Rosa spinosa
Si era saziata di bellezza prima di varcare quella soglia, avvolta in ciò che apparteneva ai sensi, diretta verso il luogo della sua ultima scena. La trovarono lì, seminuda, con il volto, il seno e le gambe specchianti le acque, il resto del corpo sommerso nella melma dello stagno, avvolto nel dolore ardente. Rose giaceva con le braccia tese in una croce, tronchi galleggianti a ciascun lato. I suoi capelli erano disseminati come la chioma di una medusa, uno stiletto piantato nel cuore. Con una mano stringeva un libricino, con l’altra un guanto di pelle. In quella notte di San Giovanni, mentre poco distante si celebrava la festa delle noci, il commissario fece i rilievi, setacciò l’area, ordinò ai suoi scagnozzi di investigare nella villa, alcuni nella vecchia garçonnière alla ricerca di indizi. Quando ritenne completate le indagini, chiamò i portantini e fece legare il corpo al carro giunto dal camposanto. I cavalli facevano fatica come se Rose non volesse lasciare lo stagno. Quel luogo le apparteneva fino alle ossa, e ora, assassinata, non poteva abbandonarla senza lasciare un segno indelebile sulla sua pelle. Le briglie tese, gli zoccoli scivolavano sui sassi e tra le giunchiglie. Le bestie scalpitavano, nitrivano, ma lei, avvinghiata alla terra, era diventata una statua di gesso, severa e iconica.
Sette giorni prima, il giovane camminava veloce, sguardo sempre un po’ smarrito, diretto al banco dei pegni del padre, proveniente dalla viuzza che dal Colle della Maddalena scendeva verso la valle. Quella strada, a picco sulle case, nascondeva gli edifici al passante, creando l’effetto a spirale delle curve. Fischiettava cercando di ignorare i suoi pensieri contorti. Rose gli venne incontro sulla sua bicicletta, indossando un vestito bianco aderente, leggermente svasato sulle cosce, che lasciava intravedere ogni curva della sua figura. Zigzagava come una libellula, muovendosi a destra e a sinistra. Appena lo vide, il suo volto si fece serio, la sua andatura si raddrizzò e si avvicinò fermandosi a meno di un metro da lui. Gli fissò addosso gli occhi grigi, così profondi che il ragazzo non osò ribellarsi, forse perché conosceva la distruzione di cui erano capaci.
“Quindi? Che fossi uno sciocco lo sapevo, ma non avrei mai immaginato fino a questo punto! Che fai? Non mi saluti?“
“Scusa, non ti avevo vista!”
“Ah, davvero!? Faccio finta di crederci, ma adesso vieni con me e niente storie!“
“Rose, è tardi, mi aspettano al banco. Se non arrivo in orario saranno guai…“
Era tra le creature più affascinanti sulla terra. Salirono sulla bici, lui le assicurò le braccia intorno alla vita e le disse di tenersi forte. Il profumo dei fiori di acacia si confondeva col calore dei campi spazzati dall’ostro. I capelli di Rose, a tratti, oscuravano la vista del ragazzo. Turbato dal contatto dei fianchi, gli era difficile concentrarsi sulla strada che correva pericolosamente lungo il burrone. La bicicletta prese velocità e li portò giù precipitosamente verso la baia di Santa Cristina. Prima di imboccare la rua delle Chiaie, lei gli ordinò di svoltare, di prendere la strada che conduceva a Villa Spinosa. Un lungo viale di pioppi li accompagnò, nascondendoli progressivamente dal resto del mondo. In paese si mormorava che Villa Spinosa fosse maledetta da Dio e dai Santi. Lasciarono la bici ai piedi della cancellata. L’edera si mescolava ai rovi, formando grovigli tra gli stecchi della recinzione. Lei cercò invano di aprire la grata. Dovevano arrampicarsi sulle mura per saltare giù nel giardino. Lì dentro, regnava un silenzio innaturale, senza nemmeno l’effluvio dell’aria. Rose prese la mano del ragazzo e lo condusse verso il portone. A lui sembrò che le braccia di lei si trasformassero, diventassero sottili, che il suo corpo si allungasse come quello di una damina d’argento. Attraversarono il ponticello che sovrastava lo stagno. Lei rideva, sembrava fuori di sé.
“Vieni sciocco, dobbiamo salire al piano di sopra, devo assolutamente mostrartelo.“
Varcato l’ingresso, entrarono in un vasto salone, uno spazio immenso dove solo qualche vecchio mobile rubava la scena alle ragnatele. I tendaggi logori coprivano i grandi finestroni, la polvere aleggiava ovunque, sollevandosi ad ogni loro minimo movimento. Le assi del pavimento scricchiolavano sotto i loro passi. Salirono la scala aggrappandosi al corrimano di marmo. Le pareti erano adornate da quadri in cui si riconoscevano solo paesaggi lugubri, figure senza volto e una moltitudine di animali selvatici, orsi, lupi e cinghiali in scene di caccia. Attraversarono un corridoio che si inoltrava nel cuore della casa. Le pareti erano intrise di umidità, l’odore stantio del tempo appannava le loro narici.
“Ci siamo quasi, stai attento! Ci sono dei buchi enormi nel pavimento, potremmo finire come topi!”
