
SCARTI E DISINCANTI
Lui era un ex galeotto, pregiudicato, mal visto, un vero e proprio scarto della società. Passava le giornate in un bar ad aspettare che il tramonto portasse via ogni nuovo giorno che nasceva, così da vederne nascere ancora un altro, e poi un altro, e forse un altro ancora. Non contava più i giorni da tanto tempo, non gli interessava più di nulla. Aveva smesso con i suoi giri loschi dopo l’ultimo soggiorno in carcere. Sentiva di non poter far soffrire ancora sua madre, donna anziana e ormai stanca della vita, una vita che le aveva portato via la soddisfazione di vedere un figlio realizzare qualcosa di bello, o almeno utile. O almeno qualcosa.
E quindi aspettava. Cosa aspettasse, in realtà, non lo sapeva da tempo, ma sentiva di aspettare qualcosa. La sua età volgeva ai quaranta, nella vita non aveva mai concluso nulla che non comprendesse droga, spaccio o ricatti. Il suo aspetto era tremendo: grasso, trasandato, calvo, con i denti ingialliti dal fumo.
Gli attimi di lucidità, inoltre, erano radi e noiosi: beveva, beveva dalla mattina alla sera. Qualche volta non denigrava le vecchie tentazioni rappresentate dalle droghe, pesanti o leggere che fossero.
Si trascinava come un cane randagio sotto la pioggia battente, alla ricerca di un pezzo di pane per placare la sua fame di vita che si stava estinguendo ogni ora che passava.
Lei era una ragazza di quasi quarant’anni, ragazza sì, perché si sentiva ancora una ragazza, se non altro perché non voleva accettare di essere cresciuta senza aver provato le soddisfazioni che una ragazza può provare: uscire con le amiche, amare, studiare… più in generale vivere.
Figlia di un padre padrone e di una madre con vari problemi di salute, la sua vita era stata sacrificata a causa di ideali bigotti e maschilisti. Aveva sempre ubbidito. Lei era brava a ubbidire. Era la cosa che le riusciva meglio.
Non aveva mai lavorato. Suo padre, anziano uomo nato in un paese sperduto delle terre siciliane, si era spaccato la schiena per tutta la vita per permettere a sua moglie e sua figlia di non dover mai fare null’altro che occuparsi della casa. Ci era riuscito. Ci era riuscito benissimo.
Sua moglie era impazzita, sua figlia anche, ma lo mascherava bene, o forse si era rintanata in uno stato mentale che quelli bravi avrebbero potuto definire di learned helplessness.
Passava le giornate per lo più a camminare a braccetto con la sua vecchia madre, ad accompagnarla a fare la spesa, ad accompagnarla dal dottore, a scortarla qua e là, in una sorta di sfilata della vergogna. Sentiva gli sguardi posarsi su di lei. Sentiva gli sguardi posarsi anche su sua madre. Tutti, nel quartiere romano in cui viveva, la conoscevano. A volte le sembrava di percepire la pietà negli occhi di quelli che la guardavano.
Altre volte percepiva il fastidio che provocava nel pubblico: si era lasciata andare con l’età, si era lasciata andare ogni giorno di più, ogni giorno in cui la sua bellezza sfioriva un petalo alla volta e, con essa, la speranza di trovare un uomo che la amasse. Portava i capelli corti, a spazzola, tenuti su con una dose eccessiva di gelatina. Non si truccava. I suoi denti erano storti. Si vestiva in modo eccessivamente maschile e, nonostante fosse sempre stata magra, cominciava a mettere su fianchi e pancetta.
Se è vero che tutti abbiamo una storia, se è vero che tutti abbiamo un posto nel mondo, se è vero che tutti abbiamo una platonica metà della mela, lui ha fatto bene ad attendere qualcosa, e lei ha fatto bene a sentirsi una ragazza, perché c’è sempre, per tutti indistintamente, almeno un momento di felicità in questa vita.
Chiamatelo destino, chiamatelo fato, chiamatelo un po’ come vi pare, ma un bar può rappresentare il crocevia dell’esistenza, può essere il porto dove approdano le disgrazie, dove si brinda per un successo, dove l’amico piange perché ha avuto una delusione amorosa, dove un tossico prova a reintegrarsi nella società, dove un anziano aspetta dietro l’angolo una nuova ragazza da importunare, dove passano ogni giorno centinaia e centinaia di esistenze, di storie, di individui con volti poco definiti che lasciano impronte su questa terra.
Può capitare che in un bar due vite dalle radici poco piantate nel terreno, con fili spezzati che le legano in malo modo al fitto tessuto della società, si incontrino, si intersechino, trovino una nuova ragione per continuare a lasciare impronte.
Questo è successo a lui.
Questo è successo a lei.
Si incontrarono un giorno; mentre lui alle 10 di mattina beveva la sua prima Peroni da 66 cl; mentre lei accompagnava sua madre a fare colazione: un caffè allungato con l’acqua e un cornetto integrale.
