Rumore bianco
Serie: Alder Venn
- Episodio 1: E poi venne il primo giorno e tutti lo videro.
- Episodio 2: Alder Venn e l’architettura della molteplicità
- Episodio 3: Io sono la casa
- Episodio 4: Risvegli dalle profondità
- Episodio 5: Rumore bianco
STAGIONE 1
— Oltre quella soglia ci sono le convulsioni.
Il medico sfoglia i referti clinici con l’attenzione di chi teme di disturbare qualcosa di invisibile.
— Probabilmente è stato un attacco molto forte. Poi il corpo è entrato in uno stato di coma apparente.
La realtà appare e scompare. A volte sembra stabile. Altre volte è come la neve bianca di un vecchio televisore degli anni Sessanta. Interferenze. Rumore. Frammenti di immagini che non riescono a comporsi.
Guerre ovunque. Continenti che tremano e affondano. Dolori che si accumulano come polvere cosmica sulle ginocchia.
Alder ha capito. Da quel momento non è più riuscito a vivere come prima. Ma poi gli attacchi sono iniziati lentamente. Prima erano solo tremori. Poi vertigini. Poi il bisogno di silenziare tutto con i tranquillanti rimasti nell’armadietto della madre, impazzita anni prima e consumata da un cancro alla gola che le aveva mangiato la voce e l’anima.
Come se la sofferenza fosse un’eredità. Lo ha detto il Buddha: — La vita è solo sofferenza — e poi non ha aggiunto nient’altro per tutta la vita.
Victor Mancini è disteso sul lettino.
Caroline siede accanto alla finestra. Fuori Torino respira sotto i portici.
— Eppure siamo più collegati che mai all’universo. — dice Victor.
La sua voce è calma, quasi scientifica.
— Dicono che i buchi neri possano essere minuscoli. Potrebbero stare nella mia camera da letto. Forse sono dentro l’armadio a fare polvere, polvere di stelle.
Omen è lì che ascolta. Non è nella stanza, ma attraversa tutto ciò che accade. Non è luce. È la linea d’ombra che permette alle cose di esistere.
Caroline prende nota, ma non lo interrompe.
— Voglio andare su Marte a suicidarmi. —continua Victor.
— Prenderò un razzo. Guarderò il mondo da lontano e poi esploderò insieme al pianeta. —
Pausa.
— Mia moglie mi tradisce con il mio migliore amico. Io non riesco più a lavorare. —
Caroline annuisce.
Non per approvare.
Perché alcune verità non si contraddicono. Si riconoscono.
Victor è stato un poliziotto che per molti anni ha lavorato affianco a Carnival. Ha visto troppi corpi, troppi corridoi di ospedali, troppi occhi che si spegnevano come luci nei tunnel.
Adesso vede fantasmi. Ombre. Presenze.
Caroline lo ascolta da anni. La sua lucidità folle ha qualcosa di geniale. Non parla come un paziente, ma come un uomo che ha intravisto la struttura del mondo e non è riuscito a dimenticarla.
Omen osserva.
Caroline sa che è lì, anche se non lo direbbe mai, vorrebbe che lì ci fosse Andrew, o almeno anche Adler anche se sono la stessa persona. Li pensa come se fossero due personalità diverse e distinte che riesce ad amare allo stesso modo. Ma forse Victor ha ragione. Forse il mondo intero è solo un’interferenza del sistema che ancora non conosciamo.
Un segnale disturbato sul grande schermo del cosmo.
E Torino, con le sue porte e i suoi archi, è uno dei luoghi dove il segnale si incrina di più.
Serie: Alder Venn
- Episodio 1: E poi venne il primo giorno e tutti lo videro.
- Episodio 2: Alder Venn e l’architettura della molteplicità
- Episodio 3: Io sono la casa
- Episodio 4: Risvegli dalle profondità
- Episodio 5: Rumore bianco
La scelta di Torino come luogo misteriosamente mistico è quanto mai calzante
Davvero molto interessante l’atmosfera inquieta e quasi onirica che hai creato. Torino, ancora una volta, diventa più di una città, sembra un organismo vivo pieno di soglie, crepe e passaggi invisibili. L’indagine sull’assassino si intreccia con la frattura mentale del protagonista, così che non è mai chiaro dove finisca la realtà e dove inizi la visione.
E’ interessante la frammentazione delle voci e delle identità, che crea un senso di instabilità coerente con il tema delle “porte” e delle soglie. A tratti il testo è volutamente caotico, ma proprio questa instabilità rende bene l’idea di una mente che tenta di dare forma a qualcosa di troppo grande, come se la città, il crimine e la coscienza fossero parte dello stesso enigma.