Samanta

Il buio mi circonda. È talmente fitto che non riesco più a distinguere i muri che delimitano la cella, quella fredda e umida scatola in cui mi hanno rinchiuso. Solo la luce della luna penetra flebilmente dalle sbarre e la illumina, ma, forse, a causa del buio che ho dentro, riesco a malapena a scorgerla. Credono che io sia matto, ma si sbagliano.

Ho ucciso e non me ne pento.

Diceva di amarmi, di volere solo me, ma alla fine dei conti i fatti hanno parlato per lei. Inizialmente ho cercato di non fare caso al suo strano comportamento. Vivevamo insieme da quattro anni e conosceva le “regole”. Per ogni trasgressione c’era una punizione e lei questo lo sapeva bene. Ma Samanta era una donna disobbediente e di punizioni ne aveva subite tante. Nell’ultimo anno aveva imparato, però, e le cose andavano bene. Ogni tanto le davo uno schiaffo per qualche stupido motivo, giusto per ricordarle chi comandava, ma non è più finita al pronto soccorso. Nonostante tutto, non le ho mai lasciato segni visibili e anche in ospedale hanno sempre creduto ai suoi “sono caduta…”, oppure “ho avuto un incidente”. Sono sempre stato attento a non lasciare tracce…

Piangeva ogni volta. Era snervante sentirla piangere e mi faceva venir voglia di picchiarla ancora più forte. Aveva imparato a stare in silenzio. Avrebbe dovuto ringraziarmi e, invece, mentre diceva di amarmi, voleva lasciarmi.

Avevo notato uno strano comportamento negli ultimi mesi. Telefonate sussurrate in un angolo, la polizia che bussava troppo spesso alla nostra porta chiedendo se andasse tutto bene, lei che usciva senza il mio permesso. Così l’ho seguita.

Si vedeva con un tipo, un certo avvocato. Li ho beccati un pomeriggio mentre, seduti in un bar, sorseggiavano un caffè. Mi sono controllato per non prenderla a sberle in quello stesso momento. Invece, ho trattenuto la rabbia, ho letto la targhetta sulla valigetta di cuoio dell’impomatato e ho cercato di scoprire cosa stesse combinando.

Non aveva ancora imparato una regola: non poteva nascondermi nulla…

Così, è venuto fuori che mi voleva denunciare. Voleva farmi rinchiudere. Aveva foto dei lividi che gli avevo provocato, i verbali del pronto soccorso, tutto quanto. Ma ciò che mi ha fatto scattare, è stato vedere lei che abbracciava quest’omuncolo impomatato alla fine dell’incontro.

È stato un attimo e ho cominciato a vedere rosso. Non solo voleva incastrarmi, ma se la faceva anche con l’avvocatuccio.

Doveva pagare.

Ho continuato a seguire i suoi movimenti. Ogni sera si faceva trovare a casa con la cena pronta, proprio come le avevo insegnato, i vestiti per il giorno dopo pronti sul divano e la mia bella birra fresca che mi aspettava sul tavolo. Ogni giorno. Per due mesi.

Poi, una sera, sul tavolo ho trovato anche dei documenti.

«Che diavolo sono quelli?». Ovviamente sapevo già cosa fossero, ma dovevo recitare la mia parte…

«I documenti del divorzio», mi risponde con voce tremante, indietreggiando verso il mobile della cucina. Sarebbe stato più facile del previsto, la gazzella aveva ancora paura del leone…

Le rido in faccia, sorseggiando la mia birra. «Quale divorzio? Tu sei mia! Ricordi? “Finché morte non ci separi..”»

Lei non risponde. Si guarda intorno, cercando una via di fuga, perché sa cosa la aspetta. Sento l’odore della sua paura e mi piace.

Mi avvicino e le cingo i fianchi con un braccio. Il suo profumo dolce penetra nelle narici, accendendo sensi che metto a tacere. Dovevo restare lucido…

Lei si irrigidisce e vedo che si sforza di non piangere.

«Io me ne vado, Pietro», dice tremante, scansando il mio bacio.