“Bella prospettiva! Ma perché diavolo siamo qui?”
“Zitto! C’è uno strano rumore, come qualcosa che fruscia… proviene da quella stanza. Dai, entriamo.“
Il libretto trovato nella mano sinistra fu esaminato da esperti: macchie di sangue, gocce d’acqua e segni indecifrabili, forse un antico codice. Il ragazzo conosceva bene l’ossessione di Rose per la decifrazione dei vecchi manuali. Aveva una specie di fissazione per i pergamene con il marchio del colubro, emblema della casata degli Spinosa. Aveva scoperto testi del XIII secolo e studiato decine di documenti sequestrati alla famiglia, custoditi nella biblioteca comunale. Ma quel libretto l’aveva trovato nella villa, lui lo sapeva, era lì insieme a strane cose, nascosto in un mobile tarlato, in quella maledetta stanza. Rose gli confessò di aver scoperto un segreto, che quel libro conteneva la descrizione di un rituale per la materializzazione del pensiero. Un antenato degli Spinosa, una sorta di alchimista, sembrava avesse capito come manipolare la materia attraverso l’etere, senza ricorrere alla fisica tradizionale. Rose chiamava quella pratica con un termine scientifico strano: monoideismo plastico.
“Basta concentrarsi su un punto. Vedi quel grande pendolo sulla parete? Sembra immobile… ma se lo fissi a lungo, comincia a vibrare, si muove, traccia la sua ellisse… all’infinito.“
“Mah… non mi sembra che si muova, sento solo un fischio assurdo. Sta diventando assordante! Andiamo via, non lo sopporto!“
Su insistenza di Rose, tornarono spesso in quel luogo. Lei non vedeva l’ora di esplorare nuovamente quella stanza. Lui di esplorare lei. Alla fine, finirono per desiderarsi, per amarsi. Ogni volta lui pretendeva di più e lei sembrava cedere alle indecenti tenerezze. Quella notte rimasero nudi sotto le stelle, senza luna. Si inseguirono e si persero negli angoli di Villa Spinosa.
Oggi, finalmente, Rose giace sepolta all’ombra di un grande larice nel cimitero del paese. Molti sono venuti a darle l’ultimo saluto: tutti hanno ammirato quella stravagante ragazza dall’aria di intellettuale, anche se sembrava estranea a questo mondo. Che brutto destino! Un altro abisso l’ha chiamata a sé, vittima di qualche oscura angustia. Pare che le indagini non abbiano fatto progressi significativi: nessun motivo, nessun mandante, nessuna prova, nessun sospettato. Il ragazzo ha contato le briciole di terra cadute sulla bara. Ancora non riesce a capire cosa sia successo. Per fortuna, nessuno è a conoscenza della loro relazione: se qualcuno avesse scoperto tutto sarebbe stato messo alla gogna senza motivo.
La sera si fa strada, è ora di tornare al banco dei pegni. Una notte di lavoro duro lo aspetta. Riflette sulla sua misera sorte, obbligato a trascorrere ore ed ore a lume di candela, a forza di catalogare, scrivere e riprodurre a mano ogni oggetto. Di una cosa può essere fiero: per agevolare il lavoro della bottega, ha sviluppato una tecnica efficace: usa dei simboli inventati che solo lui sa associare agli oggetti di valore. In questo modo protegge il suo tesoro. Annota tutto su un libretto, proprio come faceva la sua Rose. Ora non gli resta che accelerare il passo. Lungo il cammino, la pioggia inizia a intensificarsi. Tutto è come sempre, la scena si ripete. Rose gli viene incontro sulla sua bicicletta, con quel vestito bianco provocante leggermente svasato sulle cosce. Si indovina ogni curva della sua silhouette. Appena lo vede, si fa seria, raddrizza l’andatura, si avvicina fermandosi a meno di un metro. Gli fissa addosso gli occhi grigi così profondi che lui non osa sfidarla, perché conosce bene la distruzione di cui sono capaci.
“Lo sapevo che sei uno stupido… guarda le tue mani! Non ti sei nemmeno accorto di indossare un guanto solo!“
Rose si avvicina, questa volta non si ferma, gli si avventa addosso. Lui arretra, non ha la forza di alzare lo sguardo né di voltarsi. Lei ride, lo attraversa, lo trapassa finché il terreno cede sotto i suoi piedi. Il ragazzo precipita nel vuoto mentre Rose continua a zigzagare nell’aria, pedalando libera come una libellula di fiume.
“Basta concentrarsi su un punto e fissarlo intensamente. Alla fine, vedrai che si muove!“
Avete messo Mi Piace3 apprezzamentiPubblicato in Narrativa
Un buon racconto, intrigante e curioso. La scena iniziale come una moderna Ofelia, come in un dipinto. Mi piace lei, particolarmente viva e vivace. Ti leggo sempre molto volentieri
Grazie Cristiana, è un racconto recuperato dal cassetto scritto qualche anno fa, ritornato per caso. Complimenti a te per la pubblicazione di “Isabel”, sono molto incuriosito dalla trama, lo acquisterò senz’altro. Auguri per tutto e buon 2024!
Allora sono io che ringrazio te 🙂 soprattutto per il tempo che vorrai dedicare alla lettura. Buon 2024 anche a te e un abbraccio