Sei tu, mare

Nella pianura assolata e desolata sorgeva una casetta bianca, con un bel tetto di tegole rosse che poteva essere scorto dai radi viandanti a grande distanza.

Tutt’intorno alla casetta sorgeva un fazzoletto di terra sempre rigoglioso di fiori, frutti e ortaggi freschi che crescevano grazie alla cura che veniva loro riservata dalla proprietaria dell’abitazione. Si chiamava Gea ed aveva sempre vissuto lì, fin dalla nascita.

Trascorreva la sua vita placidamente, dedicandosi anima e corpo a quel pezzo di terra che le dava gioia e sostentamento. 

Alla fine di ogni autunno si ritrovava a sorprendersi per la brina sull’erba del mattino, oppure rideva a crepapelle quando, dopo il rigore dell’inverno, s’imbatteva nella prima bava luccicante di lumaca. I germogli, poi, le regalavano un’euforia che valeva l’attesa di un lungo anno.

Lei amava il suo giardino e il suo giardino amava lei, ricambiando con tanti doni e sorprese tutta la cura e l’affetto che lei gli riservava.

Ogni tanto, da lontano, Gea poteva scorgere il carretto di qualche viandante che, forse per sbaglio, percorreva quei luoghi così solitari e remoti. Lei accompagnava il malcapitato dallo sguardo impaurito, con un rassicurante saluto e il povero viandante si convinceva di aver sicuramente avuto un’allucinazione.

Gea non ci faceva caso.

Lei conosceva il mondo.

Studiarlo era la sua seconda passione. Gea occupava tutto il suo tempo libero a sfogliare le pagine dell’immensa biblioteca che ricopriva ogni superficie verticale della sua casetta. Suo padre era stato un mercante di libri e quei volumi erano tutto ciò che le era rimasto della sua famiglia, oltre alla casa e al terreno. Né il caldo né il freddo la distoglievano dalla lettura. Ogni giorno vi si dedicava assiduamente e diligentemente. Attraverso le parole aveva conosciuto amori sublimi, ire rovinose, tradimenti dolorosi e gioie ineffabili.

Non aveva mai visto il mondo al di fuori del suo fazzoletto di terra ma ne conosceva a perfezione le luci e le ombre. Non ne sentiva la mancanza perché il suo mondo, contenuto dentro i recinti della staccionata, le regalava l’amore, la felicità e la serenità di cui necessitava.

Da qualche notte, però, le capitava di sognare il mare.

Non il mare come lo sognerebbe chiunque lo abbia visto anche soltanto in fotografia.

Lei sognava il suo mare. Il mare come se lo era costruito nella sua immaginazione, leggendo le infinite pagine della sua biblioteca.

Si sentiva rimescolare dentro e non sapeva spiegare a se stessa il motivo. In fondo aveva tutto ciò che desiderava e nulla le mancava. Ogni volta che le capitava di trascorrere una notte visitata da questi sogni, il mattino seguente si dedicava alla sua terra con più foga e alacrità del solito. In cambio riceveva esplosioni di colori e sorprese come gemme, che le riempivano il cuore di felicità, scacciando ogni malinconia.

Un bel giorno d’estate, dopo aver pranzato e riposato  in vista dello studio pomeridiano, Gea si affacciò alla finestra con una tazza di tè in mano e vide che, davanti al cancelletto, c’era qualcosa di bianco appoggiato per terra. Si avvicinò lentamente e, con cautela, lo sollevò prendendolo in mano: era una busta.

Al suo interno una lettera diceva che si sarebbe dovuta recare al più presto in Città. Accennava ad un’eredità che una sua lontana parente le aveva lasciato ed era sottoscritta da un notaio. 

Lei era molto agitata e non sapeva cosa fare. L’ansia non era mai entrata nel suo recinto e non sapeva come trattarla. Non sapeva dove appoggiarla. Provava a scacciarla assaporando una fragola succosa o accarezzando un dente di leone.

