Roma, anno di (dis)grazia 2053
Nel centro cittadino il traffico caotico era solo un lontano ricordo, un silenzio innaturale avvolgeva la città eterna. L’urbe, “orba di tanto spiro” – privata del suo immenso spirito vitale – con gran calma si risvegliava. Era una Roma spogliata, depredata, non più una Roma capoccia der mondo infame, capoccia ancora, ma di un mondo in fame, la fame non era stata ancora debellata. La memoria della terza guerra mondiale a pezzi, una specie di pieces world war memory presagita da Papa Francesco nel lontano 2014, incombeva sulle recenti vestigia romane materializzatesi in file interminabili di automobili abbandonate lungo le strade, ricoperte di guano, foglie rinsecchite, sabbia del deserto del Sahara. Questo 2053, nuovo anno disgraziato e distopico, non prometteva bene, bugiardo come gli anni passati. Il costo del petrolio al barile schizzato alle stelle importava poco ai romani, mentre quello alla pompa, divenuto insostenibile ai più, ammazza se importava.
La gran parte dei pozzi petroliferi era andata perduta; i giacimenti di petrolio e di idrocarburi erano bruciati dopo i bombardamenti delle forze armate più armate del pianeta, quelle di una federazione di stati che centodieci anni prima bombardarono la città, poi la liberarono e infine vi entrarono trionfalmente. Ai cinquanta stati originari si erano aggiunti con le buone o con le cattive altri trentaquattro: Canada, Groenlandia, Messico, Guatemala, Belize, El Salvador, Honduras, Costarica, Panama, Cuba, Le Bahamas, Isole Cayman, Repubblica Dominicana, Haiti, Giamaica, Isole Turks e Caicos, Anguilla, Antigua e Barbuda, Barbados, Curaçao, Dominica, Grenada, Montserrat, St. Barthelemy, St. Kitts e Nevis, Santa Lucia, St. Martin, St. Vincent e Grenadine, Sint Maarten, Trinidad e Tobago, Aruba, Colombia, Venezuela e Slovenia.
Il medio oriente, ma anche l’indice e l’anulare territorialmente vicini, erano stati messi a ferro e fuoco in una guerra preventiva il cui preventivo dei costi militari e umani era stato autorizzato dal War Estimates Office (Ufficio preventivi di guerra) un ufficio del Department of War (Ministero della guerra).
Dopo l’eliminazione dei vertici del paese canaglia, poco simpatica per i crimini di cui si era macchiata, l’ira dell’Iran incendiò il mondo intero gettando il pianeta in una gravissima crisi economica mondiale provocando, purtroppo, anche un disastro ecologico di dimensioni bibliche. Per i pastori evangelici d’oltreoceano raccolti in preghiera nello Studio Ovale della Casa Bianca si era fatta la volontà del Signore, che poi si incarnava nel commander-in-chief passato e trapassato, ahimè, alla storia con l’appellativo di The best President in patria, The bestia a Roma.
Una unica stazione di servizio riforniva l’intera capitale, un pieno costava un capitale e non solo a Roma: diecimila euro per cinquanta litri di super senza piombo, tolto per evitare suicidi di massa. Duecento euro al litro il costo della benzina alla RollEXxon, una pompa ai Parioli dove fare il pieno al costo di un Rolex era un privilegio per pochi, come la soddisfazione di veder filare la propria fuoriserie come un orologio svizzero. Alla RollEXxon solo poche automobili dei soliti marchi blasonati: Rolls Royce, Bentley, Bugatti, Ferrari, Lamborghini, Aston Martin, Jaguar, Porsche, oltre a qualche Mercedes, BMW, e Audi unicamente nei modelli top di gamma. Per i fortunati proprietari quella cifra non rappresentava una cifra, solo un misero numero uno seguito da quattro zeri, per tutti gli altri sfortunati mortali con un conto con uno solo zero putroppo sì.
In questo futuro distopico un prodotto topico per curare le ferite di quel mal di vivere sofferto dai fortunati/sfortunati superstiti non era stato ancora inventato; qualcuno si gettò nella lettura, qualcun’altro nella poesia, qualcun’altro ancora dalla finestra, non di Windows, troppo piccola di dimensioni.
Le assicurazioni, dopo un iniziale boom di utili per la forte riduzione dei sinistri stradali, erano fallite perché alla scadenza della copertura nessuno aveva provveduto al rinnovo della polizza, il signor Nessuno non era uno sprovveduto, era solo l’italiano medio squattrinato. L’automotive aveva cessato la produzione per un motive preciso: la mancanza di acquirenti; le concessionarie chiuse le serrande o, per rispettare giustamente la rima, i battenti.
