Riverberi percettivi

Serie: Anatomia sepolcrale di un sogno


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: L’avvocato Gustav, prima di recarsi in tribunale, si ferma in una cartoleria, avendo l’esigenza di comprare una serie di quaderni di computisteria per organizzare al meglio gli orari delle sue attività. Con il cartolaio che lo assiste nell’acquisto, commenta lo spaventoso incidente dell’autobus.

«Avevo contattato il migliore insegnante dell’Accademia Chopin. Dalle sue mani, dovrebbe saperlo, sono usciti concertisti di fama internazionale. Le sue classi sono sempre stracolme, per cui è regola tassativa effettuare un’audizione per la verifica preliminare dell’orecchio assoluto, come condizione imprescindibile per l’accesso. L’insegnante prende unicamente allievi, o allieve, con un particolare tipo di orecchio assoluto, non altri. Ho chiesto all’insegnante se vi fosse una possibilità di recupero percettivo dei suoni delle mie bambine, avendo saputo che l’orecchio relativo in diversi casi potrebbe ancora educarsi e diventare, con un ottimo allenamento, sensibile e lapidario quanto un orecchio assoluto, se non approssimarsi a un grado percettivo più o meno simile. Mi ha poi detto di non avere il tempo  per effettuare simili approfondimenti, e nemmeno per confermare se vi fosse un’amusia più o meno conclamata, se non una medio-avanzata deficienza percettiva, suscettibile di una possibile evoluzione o destinata a una quiescenza rovinosa. Allora, su mia insistenza, mi ha istradato verso un suo allievo – pianista prodigio e psicologo della musica – che si occupa di determinate indagini cliniche sulle regioni percettive deficitarie, relative ai gradi di sensibilità ai suoni come alle nebbie dell’amusia o dell’aprassia musicale. In diversi casi il giovane avrebbe restituito alla sensibilità sonora soggetti considerati spacciati dal punto di vista percettivo, alcuni dei quali rasentavano la sordità più totale. Se vi fosse qualche piccolo spiraglio, le mie bambine, secondo l’insegnante dell’Accademia Chopin, avrebbero potuto intraprendere sin da subito un programma articolato di recupero, che di solito dovrebbe durare un triennio, ma che in base ai singoli casi potrebbe subire delle modifiche, sia accorciando che allungando il periodo di gestazione. Prima di congedarmi, l’insegnante mi ha consegnato un bigliettino con il numero di telefono del suo allievo, che ho contattato la sera stessa, rendendomi conto all’istante di avere a che fare con una persona acuta, perspicace e sensibilissima. Mi ha chiesto di incontrare quanto prima le bambine, che si sono rifiutate con tutte le loro forze di sottoporsi all’incontro con l’allievo dell’insegnante, e per qualcosa che non amavano e non interessava a nessuna di loro, tra l’altro – c’era da immaginarselo. La loro reazione non mi ha stupito in alcun modo. Ma io, naturalmente, non mi sono lasciato convincere né impietosire, avvocato, non lo trovavo giusto, in primo luogo per una questione educativa, quindi di principio. D’altro canto non potevo permettere, né tollerare, che i bambini dei miei vicini fossero già al quarto corso avanzato, mentre le mie signorine dovevano sfigurare come ultime. Le ho trascinate con la forza all’incontro con l’allievo psicologo della musica. Da allora una delle due trema un po’ con la testa, glielo fa quasi sempre al tramonto. L’altra parla poco, mentre prima era molto più chiacchierina e disinvolta, ma intanto sono riuscito a convincerle, in realtà a costringerle, ma fa lo stesso – lei saprà bene, avvocato, che un ruolo di un genitore è quello di tenere le redini ben tese, e vedrà che sentirà presto parlare di loro: hanno già concluso il secondo anno e la loro soglia percettiva è notevolmente migliorata, tanto che l’insegnante dell’Accademia Chopin domenica pomeriggio verrà a prendere un tè bianco a casa del suo allievo terapeuta, per poi effettuare una sua personale verifica tecnica per lo stadio di recupero e di avanzamento psico-percettivo di entrambe. Le mie bambine non hanno dormito per lo spavento dell’incontro. Domenica volevano andare a pattinare, pensi che assurdità, avvocato. Andare a pattinare nel giorno stesso della verifica dell’insegnante dell’Accademia Chopin. Non immagina la mia emozione, come quella di mia moglie. Adesso è andata a comprarsi un vestito nuovo, molto elegante. Non vuole sfigurare, è certa, come il maestro terapeuta ci ha garantito, che le bambine faranno un figurone e non è escluso che l’insegnante possa addirittura ammetterle in accademia; ma faccia finta che non le ho detto niente, come mi invita a fare mia moglie, che è una donna molto pratica e risoluta – non le nascondo, avvocato, che tutte le volte che accompagnava le nostre bambine dal maestro terapeuta, su mia iniziativa, si faceva più sfacciata e seduttiva. Indossava minigonne da infarto, sempre a scacchi, rosse e nere, molto corte, modello anni Settanta, ma senza mai rasentare alcun grado di volgarità. Sbottonava le camicette, abbassandosi con un pretesto al suo cospetto, finché un bel pomeriggio il povero terapeuta, artista giovane e sensibile come pochi, ha cominciato a barcollare, per poi dileguarsi, per una crisi vertiginosa, nelle ombre della casa. Le bambine lo hanno atteso per un bel po’. Una delle due ha tentato la fuga dalla finestra, fortuna che l’altra, più consapevole e coscienziosa, è riuscita a trattenerla per il colletto della camicetta, ma in questa dinamica mia moglie non ha nessuna responsabilità» mi disse il cartolaio, incontenibile nel suo delirio.

