare gruppi di antilopi che seguono la sua corsa a balzi ritmati e sincopati, alla sua sinistra una dozzina di delfini accompagnano il suo viaggio entrando e uscendo dall’acqua ed emettendo versi striduli ed ipnotici. Davanti a sé, in lontananza, una sottile linea azzurra orizzontale preannuncia l’imminente arrivo sulla costa, non vede l’ora di arrivare e godersi la pace della casa in solitudine, ma fra lui e l’orizzonte c’è una distesa bianca come il latte da attraversare.
Il mezzo perde poco alla volta la traiettoria lineare, inizia ad ondeggiare, a scomporsi, finché Marco è costretto a rallentare per non perdere totalmente il controllo. Frena dolcemente e dopo qualche secondo è fermo. Si trova nella sabbia. Marco alza gli occhi da terra e si guarda intorno:
– E così questo sarebbe il deserto. – Pensa.
Marco è solo, con la sua Vespa, in mezzo ad un mare di sabbia. Gli torna alla mente quella storia di Andrea Pazienza nelle “Straordinarie avventure di Pentothal” dove, in un viaggio onirico con un suo amico su uno strano mezzo a tre ruote, si ritrova nel bel mezzo del deserto.
Prova a ripartire. Lentamente le gomme dello scooter riacquistano aderenza e Marco riprende il suo viaggio. In lontananza scorge la presenza di due grandi colonne oblique convergenti verso l’alto, una specie di portale altissimo a forma di A si erge davanti a lui a qualche chilometro di distanza. Avvicinandosi mette a fuoco, sono due gambe, due gambe di donna, altissime. Ai piedi indossa due scarpe col tacco rosse, di quelle da gran sera. Marco alza la testa ma non trova il punto di congiunzione di quelle gambe lunghissime. Gli sembra di stare in un film di Fellini, l’atmosfera è quella, e lui si sente Marcello. Si trova sì e no a mezzo chilometro dal portale. Nota che le due gambe si muovono, un lento ma costante movimento fa sì che si chiudano un po’ alla volta. Marco spalanca la manopola del gas, vuole volarci dentro, attraversarle con la massima velocità prima che si chiudano definitivamente, non sa neanche lui perché. La sua velocità aumenta sempre di più, la lancetta del tachimetro, bloccata dal fine corsa, vorrebbe continuare a girare ma non può, ma è evidente che il suo vecchio scooter stia andando molto più veloce dei 100 km/h indicati. Poco alla volta lo scooter si alza da terra librandosi in aria e comincia a volare, le lunghe gambe sono quasi chiuse e la Vespa gli scivola da sotto il sedere e lui rimane in aria. Marco assume una posizione aerodinamica, si mette disteso con la testa in avanti e le braccia distese lungo il corpo, pronto all’attraversamento.
…
Una luce bianca e accecante lo avvolge. Perso in quella luce è sereno, non si è mai sentito meglio. Riatterra lentamente a terra, i suoi piedi sono scalzi e avvertono la piacevole sensazione della sabbia fresca del bagnasciuga.
È su una spiaggia enorme, da solo. La sabbia è bianca e sottile, il mare è calmo e il sole sta lentamente tramontando in un velo intenso colorato di sfumature rosa e arancioni. Vede in lontananza una donna di spalle, si avvicina, lei si volta, è una donna giovane, bella, è sua moglie da ragazza ma negli occhi ha l’espressione di oggi, consapevole e matura. Lei lo guarda, gli dà un bacio e gli sussurra: – Marco, torna a casa.
– È ancora presto per tornare amore mio, e poi questa spiaggia è bellissima e il tramonto mi trasmette tanta pace e serenità… avremo tempo per stare insieme, tu io e i bambini. Ora voglio godermi questa solitudine lontana, questo paesaggio infinito, questa luce meravigliosa… a presto, mon amour, e si allontana fino a diventare un puntino e svanire all’orizzonte…
…
Marco si sveglia sotto il guardrail della tangenziale sul curvone della sopraelevata prima dell’imbocco della galleria. Dopo la sbandata in curva non è riuscito a riprendere il mezzo ed è scivolato per 50 metri fino ad arrestarsi sotto le barriere protettive di acciaio. Deve aver perso conoscenza subito dopo l’impatto. Non sente niente e avverte un forte odore di sangue. Non riesce a muovere nessuna parte del suo corpo, non lo sente più il suo corpo. Marco si sente mancare un’altra volta… ma questa volta non ci sono delfini e antilopi, deserti e tramonti, solo una luce fortissima, e niente più.
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“Per quanto riguarda il lieto fine la prossima volta ci provo, prometto!”
😂 😂 😂 ma no figurati, era solo per dire che tifavo per il protagonista perchè potesse rimanere in quel luogo meraviglioso. Ancora complimenti.
Ciao Federico, mi è piaciuto tantissimo il tuo racconto. Me lo sono figurato come un cartone animato, di quelli dai tratti imprecisi, con i fotogrammi un po sfalsati che ne sottolineano l’anima grezza, che non chiede di essere raffinata. Pura, onesta. Una volta ho letto un tuo commento, dicevi che non ti piacciono i lieto fine. Come avrei voluto che questa volta tu potessi fare un’eccezione! Ma va bene così, grazie per questo bellissimo viaggio.
Mi piace la tua lettura da cartone animato. Sono cresciuto con influenze affini ai cartoons: i fumetti di Manara, Pratt, Liberatore, Andrea Pazienza (che infatti cito nel racconto) e, probabilmente, li ho riversati nell’atmosfera del viaggio. Per quanto riguarda il lieto fine la prossima volta ci provo, prometto!
Psichedelico, quasi confonde con immagini innaturali e fuori posto.
Effettivamente, come scritto da Cristiana, si potrebbe intuire già dalle battute iniziali, facendo attenzione, quello che sarà il finale. Però sei stato attento a non rivelare troppo, ma a spargere solo una serie di indizi che conducono al triste finale.
Molto bello!
Grazie Giuseppe. Mentre scrivevo avevo in mente più un’atmosfera onirica e malinconica felliniana, ma Il termine “psichedelico” gli si addice. Dovendo abbinargli una colonna sonora sarebbe un misto fra Nino Rota, Pink Floyd e Radiohead.
Hai descritto in maniera perfetta una corsa che è metafora e sogno e desiderio. Le immagini si susseguono e mentre leggi ci cadi dentro. Prima sei un puntino e ti osservi mentre schizzi via, poi invece sei seduto su quella vespa e anziché essere guardato, osservi. Hai usato in maniera egregia il cambio di punto di vista e prospettiva che accelera ancora di più la narrazione. Il finale si respira già dalle prime battute perché tu sei riuscito a buttare indizi qua e là. Il lettore attento li trova. Commovente l’ultimo incontro con la moglie. Complimenti.
Grazie Cristina per il tuo punto di vista. Mi piace usare l’onirico e il surreale per descrivere le mie paure e le mie ansie, un modo per affrontarle esorcizzandole.