
Sabato e Domenica
Serie: A casa loro
- Episodio 1: Il mare e Benedetta
- Episodio 2: Sabato e Domenica
- Episodio 3: Mon Amour (In questura)
- Episodio 4: Mon Amour (Casa Canneti)
- Episodio 5: Mon Amour (Paul e Michelle)
- Episodio 6: Una penna e una matita
- Episodio 7: Abdul lo sapeva
STAGIONE 1
Buongiorno Francesca, buongiorno Stefania
Ieri, sabato 13 Maggio 2017, all’orario di cena è venuto fuori questo problema. I ragazzi nigeriani, Linues e Jerry hanno protestato per la presenza di aglio nel cibo. Devo dire che la reazione di Jerry è stata particolarmente forte. Ha scaraventato via il cibo ed è venuto a parlare (parlare per modo di dire) direttamente con me. Ovviamente non è stato un momento piacevole. Non lo è stato per nessuno.
Dieci minuti dopo, sbollito io, sbolliti loro, sbolliti tutti, sono andato a parlare con Kingsley, che mi pare un po’ il punto di riferimento dei ragazzi nigeriani o, perlomeno, la persona con cui si discutono meglio le cose. Anche lui non è per niente contento dell’aglio nel cibo. Mi ha detto che, questa faccenda va avanti da un po’, che i ragazzi del Bangladesh sono già stati avvertiti della cosa dagli operatori e che però continuano a fare lo stesso. Il senso di quello che Kingsley mi ha detto è, mi pare, grossomodo questo: se i ragazzi del Bangladesh cucinano per tutti, devono attenersi ai gusti di tutti e non solo ai loro. Quando gli è stato detto di andarci piano con il peperoncino, mi ha detto Kingsley, i ragazzi africani hanno obbedito. E adesso se lo aggiungono a parte.
Non lo so. Saranno le differenze culturali, sarà che qualcuno ha il senso della comunità e qualcuno no, sarà che ognuno tira la coperta corta dalla propria parte, ma qui il cibo mi pare essere un argomento piuttosto importante. E non credo sia la prima volta che questioni del genere vadano a innescare vere e proprie tensioni tra i gruppi.
La sera stessa ho parlato anche con Kahirul (grande) e lui mi ha detto, ed era abbastanza scocciato, una cosa di questo tipo: «cuciniamo per trenta persone e a lamentarsi sono solo in tre, il problema è il loro». Ha le sue ragioni, indubbiamente, e i suoi modi gentili sono (per quanto mi riguarda), un grandissimo punto a favore, ma purtroppo il problema è di tutti. Anche dell’operatore residenziale, che è da solo.
Questa mattina, domenica 14 Maggio, ho parlato di nuovo con Kingsley (voglio sottolineare, a questo punto, il suo ruolo di mediazione). Gli ho chiesto a quante persone, esattamente, non piace la cucina, diciamo, asiatica. Mi ha detto che non si tratta solo di quattro gatti, si tratta più o meno di una metà dell’utenza. Una cosa del tipo Afghanistan-Pakistan-Bangladesh-aglio, Africa Unita no-aglio. Non so se è vero oppure no. Ma mi pare plausibile. A questo punto, dato che considero (a torto o a ragione) tutta quanta questa storia come un vero e proprio problema, come un ostacolo al mantenimento del necessario livello minimo garantito di tranquillità che una vita in comune impone, ho provato a pensare a qualche tipo soluzione.
Per come la vedo io ci sono, in linea generale, tre vie:
1) Evitare del tutto l’aglio. Fare in modo che i ragazzi del Bangladesh/Pakistan/Afghanistan ne mettano poco, o per niente, o per loro. O, e questa è radicale (e quindi probabilmente infattibile), l’aglio non comprarlo punto e basta. Via il dente, via il dolore.
2) Instituire, in una cucina così grande, due “sotto-cucine”. Nello stesso giorno, nello stesso pasto, un gruppo di ragazzi africani e un gruppo di ragazzi asiatici si prepara ognuno il condimento di proprio gusto. Da mettere, poi, sul riso in bianco.
3) Linea dura and “shut up”. Spiegare ai ragazzi nigeriani e africani e un po’ a tutti quanti che questo non è un albergo e che, per farla breve, si mangia quello che passa il convento.
Io, se fosse messa ai voti, sarei per la seconda via e vi spiego, al riguardo, le mie motivazioni: la prima farebbe probabilmente imbestialire l’altro gruppo, quello degli asiatici. E sarebbe, oltretutto fargli un torto, visto, che, con la loro tranquillità e con la loro maggiore operosità (vedi ad esempio l’orto) aiutano FATTIVAMENTE il lavoro di tutti quanti noi. La terza la vedo fallimentare. Il problema si riproporrebbe ancora e ancora e ancora fino a che, una sera (ci posso scommettere che se dovesse capitare, allora sarebbe di sera), dalle parole si potrebbe passare a qualcosa di più efficace. Tipo una bella e coreografica rissa da saloon tra etnie differenti. La seconda soluzione forse non è immediata ma la vedo tutto sommato organizzabile e, soprattutto, abbastanza risolutiva. Anche per quanto riguarda le istanze degli operatori nei riguardi dei beneficiari. La logica è questa: «avevate un problema, ve l’abbiamo risolto, adesso zitti e buoni e badate a cucinare».
