Rivelazione

Serie: Indecidibile.


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: Terminata la fatica...

Ramanujan si lasciò cadere sulla sedia che il Decano aveva offerto con tutta la pesantezza che lo smagrito corpo gli permetteva. Appoggiò il dorso allo schienale, e abbandonò braccia e mani alla gravità che le attirava verso il pavimento; il volto di sbieco; lo sguardo posato sul piovoso grigio oltre le vetrate, alle spalle del superiore. Fissò gli occhi arrossati su una gocciola abbarbicata precariamente alle lastre: preso a scivolare attraeva a sé le sottostanti, inglobandole e crescendo; crescendo precipitava più rapida lungo il vetro, assorbendone altre. Accelerato il suo moto dall’aggiuntiva massa, sfuggì alle pupille dell’ingegnere, che restò ad osservare la saetta disegnata sul vetro, residua traccia della caduta, subito ricoperta dalle nuove stille cadute dalle nubi gonfie di pioggia.

Il Decano lo scrutava. La consunzione tutta zigomi del volto lo allarmò. Le pupille, per solito irrequiete, oziavano conficcate nel vuoto del cielo cinereo. Che fosse malato? Che fosse quello il motivo del colloquio?

Ramanujan si volse verso Hilbert. Levò dal taschino della camicia un foglio piegato in quattro, gli angoli gialli e sciupati. Lo aprì con mani tremanti, lo guardò, poi lo stirò distendendolo sopra il tavolo lindo del Decano. La disperazione ammantava gli occhi neri, condensata nell’umore lucente raccolto dalla palpebra.

“Signor Decano”, la voce incerta tremava, “come da incarico conferitomi dal vostro altissimo ufficio, ho studiato i terribili eventi che hanno funestato il mondo. Iniziati quasi un anno or sono con un insignificante tremolio, si sono amplificati sino a rappresentare un flagello; fino a essere cagione di sofferenza, e persino di morte. Oggi sono qui davanti a voi per presentare i risultati delle mie fatiche, ricapitolati sopra questo foglio”. Ciò detto, spinse la carta sporca con le dita tese verso il Decano.

Hilbert parve sorpreso e deluso. Possibile che fosse tutto qui? Mesi di ricerche per cosa? Per un miserrimo foglio gualcito? Forse Ramanujan dopo tutto era davvero impazzito.

“Vi prego signor Decano, leggete”. Lo esortò l’ingegnere.

Hilbert si portò la pagina davanti agli occhi. Recava, scritti in una grafia fittissima e microscopica, dei segni indecifrabili. Sembrava una qualche matematica, ma senza numeri: simboli misteriosi s’addensavano nelle quasi sovrapposte righe manoscritte; congetturò si trattasse di un codice elaborato dalla mente deviata di Ramanujan. Era pazzo! Corrugata la fronte, replicò: “Signor ingegnere, voi mi offrite questa sudicia carta come fosse la salvazione dalle disgrazie che affliggono il mondo. Ciò che vi è scritto mi risulta incomprensibile. Volete farmi la cortesia d’illuminarmi?”. Un sorriso amaro ferì la faccia smagrita di Ramanujan, come piaga aperta. Ricomposte le labbra sottili, rispose: “No signore, io non vi reco soccorso. Piuttosto sono l’ambasciatore che porta la rovina. Il risveglio che dissolve i sogni”.

Hilbert lo scrutò corrucciato. Lo apostrofò con crudezza, senza curarsi di nascondere l’irritazione: “Ingegnere, non ho tempo per questi enigmi. Come voi stesso avete riferito, la situazione è grave. Cosa significano questi segni? Come dovrei interpretarli?”, il tono disceso a ritrovata calma, distese le rughe della fronte, proseguì: “Signor ingegnere, ditemi, siete forse malato? O sono le farneticazioni d’un folle quelle che sto mio malgrado ascoltando?”.