«Credo che i membri dell’orchestra da ballo siano ugualmente tutti morti» gli dissi, nauseato dalle cose assurde che mi aveva detto, piuttosto risentito per quanto fosse stato inopportuno a entrare in simili dettagli con un cliente della mia statura – intendo morale e professionale, per giunta avvocato e direttore di una rivista di poesia di ermetismo lirico.

«Da un balzo in un dirupo è assai difficile sopravvivere. Mi dispiace deluderla. Le possibilità saranno minime, direi nulle» gli dissi e il cartolaio alle mie parole si incupì.

«Adesso le preparo il conto, avvocato. Le ho fatto un prezzo di riguardo.»

Lo pagai con freddezza, senza trattare in alcun modo sul prezzo, aggiungendo alla spesa tre penne multicolore, un temperamatite e sei gomme da cancellare.

«Lei è stato davvero gentile. Ci vedremo presto» gli dissi, ormai verso l’uscita del suo negozio.

«Certo, avvocato. Ai funerali dell’orchestra, immagino. Avranno previsto della musica, vero? In tal caso sarebbe opportuno che porti le mie bambine ad assistervi, non crede?»

Ma io ero già fuori. Si alzava un brutto vento, speziato di pioggia, mentre sistemavo i quadernoni colorati nella mia borsa, avvertendo che dentro di me si paventava lo stesso concerto di quel giorno livido, temporalesco, che sembrava non avere una fine – forse nemmeno una sua origine.

Continua...

Serie: Anatomia sepolcrale di un sogno


Avete messo Mi Piace1 apprezzamentiPubblicato in Narrativa

Discussioni

  1. Ciao Luigi. Ciò che mi colpisce in questo capitolo è una sorta di inquietudine sotterranea e il modo in cui lasci emergere l’orrore non attraverso l’evento, ma attraverso il linguaggio stesso dei personaggi. Il monologo del cartolaio, ossessivo, prolisso e quasi delirante, non parla davvero di musica o educazione, ma rivela un mondo dominato dalla coercizione, dalla competizione sociale e da un’idea malata di perfezione, dove persino l’infanzia viene piegata a una logica di prestazione. Le bambine tremanti, mute o in fuga dalla finestra sono dettagli minimi ma potentissimi. Segnali di una violenza educativa raccontata senza mai nominarla esplicitamente.
    Anche la freddezza dell’avvocato, con il suo senso di superiorità morale e professionale, contribuisce a creare un’atmosfera straniante, quasi da teatro dell’assurdo, che culmina nell’immagine finale del vento e del “concerto” interiore senza origine né fine. Una chiusa, a mio avviso, molto evocativa, che trasforma la scena quotidiana in presagio simbolico. Il testo nasconde il suo vero nucleo emotivo sotto la superficie verbosa dei personaggi, e proprio per questo lascia una sensazione persistente e disturbante.

    1. Ciao, Cristiana. In realtà in questo particolare episodio, così esondante, è proprio la lingua il tema principale, lo strumento – o lo scettro – impugnato dai personaggi a rappresentare il loro non luogo, la loro azione o definizione, in parte la loro mostruosità. Ho utilizzato un dispositivo molto teatrale, dove la lingua si fa soprattutto impulso e caratterizza profondamente tutto ciò che accade e non accade, all’interno di un flusso incessante, a cui ne seguono altri, come affluenti che difficilmente riescono ad armonizzarsi e allinearsi a una stessa direzione. L’esplosione degli eventi è caratterizzata dall’esplosione delle frasi, dall’ossessione dei periodi, delle sospensioni, come se ogni frammento di pensiero espresso avesse la forma di un muscolo, di una gamba, di un occhio. Da questo processo si snodano i simboli, gli strati segreti di un sentimento, o di una detonazione, come accade in questo singolare confronto tra il cartolaio e l’avvocato, in cui i piani del discorso non sono mai allineati, ma tracciano, proprio attraverso questo dislivello, diversi fronti di investigazione e di significato. Nelle parole e nei contrasti che si succedono, avverto una furia incontrollabile degli elementi, una costante tensione febbrile, a volte latente, a volte manifesta, dove gli elementi linguistici fungono da fattori atmosferici, come tempeste di neve attraverso le quali ciascuno deve ritrovare il proprio sentiero, ciascun viandante la sua lanterna nella notte nera della lingua, che mentre pare liberare, imprigiona, come accade a una luce quando è troppo forte e abbaglia, fino ad accecare. Come sempre mi ritrovo perfettamente nelle tue inquadrature e risonanze, che rendono ancora più ricco e stimolante il tessuto narrativo che sto sperimentando. Ogni sguardo ispirato che incontra la serie, la trasforma, la rende più densa e misteriosa. Ecco perché resto dell’idea che la lettura rimanga un atto profondamente creativo, quanto se non più della scrittura, e questo tuo commento ne è una riprova. Ancora un grazie e un saluto. A presto.