
Ritratto, primo.
Poi avvertì freddo, Margherita, che fino a quel momento si sentiva la Primavera dentro.
Non era l’amore che la faceva sentire viva, e di conseguenza, non era stato l’amore a renderla così. Stanca, si definiva. Stanca. Di cosa, non ne ha mai avuto certezza, e nemmeno era sicura di volerne avere. L’inconsapevolezza le permetteva di tenere viva una piccola scintilla di speranza, che, come avesse vita propria, illuminava il suo umore, negli attimi in cui angoscia e insicurezza abbassavano la guardia. Aveva un bellissimo sorriso, Margherita, talmente bello che in molti giurarono di riconoscerlo, pur essendo sicuri di non averla mai conosciuta. Il sorriso di Margherita era qualcosa di giusto, in qualche modo, riusciva a far sembrare tutto giusto. Tuttavia, Margherita, non conosceva quella sensazione. Percepiva, lei, uno strano vuoto, quando sorrideva. Si sentiva completamente annullata da quella, apparentemente semplice, espressione. Si tramutava in un volgare oggetto, un mezzo per diffondere effimera luce in una distesa di solitudine.
Si sentiva sola. Il peggio, però, ripeteva fra se e se, è che non lo era, e questo la faceva star male. Non riusciva mai a farsi bastare l’amore che riceveva, e si rammaricava per tutti coloro che ingenuamente si donavano incondizionatamente a lei. Assassina, questo era. Aveva le mani sporche di sentimenti infetti ed ormai senza senso di esistere. Per ognuno di loro, farla finita sembrava una naturale conseguenza. Questa magra consolazione, ad ogni modo, non le bastava per sentirsi meno in colpa. La vita le aveva portato via qualcosa, e questo, a malincuore, era l’unico modo che conosceva per rivalersi. Nonostante ciò, non ebbe mai l’arroganza di sentirsi potente, o di possedere il potere di fare la differenza. Era semplicemente schiava della sua natura.
Un giorno Margherita venne a sapere che suo Padre, stimato Professore, sarebbe andato a processo, con l’accusa di violenza sessuale su minore, e che lei sarebbe stata chiamata per testimoniare, o meglio, confermare, l’alibi del genitore, che dichiarava di trovarsi con la figlia nel momento in cui la presunta violenza avesse avuto luogo. Acconsentì senza batter ciglio, nonostante il pessimo rapporto con il suo, ormai unico, genitore.
Margherita si presentò in tribunale tutta in tiro, e determinata a fare quello che andava fatto, del resto, farsi domande non era mai stato il suo forte, e cominciare adesso non avrebbe fatto comunque differenza. Si sedette in aula, nelle prime file, ma non la prima, non voleva che la gente si accorgesse del suo disinteresse verso quelle chiacchiere insignificanti. Aveva capito che solo le sue parole avrebbero fatto differenza, perciò giudicava ridicoli tutti quei convenevoli. Quando la chiamarono, si accomodò con compostezza, e per un attimo volle scappare da quella situazione. Fu come uscire dal proprio corpo, il distacco dell’artista verso la realtà. Percepiva distintamente il tempo scivolarle addosso, si immaginò di sentire la luce del giorno e della notte accarezzarle la pelle, e il mare che tanto le piaceva, con il calore familiare della sabbia calda sotto i piedi che si propaga in tutto il corpo, e l’abbraccio di sua madre, che sempre approfittava di quel gesto per annegare fra i suoi capelli profumati.
Poi, ad un tratto, Margherita avvertì freddo.
Bevve istintivamente un bicchiere d’acqua di rubinetto che si ritrovò davanti, e che avrebbe giurato di non aver assolutamente visto solamente un attimo prima. Tornare in se, le aveva ricordato che lei era lì per una ragione. Margherita fece quello che andava fatto.
Il padre di Margherita fu completamente assolto.
Morì due anni dopo, ucciso dal padre della ragazza violentata, nel parcheggio dell’Università in cui insegnava lettere classiche, durante una notte senza stelle, in cui soffiava un vento freddo.
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Arrivato in fondo, ho avuto freddo anche io.
Direi che il tuo racconto colpisce nel segno!
Biagio…che dire!
Complimenti…
…per il pugno allo stomaco che mi hai regalato con questo racconto!
…a volte basta poco per farci riflettere in maniera seria…
…e tu ci sei riuscito con la poesia delle tue parole!
Grazie
Grazie a te, per il tuo prezioso tempo, passato in compagnia del mio scritto!