Si conoscevano già da tempo. In quel quartiere tutti si conoscevano. Lei sapeva chi era lui, sapeva dei suoi trascorsi, sapeva delle sue grane con la legge. Lui sapeva chi era lei, conosceva suo padre e il fucile che teneva sotto il sedile del furgone.
I loro sguardi, però, s’incrociarono in modo del tutto nuovo quella mattina.
Successe qualcosa.
Era forse la prima volta, nella vita di entrambi, che si resero conto che poteva esistere qualcuno con cui condividere le proprie tare, le proprie delusioni e le poche cose belle che aveva conosciuto fino ad allora, e con cui, magari, conoscerne di nuove.
Conoscere una nuova esistenza. Una nuova ragione per svegliarsi la mattina.
I loro sguardi s’intrecciarono. Le loro labbra si piegarono in un sorriso, come se fosse un riflesso.
Il più sincero e ingenuo dei sorrisi.
Passarono i giorni, cominciarono a parlarsi. Ogni giorno che passava i loro volti si avvicinavano sempre di più, in un modo lento e progressivo che portava ad un punto immaginario nello spazio che terminava con le labbra di lui e le labbra di lei.
Chissà dove avrebbe portato quella storia, nessuno poteva saperlo, tanto meno loro, ma non se ne curavano.
Lui si rasò la barba e si lucidò la testa, cominciò a bere di meno, smise di drogarsi.
Lei riprese a truccarsi e tirò fuori da un cassetto vecchio i suoi orecchini preferiti e un vestito che aveva indossato forse tre volte.
Non erano belli, tutt’altro, ma i loro sorrisi erano radiosi.
Cominciarono a vivere tutte le situazioni e le emozioni che non avevano avuto modo di provare nelle loro vite precedenti: camminavano mano per la mano, con i sorrisi innocenti degni dei bambini. Cominciarono a darsi i primi baci rubati, dietro gli angoli, per far sì che nessuno li vedesse.
Il loro era un amore puro, almeno nel suo stato germinale.
Un ragazzo era depresso. La sua ragazza l’aveva lasciato, o forse no. Non l’aveva capito. C’era stato un discorso confuso in macchina il giorno precedente, condito da “Non so”, “Forse non ti amo più”, “Penso che dovremmo pensare a noi stessi”, “Ho bisogno di stare da sola”.
Come fossero arrivati fino a quel punto non era riuscito a capirlo. Sul serio, non lo capiva.
Ma importava qualcosa a qualcuno di quello che capiva o non capiva?
Quella mattina guardava in un punto indefinito nello spazio, mentre con la mano destra girava il caffè, zuccherato più di cinque minuti prima. L’avrebbe bevuto freddo, ma che importava? Neanche lo voleva troppo quel caffè, il suo stomaco era già abbastanza in subbuglio.
Chiuse per un momento le palpebre, le si ripresentò nitida l’immagine della sua ragazza, o ex, o forse-ragazza, che sorrideva: era splendida.
Erano bellissimi insieme. O almeno questo era quello che diceva la gente.
Il ragazzo era un calciatore, una giovane promessa. Il suo futuro si stagliava di fronte a lui come un tappeto rosso sul quale bisognava solo camminare con calma e godersi le foto e gli applausi del pubblico. La sua ragazza, o ex, o forse-ragazza, era una brillante studentessa. Studiava ingegneria di qualcosa, il ragazzo non era mai riuscito a comprenderlo.
Riaprì le palpebre, decise che era giunto il momento di buttare giù quella bevanda marrone.
Gli fece abbastanza schifo.
Posò la tazzina mentre il suo volto era contratto in un’espressione di disgusto.
Cominciò a guardarsi intorno e vide, a due tavolini di distanza dal suo, una coppia di umani sulla quarantina.
Lui era brutto, con i denti gialli, ciccione e pelato. Lei era brutta, sembrava un uomo.
Ma sorridevano.
Conta qualcosa, in fondo, la bellezza quando si è felici? Conta qualcosa quello che pensano gli altri quando non puoi far altro che aprire la bocca e mostrare i denti al mondo, contornati da un’espressione ingenuamente felice?
Quella mattina, in quel bar, in quello sputo di periferia, su quel pianeta insignificante, in un sistema solare disperso nello spazio profondo, un ragazzo provò invidia per una coppia formata da quelli che singolarmente erano due scarti della società, ma che insieme erano un’unica entità felice e gioiosa.
Avete messo Mi Piace1 apprezzamentoPubblicato in Narrativa
Molto profondo e coinvolgente…bravo !
Molto romantico. Bello. Mi piace la libertà di pensiero di questo racconto, il modo in cui il sentimento d’amore ridà identità e dignità umana ad ognuno di noi, al di sopra di qualsiasi possibile miseria.