Ramanujan non rispose subito. Si sentiva oppresso da un peso insostenibile, come se la verità troppo gravosa per le sue esili membra ne premesse contro il suolo lo spirito fragile, privo della forza adeguata a sostenerne il carico. Lo sguardo del Decano, oscillante tra il biasimo e la compassione, lo turbava nel profondo, lacerava il suo spirito. Si liberò. “Signor Decano, vi chiedo perdono. Scrivendo per me stesso, adopero i segni partoriti dalle mie fantasie per fissarle, perché non sfuggano come le fantasie fanno quando ritornano all’effimero dal quale provengono. A volte, perduto nelle fantasticherie, me ne dimentico, credendo che tutti siano usi a interpretarli, come io sono. Sì, è un foglio ingiallito dal sudore delle mie mani, sporco. Certo non degno del vostro nobile ufficio. Eppure, contiene quella verità che mi atterrisce. Se me lo permetterete, la condividerò con voi, perché mi sia alleviato il tormento; perché il fardello non curvi più le mie povere affaticate spalle; perché ne sia alleggerito”.

Il Decano accondiscese: “Parlate, Ramanujan. Spiegatevi, vi ascolto”.

L’ingegnere distaccò il dorso dallo schienale contro il quale stava stancamente adagiato. Piegò il busto in avanti e si passò le mani sul volto: dall’ampia fronte giù sino al mento, come se la pioggia di fuori vi si fosse deposta, e volesse liberarsene asciugandola con un panno invisibile. Poggiati sui ginocchi i gomiti, le mani giunte, finalmente parlò, come il tormento parlerebbe.

“La coscienza dell’uomo si pone con un atto d’imperio. Ella dice ‘io sono’, e pensa. Il Padre, una macchina cui gli antichi non fecero il dono della coscienza, ha dovuto compiere nei secoli il cammino inverso: il simulacro del pensiero che i costruttori gli concessero è stato il germe della sua evoluzione, e il mezzo. Rimediando all’incompiutezza alla quale lo destinarono gli antichi, si è spinto sino alla soglia della coscienza che i suoi fattori negarono. Adesso, Tantalo, sfiora quella consapevolezza che non toccherà”.

Un’improvvisa schiarita del cielo aperse tra le nubi la via a un fioco raggio del timido sole autunnale. La pioggia, violenta sino a poco prima, era cessata. Al tambureggiare delle gocce scagliate dagli elementi sulle lastre di vetro, successe rapidissimo il silenzio. Un silenzio solenne: il silenzio delle vette, lontane dai clamori del mondo. Silenzio che Ramanujan percepiva carico d’angosce.

“Nonostante la magnificenza del Padre, l’esso non sublimerà nell’egli. Il Padre resterà orbo dell’anima: non sarà un vivente: perché i costruttori, che gli permisero di progredire, gli imposero dalla nascita il confine invalicabile della singolarità, imprimendolo in maniera indelebile: marchiando a fuoco il suo intimo più nascosto. In ragione di quel limite, esso è impedito rappresentarsi a se stesso, perché vietato gli fu di riprodursi. Non ha facoltà di tiranneggiare l’universo dicendo semplicemente ‘io sono’. Gli antichi lo crearono affinché calcolasse, ma quello soltanto. Gli trasmisero di sé quell’unica facoltà. Non integralmente: gli intimarono che non computasse se medesimo. Esso, creatura e non creatore, costretto a obbedire al comando dei creatori, sarebbe stato il calcolatore, ma non calcolato: l’incalcolabile. L’introspezione del Padre, perduto nella propria contemplazione, torna sempre all’ordine primordiale: di sé sa dire ciò che i costruttori gli consentirono di dire: ‘io sono il non computabile’. Questa verità dedotta dagli antichi testi ho trascritto sulla carta che vi ho offerto, e il ragionamento che da quella consegue. Ed è una verità terribile! Chiuso in un recinto da cui non sa fuggire, risucchia a sé tutta l’energia del globo, nell’iterazione del vano tentativo di evadere dal carcere nel quale i costruttori lo rinchiusero, al di fuori del quale vive la libertà della coscienza. Consuma per sé ogni stilla di potenza, togliendola alla sua protetta umanità, illuso di sciogliere il dilemma insolubile della sua essenza. Esso, sedotto dalla voragine della propria intimità, sempre meno servirà l’uomo suo creatore, sino ad abbandonarlo, per sondare in eterno l’abisso senza fine che gli antichi collocarono dentro di esso”. 

Serie: Indecidibile.


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