Sacchi sporchi

Alle tre e zero tre del mattino lo trovano in piazza.

Non una piazza qualsiasi. Una di quelle che a Torino sembrano respirare sotto gli archi, dove il vento passa come una voce che ha perso il corpo.

Alder giace sull’acciottolato con il cappotto blu col cappuccio tirato su. Sembra un sacco vuoto. Uno straccio dimenticato dal cielo.

Il poliziotto, spalla destra di Carnival, parla piano:

«Commissario, questa volta è un uomo. Si chiama Alder.»

Carnival non risponde subito. Guarda il corpo. Non c’è sangue evidente. Non c’è ferita chiara. Solo un’assenza, come se qualcuno avesse premuto pausa sulla vita.

Viene dichiarato morto.

Tre giorni.

Tre giorni in cui Torino sembra trattenere il respiro. Le coppie camminano più distanti. I tram sembrano più lenti. Gli archi più bassi.

Caroline non parla con nessuno. Si chiude nello studio. Tiene tra le mani il nome Andrew come fosse un oggetto fragile.

Il terzo giorno Alder inspira.

Un respiro lungo, raschiante, come chi torna da una profondità non cartografata.

Non è Cristo. Non è miracolo.

È una porta che si è aperta oltre la vita.

Quando riapre gli occhi, parla. Dalla sua bocca escono frasi che non sembrano sue. Parla di città che si divorano. Di guerre invisibili tra chi vuole fondersi e chi vuole restare intero. Di porte che non si chiudono mai davvero.

«Non sono stato ucciso», dice. «Sono stato attraversato.»

Carnival stringe le dita sul taccuino.

«Chi ha tentato di ucciderlo?» chiede il suo uomo.

Bella domanda.

Forse nessuno ha tentato di uccidere Alder.

Forse qualcuno ha tentato di chiuderlo.

Il bambino lo sa.

In classe, la porta nera disegnata sul foglio è cambiata. Non è più solo nera. È macchiata di rosso. Non un rosso violento. Un rosso assorbito. Come se il colore fosse entrato nel legno.

Quando gli chiedono cosa significhi, lui tace.

È iper dotato, dicono.

Ma la verità è che vede linee che gli altri ignorano.

Caroline osserva Alder come si guarda un astronauta tornato senza tuta.

È lì, ma è distante.

Come se una parte di lui fosse rimasta oltre lo stipite.

Vorrebbe riavere Andrew tra le braccia. L’uomo fragile, confuso, vivo.

Ma Alder ora parla di cose che non appartengono alla stanza. Parla come se Torino fosse un organismo che digerisce i suoi abitanti sotto i portici.

«Il colpevole non è una persona», mormora Alder. «È una tensione. È il rifiuto di attraversare. È la paura di dissolversi nell’altro.»

Carnival non ama le risposte metafisiche. Lui vuole un nome.

E allora la vera domanda diventa questa:

Chi ha bisogno che Alder muoia?

Andrew, che teme di sparire?

Bateman, che preferisce distruggere piuttosto che fondersi?

O la città stessa, che non tollera chi capisce i suoi varchi?

Forse Alder è stato ucciso da una parte di sé.

E forse è rinato perché quella parte non è riuscita a completare il gesto.

Torino non è più solo scena del crimine.

È l’arma.

E il bambino continua a tacere.

Perché sa che l’assassino non ha un volto.

Ha una soglia

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