Ecco fatto, ho quasi finito. Concludo dicendovi questo: sicuramente eravate già al corrente di tutta quanta la faccenda, e probabilmente, avrete già trovato un modo di affrontare la questione (che non sarà primaria, magari, ma comunque troppo periferica non è). Io da sostituto operatore residenziale di Casa Libertà, conoscendo un po’ sia voi, sia i ragazzi, sia la struttura, ho voluto dire la mia. Questo è tutto.
Buona notte e buona fortuna, diceva quello. Anche se è domenica mattina.
Valerio
Serie: A casa loro
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- Episodio 2: Sabato e Domenica
- Episodio 3: Mon Amour (In questura)
- Episodio 4: Mon Amour (Casa Canneti)
- Episodio 5: Mon Amour (Paul e Michelle)
- Episodio 6: Una penna e una matita
- Episodio 7: Abdul lo sapeva
Immagino che sia un problema comune a diversi centri d’accoglienza, su FB sarebbe stato materia di dibattito tra opposti schieramenti, come lo sono le mense scolastiche.
Io sarei per la soluzione di compromesso. In fondo, se pensiamo a quante volte situazioni simili capitano in piccolo nelle nostre famiglie… E non è che lasci i bambini senza mangiare perché dicono “questo non mi piace”. Oltretutto nelle mense (scolastiche, aziendali, militari…) Si da sempre scelta fra più pietanze, dunque il fatto che non sia così in un qualsiasi centro d’accoglienza mi farebbe pensare a un deficit organizzativo.
Ciao Francesco. Eh, si…dici bene quando dici in piccolo. Si trattava di strutture molto grosse e molto vecchie (e quindi piene di guai), in cui si ospitavano dalle 20 alle 40 persone, ognuna con problemi burocratici e sanitari di cui occuparsi tutti i giorni, tutto il giorno. I fondi erano quello che erano. Non c’era servizio mensa, e non c’era servizio pulizia. Organizzavamo tutto quanto noi operatori (tre per struttura + un residenziale che si faceva le notti) insieme agli utenti, che però, per l’appunto erano tanti. Su qualcuno si poteva contare su qualcun altro meno. Come è normale che sia in una situazione del genere. Anche i turni che saltavano erano, ovviamente, motivo di scontro e antipatie. Per quanto riguarda la cucina, avevamo un menù settimanale che andava a rotazione. E cercavamo di limitare l’accesso di chi si occupava della cosa perché poi la cucina doveva essere pulita ogni volta (naturalmente) e puoi immaginarti come diventava una cucina-vecchia-dopo che avevi spadellato per 20-40 persone. Sarebbe stata da buttare via ogni volta, credimi. Era veramente difficile, tutto quanto. Ma anche bello, intenso e interessante. Dovevi metterci un sacco di creatività, di pazienza e di energia. Ci mettevi te stesso sperando che bastasse.
Certo, senza i fondi giusti diventa dura. Ma alla fine allora come si è risolto per l’aglio?
Eh, Francesco, come spesso si risolvono in famiglia. Se ne parla per un po’ e poi arriva un problema più grosso da risolvere e si passa ad altro…nel caso specifico, se mi ricordo bene avevamo provato a inserire più gente in cucina ma non aveva funzionato perché poi i turni (più gente più possibilità di defezioni) saltavano.
Comunque grazie per la tua curiosità e per tuoi appunti! Mi fai ripensare ad uno dei periodi più rock and roll della mia vita!
Una mail interna, ragionata, ponderata, che sicuramente costa fatica. Chissà magari quante volte letta e riletta per farsi capire bene dalle operatrici affinché sia tutto chiaro e soprattutto perché poi si attui la giusta politica. Mi sembrava di stare dall’altra parte e di riceverla io la mail. Mi chiedevo, avrò capito bene? Quale sarà il modo giusto? 😅
Bravo Michele, molto originale. Per me un altro goal.
Grazie Cristiana! Poi fammi sapere che opzione sceglieresti! In realtà avevano un diario di bordo che rimaneva sul posto e in cui scrivevamo appuntamenti e avvenimenti all’interno delle strutture. Così, poi, quando ci davamo il cambio, leggevamo e ci aggiorniamo sulla situazione e sulle cose da fare.
Io sostituirei l’aglio con lo scalogno 🙂
‘nnaggia, Cristiana, non c’abbiamo pensato!
Bello anche questo capitolo, in forma di comunicazione operativa, secondo la migliore tradizione. Grazie per la bella lettura e per l’argomento trattato.
Grazie Giancarlo, della lettura e del commento. In questo caso di inventato ci sono solo i nomi. Il racconto è, in effetti, un documento operativo.