«Te ne vai? E con chi? Con quell’avvocatuccio di merda?», urlo e le do uno schiaffo. La mano vibra per il colpo e vedere la sua faccia sorpresa che sbatte sul mobile è una delle più grandi soddisfazioni della mia vita. Si accascia sul pavimento, tenendo la parte colpita, che già diventa rossa.

«C-come lo sai?…»

Mi vien da ridere. Così le spiego che so tutto da un pezzo, ma volevo vedere fino a che punto aveva il coraggio di arrivare. La afferro per i capelli, lei urla, ma non m’importa. Vederla così sottomessa mi crea solo un’immenso piacere. Tenta di ribellarsi, si divincola, ma sono troppo forte, tutta la rabbia che avevo trattenuto fino a quel momento esplode su di lei e qualsiasi cosa tenti di fare è inutile.

Mi rendo conto di aver esagerato solo nel momento in cui i poliziotti mi strattonano e lei cade inerme sul pavimento, priva di vita. Il suo volto pieno di sangue resterà impresso nella mia mente e so che anche se mi pentirò, continuerò a vederlo per il resto dei miei giorni.

Io l’amavo davvero. Per me non esisteva nessun’altra donna se non lei e lei voleva lasciarmi?…

Ora, in questa cella dove mi hanno rinchiuso, mi rendo conto che mi manca. Mi manca come l’aria. Avrei potuto controllarmi, avrei potuto lasciarla andare, avrei potuto amarla diversamente, ma ormai è tardi per tornare indietro.

Se non poteva essere mia, allora non sarebbe stata di nessun altro.

E con questo pensiero, i miei occhi piangono lacrime amare, perché mi rendo conto che non amerò mai altra donna. Lei era il mio mondo, il centro della mia intera esistenza, eppure voleva andarsene, voleva quell’altro, perché io non gli bastavo?

La rabbia si impossessa nuovamente di me, ma non ho nessuna Samanta su cui sfogarmi, per cui urlo. Urlo alle pareti vuote e umide della mia cella; e il mio grido rimbomba fuori dalle sbarre, dove la luce della luna diventa sempre più luminosa, fino a diventare accecante. Chiudo gli occhi e cerco di ripararmi con un braccio, fino a quando la luce si affievolisce.

Lentamente, sollevo le palpebre. La cella è ancora flebilmente illuminata, ma non si tratta della luna. Davanti a me c’è Samanta, ma non la Samanta piena di sangue che ho lasciato riversa sul pavimento della cucina. È una Samanta luminosa, giovane e felice. Mi sorride.

«Sam». Incredulo, allungo una mano per toccarla, ma anche se lei non si scansa, non ci riesco. Le mie dita passano attraverso il suo corpo.

«Non puoi più toccarmi Pietro. Non puoi più farmi del male», dice sorridendomi. Mi osserva con tenerezza, con compassione, come se quello morto fossi io e non lei.

«Cosa succede?». La mia voce trema, comincio ad essere spaventato. Mi guardo attorno alla ricerca di qualche indizio, forse sono morto davvero…

«No, Pietro, non sei morto», dice lei, come se riuscisse a leggermi nel pensiero. I miei occhi si fissano sui suoi, spaventati e curiosi. «Sei vivo e vivrai ancora a lungo. Tutto il tempo che ti servirà per capire il male che mi hai fatto»

Quale male? «Ti ho soltanto educato»

«Educato?», risponde scettica con quel sorriso serafico. «Mi hai annullato. Tu e le tue regole. Mi hai fatto male nel corpo e nell’anima e prima ancora che riuscissi a uccidermi fisicamente, hai ucciso ogni vitalità del mio essere. Pensaci, caro, ero un burattino nelle tue mani…»

Sento che la rabbia sale di nuovo. Mi trattengo ancora.

«Un pò di vitalità ti era rimasta, visto che te la facevi con quel tipo!»,

Lei ride di gusto. Ride come non la sentivo ridere da anni e mi attraversa il pensiero che è colpa mia.

