Scritto di corsa

E poi affiorano i ricordi di luoghi visitati, di persone credute dimenticate, del colore e del rumore del mare, della casa, della famiglia, di un nido protettivo e di un lago.

“Perché vuole scrivere un libro?”

“Non voglio scrivere un libro, voglio sognare di scrivere un libro, di regalare parole e pensieri, di osservare il tutto per poi raccontare il nulla, di colmare la solitudine dei lunghi inverni ai miei immaginari lettori, di far soffiare una fresca aria di leggerezza nelle calde estati su tutti coloro che, con il mio libro tra le mani, potranno sentirsi meno soli, sapere di avere un’amica. Diciamo che forse mi piacerebbe che qualcuno sapesse di me; ma adesso tocca a lei rispondere, scusi la mia sfacciataggine, ma perché vuole correre una maratona? È una bella impresa non trova?”

Lui non le rispose, tagliò corto dicendo di avere una riunione e che era in ritardo e che eventualmente per il suo manoscritto si sarebbero dovuti risentire telefonicamente. Fece un rapido cenno al cameriere e uscii dal locale. Non aveva voglia o forse non aveva il coraggio di fissare un altro appuntamento, sì voleva rivederla ma non sapeva come dirle che il suo lavoro non aveva nulla di interessante per poter essere pubblicato, che non sarebbe stato preso in considerazione né da lui né da altri editori. Avrebbe voluto invitarla a cena però…

Ogni giorno si migliorava nella scrittura, nell’esprimere i concetti in modo semplice e chiaro, nel raggruppare e riordinare i pensieri, nello scegliere le parole, così come nello scegliere le calzature adatte, nel seguire e gestire i giusti allenamenti, nel curare l’alimentazione. Corsa e scrittura, come erano simili i loro sogni!

Lei la ricordava ancora la sua prima maratona, aveva viva sotto la pelle l’emozione della partenza, il calore dei corpi degli atleti pronti, allineati, una massa di muscoli che vibravano, l’ansia leggermente placata dalla vicinanza del compagno sempre al suo fianco negli allenamenti e nelle gare. C’era il pubblico che dietro le transenne acclamava, stimolava a resistere, a stringere i denti per concludere questo duro percorso. Un pubblico che forse avrebbe voluto essere lì al loro posto, indossare le scarpe e il pettorale e sudare con loro ma non ne aveva avuto il coraggio, mancanza di volontà nel mettersi in discussione, affrontare il sacrificio, impegnarsi negli allenamenti, un tumulto di pensieri di nuovo invasero la sua testa… allora si, poteva scriverlo un libro, raccontare tutte le vicissitudini dei suoi tanti anni… si misi a ridere!

Quando uscirono dal ristorante lei si incamminò verso la riva del lago e pensò a cosa avrebbe potuto rispondere al prossimo appuntamento se mai lui le avesse rifatto la domanda. “Un regalo a mia figlia? La vanità di lasciare un ricordo del mio passaggio su questa terra? Guadagnare dei soldi vomitando illusioni e rimpianti?”

Forse perché sognava di una veranda, di un giardino di rose, di silenzio e dei suoi soli pensieri lì da trascrivere nero su bianco per non dimenticare, per sentire ancora il suo profumo, per combattere la malinconia, per attraversare il tempo e raggiungerlo.

Anche quella sera si correva; fuori era già buio e freddo, il corpo avrebbe solo voluto distendersi sul divano, la testa voleva non pensare e allora la corsa era davvero l’unica soluzione. Solo il ritmico rumore dei nostri passi…dei miei passi.

Che meraviglia correre, puoi andare dove vuoi, pensare a ciò che vuoi, il tempo è solo quello che scorre sull’orologio, i pensieri frenetici si fermano come quando si scrive, il tempo si arresta, con la penna si può essere ovunque, avere qualsiasi età, come dietro una macchina fotografica non ci sei, c’è tutto il resto…tranne te, ma tu osservi, vedi, catturi.

Lui pensa: “mi ostino”. Non ricordava quando smisero di amarsi. Ma ricordava bene che iniziò a correre. E poi a rifugiarsi nella sua biblioteca, nel suo studio, il suo lavoro e poi si accorse che la casa era vuota.