Niente. L’ansia si ripresentava in tutta la sua evidenza.

Gea decise allora di affrontare la questione, considerando che qualche giorno di lontananza non avrebbe fatto del male al suo giardino. Era convinta che avrebbe sbrigato quella faccenda in poco tempo e sarebbe ritornato tutto come prima. Impacchettò le sue cose, chiuse il cancelletto dietro di sé e, dato un abbraccio con lo sguardo al suo amore di una vita, si mise in cammino.

Quando arrivò in Città, fu colpita dal chiarore dei viali, dalla freschezza delle finestre. Sembrava che la luce del sole fosse riverberata ovunque da uno specchio immenso, che ne amplificava a dismisura l’intensità. Addentrandosi per le vie sentì una melodia, un ritmo simile a un universo di respiri. Non capiva cosa fosse e, distogliendo i passi dall’itinerario indicato nella lettera, stabilì di seguire quella musica.

La sentiva sempre più vicina. E più il suono era forte e più il suo cuore batteva come un otre riempito da grano sonante.

Passo dopo passo il suono diventava profumato. Un effluvio che non aveva mai sentito si mescolava a quella melodia. Ormai era un richiamo che la attirava sempre di più.

Finalmente arrivò e le si presentò dinnanzi, in tutta la sua drammaticità, la verità del mare. Non era come lo aveva immaginato. Aveva luce, aveva musica, aveva odori del tutto nuovi e inaspettati.

Si spogliò e si tuffò.

Nell’acqua si sentiva ancora più felice e alla gioia aggiungeva gioia. Fuori dall’acqua riacquistava l’equilibrio ma le mancava qualcosa.

Restò qualche giorno, dimentica di eredità e notai. Come presa da idropisia si aggirava sulla battigia, euforica e rabbiosa.

 Pensò di portare con sé il mare. Sebbene se ne sentisse riempita e circondata non lo poteva afferrare, sgusciava via in modo inaspettato. Via dalle sue mani, via dalle sue braccia che volevano costantemente tenerlo stretto.

Come avrebbe rinunciato a quella gioia? Come portare quella gioia nella sua gioia?

Gea provò a parlare col mare, dedicandogli attenzione e affetto, come faceva col suo giardino.

 «Sei tu, mare…» con queste parole cominciava le frasi che gli rivolgeva.

Tuttavia lei riceveva sempre tanto da riempire il suo cavo, ma altrettanto vuoto quando il pieno scivolava via. Troppo presto. Non riceveva la risposta presente e costante del giardino.

Rimase sulla spiaggia. Non c’erano rami da potare, erbacce da tagliare. C’era solo da prendere e prendere quando lui non era in tempesta.

Era un prendere che durava poco, perché l’acqua evaporava subito al calore del sole e, sulla pelle, rimanevano solo croste di sale. 

Avete messo Mi Piace6 apprezzamentiPubblicato in Narrativa

Discussioni

  1. Un racconto che, in realtà, è una grande allegoria.
    Mi è piaciuto il modo con cui hai narrato il tutto come fosse una specie di fiaba per poi rivelare, più o meno velatamente, alla fine il vero significato del testo.
    Molto belle anche le figure retoriche che hai usato, tra le quali ho apprezzato particolarmente la sinestesia con cui hai associato un profumo alla musica.

  2. Una favola dalle tante ispirazioni ed interpretazioni, giocata sul dualismo tutto giovanile fra certezza serena e sconosciuta avventura. Vincerà il sale, ed il giardino appassirà nell’attesa. È nella natura delle cose.

  3. Meraviglioso Cesare, mi sei piaciuto tantissimo. Non è un caso, credo, il nome della protagonista…e nel finale ho percepito una metafora di qualcosa di molto più ampio. Il suo giardino, che le dà impegno e frutti certi, e il mare tanto sognato che invece le insegna a prendere e lasciar andare senza nulla a pretendere. Ho notato una differenza di stile rispetto ai tuoi scritti precedenti, e anche in questa veste ti ho apprezzato.