
SABOR
Serie: OMICIDIO A MERIDA
- Episodio 1: L’ARRIVO
- Episodio 2: L’INCONTRO
- Episodio 3: SABOR
- Episodio 4: L’AMORE E IL POTERE
- Episodio 5: LA CONFESSIONE E L’ADDIO
- Episodio 6: L’OMICIDIO
STAGIONE 1
Lunedì 9
Al ‘Sabor’ suonano musica salsa e merengue per tutta la notte. Il locale sembrava scavato in una foresta tropicale, pieno di piante e di fiori colorati. Dal soffitto penzolavano enormi pale di stuoia intrecciata, che ruotavano smuovendo l’aria, come ventagli. Un’intera parete ospitava un inquietante paesaggio messicano, variopinto e luminoso. L’arredamento era in canna di bambù e tessuto grezzo, stampato a vivaci pitture.
Su un piccolo palco rotondo una band cubana sudava e si agitava, tra il fumo azzurro e pesante delle sigarette. La cantante era molto grossa, fasciata da un luccicante vestitino di lamé dorato, che le sembrava verniciato addosso. Vicino a lei, il sassofonista stava soffiando l’anima in un singhiozzante assolo.
L’atmosfera era avvolgente, quasi magica. C’erano coppie che ballavano vicino al palco, altre sedute su alti sgabelli davanti al bancone del bar, altre ancora ai tavolini bevevano da lunghi bicchieri colorati.
La musica era forte e densa, sensuale fino allo stordimento. Non era la musica che alla domenica suonano nelle piazze con gli strumenti tradizionali, per le famiglie e i fidanzatini. Il ritmo scavava sotto la pelle, raggiungeva in fretta le vene, si mescolava al sangue, arrivava fino al cuore.
Sofia mi chiese se volevo ballare. Lei stava già seguendo la canzone muovendo dolcemente tutto il corpo; agitava i suoi lunghi capelli davanti a me, in segno di invito. Poi mi prese la mano e mi portò a ridosso del palco. La cantante, vista da vicino, appariva ancora più grossa; si muoveva appena, però la sua voce sembrava danzare e volare.
Dopo un quarto d’ora ero esausto, il sudore mi aveva macchiato la camicia, avevo voglia di bere una bibita fresca.
“Dì la verità che sembravo un orso…”
“Non è vero” disse Sofia, sedendo vicino a me “il tuo corpo seguiva il ritmo, hai solo un poco di vergogna a lasciarti andare, ma penso sia normale: non è la tua musica questa, non è il tuo paese. Forse ti senti osservato. Ti muovevi bene, Ernesto, devi soltanto sciogliere i tuoi fianchi. Guarda…”
Si alzò, mise le braccia sopra la testa e cominciò a muoversi, girando lentamente intorno al tavolino. La seguii con lo sguardo. Il suo corpo era in perfetta sintonia con la canzone, il suo sorriso caldo e suadente, la pelle resa lucida dal calore della notte. Infine si sedette vicino a me, sollevando appena il vestito.
“Hai visto come si fa? Adesso prova tu.”
Cercai la sua bocca, con la mia.
“Cosa fai?” disse scostandosi “guarda che ci vedono, non siamo da soli.”
“Lo so, ma chi vuoi che si interessi a noi. Siamo due qualunque, sperduti in questa notte messicana. E poi io sono stanco di ballare.”
Mi guardò senza sorridere.
“Dimentichi che siamo solo amici?”
“Hai ragione, ma questa musica, questo caldo…”
Ora sorrideva. I suoi occhi risplendevano nella fumosa penombra del locale.
“Anch’io sono un poco stanca; queste scarpe mi gonfiano i piedi.”
“Mi piacerebbe accarezzarteli, anzi massaggiarteli con l’acqua fresca.”
“Tu sei pazzo…”
“E perché?”
“Perché lo sei. Lo faresti qui, davanti agli altri?”
“Certo, anche se non è il mio paese.”
Si mise a ridere, poi bevve la coca-cola e rise ancora.
“Ho scherzato, non sono affatto stanca, voglio ballare tutta la notte. Tu resta qui, e prepara il catino con l’acqua…”
Ritornò verso il palco, ancora ridendo.
—
Martedì 10
Per questa sera le avevo chiesto un posto più tranquillo, dove poter parlare un po’. E così è stato. Quando usciamo dal ristorante è quasi mezzanotte. Non c’era più nessuno nel giardino interno, circondato da altissimi alberi con i rami piangenti. Il cameriere aspettava che ci alzassimo per sistemare i tavoli, ma ci guardava senza intenzione, forse un poco incuriosito. Anzi, quando gli chiesi il conto mi sembrò quasi rattristato; era il segnale che la giornata si chiudeva, e magari non ne aveva voglia.
Avevamo cenato a lume di candela nel fresco appena percettibile di una sera di metà inverno, sotto ad un cielo stellato e lontano. Ora le strade illuminate dai lampioni sembravano inutilmente brillanti e chiassose, togliendo alla notte l’incanto.
Salimmo in macchina; dovevamo riattraversare la città per tornare al mio hotel: lei mi lascerà smontare un poco prima dell’ingresso, poi ripartirà e mi saluterà con la mano, senza voltarsi.
Una macchina con il lampeggiante sul tetto ci stava seguendo da qualche minuto. Sofia sembrava non essersi accorta di nulla, mentre mi ringraziava per la bella serata passata assieme.
Mi girai un paio di volte: era una macchina della polizia locale, diede un colpo di sirena e ci affiancò, sul lato sinistro; un poliziotto puntò una torcia elettrica verso il nostro abitacolo, per qualche secondo. Infine fece cenno al collega che stava al volante di proseguire, mettendo via la torcia.
Sofia rallentò con un gesto nervoso, fino quasi a fermarsi; solo quando il lampeggiante sparì completamente in fondo al lungo viale, mi sembrò ritornare serena.
“È andata bene, Ernesto; non mi hanno fermata” disse con un sospiro di sollievo.
“Perché? Che problema c’è?”
Mi guardò con un mezzo sorriso: “Mi è venuto in mente che ho lasciato la patente nell’altra borsetta, quella del lavoro. E poi…” qui si fermò un attimo “sono senza la targa davanti; l’ho persa la settimana scorsa, il meccanico doveva farmene una uguale.”
La guardai con aria di rimprovero, fingendomi arrabbiato.
“Ma come: non hai la patente, il mio sedile non sta dritto, il mio finestrino non esiste e per finire non hai nemmeno la targa anteriore! E io dovrei fidarmi di venire a spasso con te?”
“Io di te mi sono fidata, però…”
Serie: OMICIDIO A MERIDA
- Episodio 1: L’ARRIVO
- Episodio 2: L’INCONTRO
- Episodio 3: SABOR
- Episodio 4: L’AMORE E IL POTERE
- Episodio 5: LA CONFESSIONE E L’ADDIO
- Episodio 6: L’OMICIDIO
Avendo letto i primi tre episodi ti faccio intanto i complimenti per le descrizioni e l’ambientazione che hai creato. Mi è piaciuto in particolare come hai descritto la musica.
Questa storia mi ricorda una canzone, ma vedremo alla fine del racconto 😉
Grazie Francesco.. credo che il finale sia il ‘pezzo forte’.. 😉
Sofia ha ragione: in fin dei conti nemmeno tu hai una targa.
Corretto, Elena.. si tratta di un escursionista estero.. 😉