Con il cambiamento climatico in atto il rischio di una grandinata improvvisa con chicchi grandi come palline di ping pong era immanente!! Errata corrige: imminente. L’automobile doveva essere protetta, non lasciata marcire in mezzo alla strada anche se regolarmente posteggiata. Vederla ridotta a un vespasiano a cielo aperto per cani incontinenti faceva male, male da morire senza te cantava un vecchio di nome Tiziano, uno della generazione di ferro: 1980. Le abitudini erano cambiate, non per moda ma per necessità. Come recita il proverbio fare di necessità virtù i romani si riorganizzarono utilizzando l’italico ingegno per trasformare quella situazione sfavorevole in una opportunità, dimostrando così una innata resilienza e fantasia creativa. Poi una illuminazione, un colpo di genio, perché non accoglierla come una di casa portando l’amata quattro ruote tra le quattro mura domestiche?
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2054
L’idea piace tanto che ben presto viene inaugurata la prima officina mobile in via Condotti dove le automobili vengono riqualificate e opportunamente modificate per consentirne l’utilizzo a chilometri zero.
Il serbatoio, diventato superfluo, viene rimosso e rottamato; il motore, privato del carburante, sgrassato come un pollo fino all’albero a collo d’oca.
La motorizzazione e la cilindrata contano poco, la trazione ancor meno, l’automobile non deve più macinare chilometri o scattare da zero a cento in una manciata di secondi. Con grande professionalità gli artigiani dell’officina mobile provvedono a un maquillage completo del veicolo, la carrozzeria viene ridipinta e lucidata a specchio, gli interni, smacchiati, ricondizionati e profumati, vengono riportati all’antico splendore. Infine l’apoteosi, quell’odore caratteristico dei polimeri plastici che si annusa nell’abitacolo di un’automobile nuova di zecca viene ricreato spruzzando un prodotto dalla formula chimica segreta, questa sensazione olfattiva, ora riservata ai pochi facoltosi romani dal portafoglio a fisarmonica, zeppo di carte di credito, i soli che possono permettersi il lusso di acquistarne una nuova, è nuovamente per tutti.
Da mezzo di trasporto stradale l’automobile diventa un oggetto di arredamento, un’auto mobile, un mobile immobile declinato in un ampio ventaglio di personalizzazioni: dall’auto mobile bar all’auto mobile dispensa, dall’auto mobile divano all’auto mobile alcova.
L’automobile così trasformata ora è un oggetto di design, si integra perfettamente con l’arredamento, è versatile e polifunzionale, e se stupisce gli amici che chiedere di più.
Avete messo Mi Piace2 apprezzamentiPubblicato in Umoristico / Grottesco
Il racconto mi ha “tenuto” e il cinismo capitolino è dosato con maestria, anche se esilarante, graffia sempre. Geniale capacità di guardare l’apocalisse negli occhi e risponderle con una battuta fulminante, ridimensionando anche il dramma cosmico a una questione di “arredamento”. Mi è piaciuto molto.
Grazie per il commento che mi lusinga. Spero che la mia fantasia non si esaurisca, non vorrei deluderti. Con 143 pubblicazioni non mi stupirei. Per fortuna l’attualità e i giochi di parole mi danno sempre nuovo materiale e spunti per comporre alla Fabius P.
Un delirio lucidissimo. Ti fa ridere con i giochi di parole, RollEXxon, l’auto mobile immobile, mentre ti racconta un mondo che fa paura proprio perché ci vedi dentro il nostro. E quella leggerezza nel tono rende tutto più inquietante.
Grazie del puntuale commento. Se ti divertono i miei giochi di parole approfittane, sono gratis. Spero di trovarne ancora per continuare la mia satira dissacrante.
Caro Fabius, è arrivato il momento di restituire l’applauso per questo tuo racconto distopico (ma neanche poi così tanto, per chi – come me – è romano, seppur d’adozione, e purtroppo vede quel che vede).
Una padronanza bergonzoniana della nostra lingua, che ti invidio, e che mi diverte (de-vertere) sempre moltissimo, ci porta a spasso fra giochi di parole azzeccati e vertigini della lista in una Roma che già occhieggia fra passato e futuro. Ai Parioli, quartiere dove ho lavorato per anni, ad esempio ci sono già arrivati, a cotanto. Mi ha ricordato tanto le atmosfere di The End? L’inferno fuori, horror indipendente di Daniele Misischia, già oramai del lontano 2017.
Solo che, allora, le Panda non costavano ancora 17mila euro.
Bravissimo!
Grazie Simone. Siamo sempre più poveri e lo saremo anche in futuro quando a lavorare saranno solo i robottino dotati di IA che, per la gioia di Musk e compagni, non dovrnno neanche pagare i contributi INPS necessari per pagare le pensioni. Le Panda usate saranno per pochi benestanti.