Non voleva raccontarle di un matrimonio fallito, di una moglie infedele, di problemi troppo comuni, non voleva ammettere e confessare di aver iniziato per poi lasciare tutto a metà, di non aver realizzato il suo sogno, di non aver portato a termine il suo obiettivo, di non aver ricucito le tante ferite.

Pensò ad un nuovo incontro per poterla rivedere. Gli sarebbe piaciuto osservarla ancora mentre sorseggiava il vino, sceglieva con attenzione le pietanze dal menu e le gustava lentamente, sentirla ridere, una risata rauca e rumorosa.

Passarono dieci giorni e incaricò la sua segretaria di inviare una mail in cui trasmettere le correzioni da apportare al manoscritto e attese.

Sapevo che il suo tentativo di libro non era stato apprezzato, forse con tutta quella carta avrebbe potuto, durante l’inverno, accendere la sua adorata stufa a legna. Ma le piaceva andare lì in riva al lago a pranzare e chiacchierare, potersi rispecchiare in quello specchio d’acqua e ritrovare anche il suo viso, quel volto che la accompagnava ancora. Non gli avrebbe raccontato della sua maratona, della corsa che era stata l’unica terapia per superare il dolore dell’epoca. 

Il tempo, dicono, lenisce le ferite, si forse è vero, sentiva più flebile la malinconia, aveva ritrovato un po’ di pace e riusciva nuovamente a godere delle piccole cose del presente, ma era solo attesa, il tempo scorreva e le distrazioni rendevano rosa l’attesa sempre più breve per raggiungere il suo compagno.

Erano trascorsi altri quindici giorni. Erano rientrati dalle ferie e si rividero.

Quando la vide arrivare ancora più magra, abbronzatissima e stranamente col viso truccato, leggermente claudicante gli mancò il fiato.

Sceglieva sempre il solito ristorante sul lago, il cameriere era un amico di vecchia data, la carta dei vini e il menu raffinati, la pergola con i grappoli dei fiori di glicine pendenti e profumatissimi, era il lago della sua infanzia il lago dove andava a pescare con suo papà.

Le raccontò della Camargue, dei cavalli, dei campi di lavanda, delle gigantesche mosche, lei rise; della sua toccata e fuga in casa di amici in un borgo nell’entroterra spezzino, della gita al mare, delle stelle, ma non le disse delle notti insonni.

Le chiese delle sue vacanze, itineranti rispose, caricato le borse sulla bici e pedalato sino a Ravenna e poi a Pomposa e poi al delta del Po, il mare, la sabbia, le stelle, non sorrideva più.

Portò il bicchiere alle labbra, un sorso di arneis e con un ghigno fece un brindisi “ai vecchi tempi” ora guardava il lago e sorrideva.

Quando si salutarono per accomiatarsi lui notò che fece fatica a rialzarsi, dovette appoggiare le mani al tavolo come se le gambe facessero fatica a sorreggere il peso di quel corpo tanto esile.

Tornò a casa, tirò fuori dalla valigetta il manoscritto e iniziò a leggerlo attentamente, ogni sua indicazione era stata tenuta in considerazione, le correzioni eseguite come da una brava allieva e addirittura erano comparse tra le pagine alcune immagini: fotografie di laghi.

Senti un forte pugno allo stomaco come ormai accadeva da parecchie sere, arrivava senza preavviso e lo colpiva, restò immobile sulla poltrona ad occhi chiusi in attesa che il sonno arrivasse.

Non aveva più animali da compagnia, non voleva più impegni, legami, voleva la sua indipendenza ma la stava pagando al caro prezzo della solitudine.

“Perché vuole scrivere un libro?”

“In verità l’ho già scritto.”

Suonò la sveglia. Era ora di andare, era il giorno della sua maratona.

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Discussioni

  1. Bello. Mi ha lasciato qualche punto interrogativo in sospeso, mi ha incuriosito, mi ha portato lontano, soprattutto al lago, sotto la pergola di glicini. Ho condiviso le considerazioni sulla scrittura e mi sono riconosciuta nella parte di sognatrice disincantata. Mi piacerebbe sapere come potrebbe proseguire questa storia.