«Tu e la tua gelosia insensata. Sì, volevo lasciarti. Sì, i documenti del divorzio erano pronti. Ma non ho mai amato nessuno come ho amato te, Pietro. Anche se mi ferivi, per quanti lividi mi lasciavi in corpo, per quante umiliazioni mi hai inflitto, io continuo ad amarti tuttora e ti perdono per ciò che mi hai fatto. Se solo ti fossi interessato a sapere qualcosa della mia famiglia in questi quattro anni, avresti saputo che l’uomo con cui mi vedevo era mio fratello Claudio».

Doccia fredda. Le sue parole sono come una doccia fredda che scivola lentamente sul mio corpo.

«I-io non…», balbetto.

«Tu non sapevi», dice lei, rubandomi le parole di bocca.

Improvvisamente, mi rendo conto dell’enormità di ciò che ho fatto. Ho ucciso il mio più grande amore perché geloso di suo fratello. Se solo avessi saputo… ma voleva comunque lasciarmi.

«Se mi amavi così tanto, perché volevi andare via?», urlo, in preda alla rabbia verso di lei, verso me stesso, con le lacrime che offuscano la mia vista e mi impediscono di vederla per l’ultima volta.

«Non piangere, Pietro», dice accarezzandomi una guancia. Il suo tocco lo percepisco, è caldo e vorrei non finisse mai… «Non piangere per ciò che non puoi più avere. Ti ho giustificato sempre in questi anni, ma ora è giunto il momento che faccia i conti con i tuoi errori. Volevo lasciarti perché sapevo che prima o poi mi avresti uccisa. Ho avuto paura. Tanta paura. E avevo ragione»

Continua a tenere quella mano calda sul mio viso e mi ci aggrappo cadendo in ginocchio, implorando il suo perdono.

Piango e riconosco ogni schiaffo, ogni ferita inferta, ogni parola umiliante.

Ma è troppo tardi.

Quando apro gli occhi sono di nuovo solo.

Solo con me stesso e il buio della mia cella.

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Discussioni

  1. Ciao Emma, come promesso sul gruppo Facebook, ho letto il tuo racconto. Ti dico la mia opinione. La storia che ci presenti è drammaticamente plausibile. Per quanto riguarda la scrittura, l’ho trovata buona. Evita alcune ripetizioni che, secondo me, ostacolano un po’ la lettura. C’è del mestiere; qualche limatura qua e là, e non potrai che migliorare.😊

  2. Grazie mille dei bellissimi complimenti! La questione del perdono è stata spinosa anche per me, ma alla fine ho fatto questa scelta per dimostrare quanto potesse essere superiore una donna, in questo caso, Samanta. Purtroppo è un tema di cui si parla tanto, ma ci sono ancora donne prigioniere dei loro carnefici che non hanno il coraggio di lasciarli oppure si arrendono a subire. Samanta voleva fuggire, ma non ce l’ha fatta. Il perdono è l’ultima concessione che offre al suo carnefice, facendolo vivere in una vita piena di rimorsi.

  3. Ciao Emma, ti faccio i miei complimenti per questo racconto. Hai affrontato con intelligenza (e dando prova anche di buone capacità di scrittura) un tema tutt’altro che facile, cercando di scandagliare la mente deviata del carnefice. Come Micol, anche io sono un po’ spiazzato dal perdono, che però forse è un atto di superiorità della Persona Samanta sul criminale Pietro.

  4. Ciao Emma, racconto molto duro e molto vero. Hai voluto che la tua protagonista concedesse il perdono al marito, una scelta coraggiosa che ammiro ma che non saprei fare. L’annullamento è uno dei crimini per cui non si paga mai abbastanza, proprio perché spesso il carnefice vive di un suo pensiero deviato che nessuna terapia o pentimento possono cambiare.

  5. Ciao Emma, un racconto che mi ha trasmesso molta tristezza. Innanzitutto verso un uomo che solo alla fine si è reso conto di come il suo amore fosse solo ossessione e possessione in grado di spezzare le ali alla persona amata; e tristezza anche verso Samanta, vittima succube eppur ancora innamorata, nonostante tutto. Un racconto che hai ben costruito, compreso l’inaspettato colpo di scena che mi ha colto di sorpresa! Davvero bello e significativo, come anche il suggestivo e malinconico finale! Brava davvero, alla prossima?!